domenica 17 settembre 2017

La famiglia d’oro di Salman Rushdie e l’America dell’era Trump



L’uscita di un nuovo romanzo di Salman Rushdie è sempre un evento letterario, lo è ancor di più se l’autore decide di confrontarsi con il passaggio dall’era Obama a quella Trump, in un’America che sembra voler far il verso a La fiera delle vanità di William Makepeace Thackeray (scrittore inglese di origine indiana, come Rushdie, che fotografò senza pudori la società inglese del XIX Secolo). Ne The Golden House, appena uscito per Penguin-Random House in Usa e UK, Rushdie racconta la storia di enigmatico miliardario di origine indiana (Nero Golden) che si trasferisce, il giorno dell’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, al “the Gardens”, un’esclusiva residenza nel Greenwich Village a New York.  Con lui tre figli (Petronio, Lucio Apuleio e Dioniso), ricolmi di segreti, presunte doti artistiche e succose ossessioni. La loro storia ci viene narrata dal punto di vista di Renè, giovane e ambizioso film-maker, che li osserva con una dedizione che sfocia nell’ossessione alla Hitchcock.



Fin qui quello che è dato sapere della storia (odio chi fa spoiling), ma come accade spesso nei romanzi di Rushdie, in the Golden House c’è molto di più di una cronaca delle vicende di una ricca famiglia dagli oscuri natali negli anni che portano dall’elezione di Obama a quella di Trump. Questo testo apre tutta una serie di ‘scomode’ finestre sulla società contemporanea.

Si parla della fame di ‘nuove’ certezze della classe media americana, quella che ha votato Donald Trump, non per l’egocentrismo dei democratici o per l’incremento esponenziale della disparità economica, ma perché desiderosa di certezze assolute a cui appigliarsi come l’ultima zattera inespugnabile in un oceano di informazioni continue dalla dubbia origine.



Si parla di filosofia e di sinderesi, riferendosi al principio secondo cui ogni essere umano nasce con il bisogno di sapere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Secondo Rushdie, intervistato da Emma Brockes del Guardian: «Abbiamo bisogno di sapere quali sono confini del bene e del male per poter funzionare nel mondo. Non penso che sappiamo fin dalla nascita ciò che è giusto o sbagliato, ma penso che abbiamo in noi il desiderio di scoprirlo […] Penso che il grande confine (fra bene e male ndc) sia non tollerare chi vorrebbe distruggere il mondo solo perché garantisce a tutti di essere accettati. È l’errore commesso in Germania negli anni della nascita del nazismo. È ciò che ha permesso a questa ideologia di crescere fino a vincere le elezioni per poi abolirle».


L’autore, conosciuto dal grande pubblico grazie ai suoi Versi Satanici (1988), ma entrato nella storia della letteratura contemporanea grazie al suo immaginifico Figli della mezzanotte (1981, vincitore del Booker Prize) non risparmia critiche ad alcune manie della società contemporanea, a cominciare dall’identità, tema che è diventato predominante a livello globale, fino a esondare nelle nostre vite, ricoprendo di verdetti preconfezionati le nostre idee. In televisione, sulla Rete, in pubblicità, dovunque si parla di identità, ciò che cambia da paese a paese è la sua declinazione. In America diventa subito di genere, in UK, complice anche l’effetto Brexit, nazionale, in India è stata e sarà ancora per molto religiosa.  Tutti tendono a far prevalere il proprio concetto di identità su quello altrui, senza pensare alle conseguenze.

Con un linguaggio ricercato fino alla dannazione, paragonato con palese ironia dal New York Times a “un salto da Cirque du Soleil in una rete che solo l’autore può vedere”, the Golden House si presenta come una sfida per il lettore. Una sfida che aspettiamo con ansia di affrontare e, perché no, vincere.

domenica 10 settembre 2017

La voce dei numeri: le emozioni secondo Daniel Tammet


Di che colore, odore, sapore, consistenza è un numero? E qual è la sua voce?


Se non ci avete mai pensato è il momento di iniziare, perché c’è qualcuno che già lo fa da ben 38 anni e con enorme piacere. Parliamo di Daniel Tammet (nome d’arte per Daniel Paul Corney), scrittore, traduttore e matematico inglese, autore del saggio biografico Born on a blue day (tradotto in italiano da Rizzoli nel 2008), in cui Tammet racconta una nuova matematica in cui i numeri non solo hanno una forma e un colore, ma anche una consistenza e una loro voce. Con essa sono capaci di generare sensazioni al pari o (dal punto di vista di Tammet) superiori perintensità a quelle prodotta dalle parole. Scettici? Il punto di vista di un nerd con l’ossessione per la matematica che non comprende l’armonia prodotta da una fila di parole scelte con cura? Ampliate il punto di vista e immaginate.


È quello che risponde sempre Tammet a chi gli chiede come può essere sicuro che l’’11’ sia un numero amichevole, il ‘5’ abbia lo stesso suono di un applauso, il ’39’ sia grumoso come la custard (crema inglese per guarnire i dolci) e l’89’ abbia la lievità e la consistenza di una nevicata. Immaginate. Certo, la mente di Tammet è speciale, è geniale e lo è perché autistica. È quindi dotata di un sistema di interconnessioni molto superiore a quello di un altro essere umano. È iperconnessa e quindi ogni sollecitazione (colori, odori, rumori, tatto) è amplificata all’ennesima potenza. Questo spesso vuol dire doversi chiudere in se stessi perché tutto fuori è ‘troppo’ intenso, ma in rari casi di autistici ad ‘alto funzionamento’ come Tammet significa portare questo modo di percepire le cose all’esterno: «Quando moltiplico due numeri fra loro, vedo forme e trame. L’immagine inizia a cambiare, a evolvere e una nuova forma emerge dalla loro simbiosi». È così che Tammet visualizza la soluzione di una moltiplicazione. Sono i numeri a fornirgli la soluzione, non sta a lui cercarla. Numeri così costituiti hanno emozioni e personalità e, da questa descrizione, chi potrebbe metterlo in discussione?


Negli ultimi decenni l’autismo, anche grazie alla narrativa e al cinema (Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon è uno dei casi letterari più noti, senza tralasciare Rain Man per il cinema o la serie TV Atypical, appena sbarcata su Nexflix) è uscito dal limbo in cui era recluso, iniziando a essere percepito non solo come qualcosa di possibile, ma addirittura comprensibile, aiutandoci a capire limitazioni e genialità di questa condizione, senza dimenticare che, come ogni essere umano, anche una persona autistica ha bisogno del contatto con gli ‘altri’, anche se utilizza una lingua (emotiva e sensoriale) completamente diversa.

La grande potenza degli scritti di David Tammet sta nel farci da traduttore simultaneo fra i nostri numeri e i suoi, fra il nostro modo di vedere il mondo e il suo, un luogo dove una persona può non emettere alcuna emozione e un silenzio esserne colmo. Sarà perché l’autore stesso è un provetto traduttore, sarà perché parla 11 lingue, ma scoprire che il mondo dei numeri ha una sua intrinseca sfera emotiva di cui qualcuno ci può narrare, riempie di gioia e curiosità per un territorio cui possono accedere solo pochissimi esploratori. Almeno per ora.

domenica 3 settembre 2017

Lettere a un giovane scrittore: da Rilke a McCann, tutti consigli per trovare, da soli, la propria voce.








Il 17 febbraio 1903 Rainer Maria Rilke scrive a una lettera a un giovane poeta che gli aveva inviato i suoi versi in lettura. Rilke glieli restituisce, schernendosi dal ruolo di critico («Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico») e ancor più da quello di ‘promotore’ della presunta capacità letteraria del giovane poeta. Ciò che regalerà però a Franz Xaver Kappus (questo il nome del giovane autore) sarà il privilegio di un consiglio sincero: «Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice ‘io devo’ questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità».




È da qui che parte anche Colum McCann, scrittore irlandese, trapiantato a New York, vincitore del National Book Award con il romanzo Questo bacio vada al mondo intero (Rizzoli - 2010), per il suo ultimo lavoro Letters to a young writer (Random House - 2017). Guardare dentro se stessi, perché nessuno può capire se una persona è fatta per la scrittura se non la persona stessa. Ciò che un altro autore può fare per chi sta ancora trovando la misura del suo scrivere è aiutarlo a capire dove si nasconde ciò che McCann definisce «the spark». La scintilla da cui partire per costruire la sua storia. 
È quello che McCann cerca di fare con le sue classi (docente al prestigioso e ambitissimo corso di Creative Writing dell’Hunter College di New York, lo stesso dove insegnano Zadie Smith, Jonathan Safran Foer, Salman Rushdie e Toni Morrison) ed è quello che cerca di offrire al lettore con questo ‘piccolo’ libro dall’ampio respiro che affronta tutte le domande che uno scrittore (giovane o vecchio che sia) si è già posto migliaia di volte nella sua testa, foraggiando le sue paure. 

Perché si scrive? Di cosa si scrive? Quando, dove, di chi e soprattutto come si scrive? Senza dimenticare speranze, ossessioni, ansie e fallimenti (tanti) che ogni scrittore che si rispetti colleziona compulsivamente. E se molti dei consigli che leggerete in Letters to a young writer sono già noti a chi si cimenta con la maratona dello scrivere (chi è un velocista per natura, rischia cocenti delusioni), la capacità di McCann di condensarli in poche frasi, che si conficcano nella memoria del lettore come puntelli sicuri per continuare l’arrampicata narrativa, è rara quanto il suo amore sincero per l’ossessione dello scrivere. 


Non abbiate remore scrittori giovani e non che leggete queste righe: tuffatevi nelle parole di McCann, scelte, come lui stesso consiglia, con attenzione maniacale: «l’unica cosa che dovrebbe precedere o seguire una buona frase è un’altra buona frase» a formare una melodia, la musica delle parole che nasce dalla musica umana, di cui è solo un riflesso. Per arrivare a questo punto, c’è una sola strada: esercizio e qualche revisione di regole auree della scrittura. Vi ricordate: ‘scrivete di ciò che conoscete’? Beh, McCann va un po’ più in profondità: «Don’t write what you know, write toward what you want you know». Non limitatasi quindi a ciò che conosciamo, ma iniziare un viaggio in direzione di ciò che vorremmo conoscere. Investigare, domandare, mettere e mettersi in discussione. E questo va fatto anche con i personaggi delle storie che vorremmo scrivere. Di loro dobbiamo sapere tutto, non soltanto ciò che ordineranno per colazione, ma anche ciò che avrebbero voluto ordinare. Dove sono nati, qual è il loro primo ricordo, come attraversano la strada, perché hanno sempre dello sporco sotto le unghie, per chi voterebbero alle prossime elezioni, cosa li spaventa, per che cosa si sentono in colpa. Come riuscirci? Camminare con loro per un po’, farseli amici e nemici, discuterci e infine: «write them real». 




E la trama? Punto su cui agenti e editori non fanno che insistere: una trama solida, è da lì che parte tutto. Non secondo McCann: la trama è importante certo, ma è sempre a servizio della lingua. Non è tanto importante quello che accade, ma come accade e il ‘come’ è strettamente legato al linguaggio scelto dallo scrittore per catturare l’azione. Ricordandosi che, mentre nei film siamo alla ricerca dell’azione, nei romanzi siamo alla ricerca della contraddizione e niente può essere più spettacolare di una completa mancanza di azione se supportata dalla melodia del linguaggio. Qualcosa che ci faccia sentire il dolore di una domanda, di un cambiamento. Qualcosa che ci faccia sentire realmente vivi, magari rovistando nella saggezza di Stephen King: «Plot is, I think, the good writer’s last resort and the dullard’s first choice» [1]




 [1] = La trama è, io penso, l’ultima risorsa di un bravo scrittore e la prima scelta di uno stupido.




domenica 30 luglio 2017

La notte di mezza estate di Filippo Tuena

Sogno di una note di mezza estate è la fucina in cui William Shakespeare ha iniziato ad allenare il proprio talento. Scritto dal Bardo negli ultimi brandelli del XVI Secolo, in corrispondenza con la fine del Rinascimento letterario italiano e l’inizio di quello inglese, Sogno di una notte di mezza estate presenta al lettore (e allo spettatore, trattandosi di una pièce nata per la rappresentazione) molti dei temi cari a Shakespeare, che ritroveremo in quasi tutte le opere successive: l’amore, la gelosia, il tradimento, il magico, il teatro nel teatro.



Diverse le linee narrative che si incontrano e si sovrappongono nel testo: le tre coppie Teseo/Ippolita, Ermia/Lisandro e Elena/Demetrio, che si inseguono alla ricerca del vero amore; la coppia soprannaturale Oberon/Titania (re e regina delle fate), che spia gli esseri umani, ordendo trame machiavelliche alle loro spalle, realizzate dal ‘fidato’ e assai sbadato Puck; gli attori improvvisati, che tenteranno di mettere in scena la tragedia di Piramo e Tisbe, riuscendo solo a ingarbugliare ancor di più la storia.



In pochi avrebbero osato aggiungere un altro strato a questo millefoglie letterario. Uno di questi indomiti avventurieri della penna è di certo Filippo Tuena che, con il suo Com’è trascorsa la notte (edito da Il Saggiatore), somma sogno a sogno, realizzando un atto di fede e di amore per il lavoro di Shakespeare. E se il sogno di Tuena ha una precisa ambientazione (dove il narratore invita la sua amata ad assistere alla straordinaria rappresentazione del testo Shakespeariano): «un palazzo lussuosissimo ricco di saloni e gallerie, torri e terrazze, giardini e fontane», allo stesso tempo questo luogo diventa un fondale trasparente che l’autore può materializzare a comando, avvertendoci che è: «un palazzo in cui vediamo l'insieme e il particolare, ne siamo fuori e ne siamo dentro».


Utilizzando una scrittura dodecafonica a più voci, Tuena mostra di preferire il dialogo con il lettore alla stesura di una vera e propria narrazione, ampliando la semplice riscrittura con la continua esplosione di punti di vista differenti che frantumano e ricostruiscono la trama del bardo come se avessimo a che fare con i resti di un vaso della Magna Grecia a cui manca sempre un pezzo. Ma ciò che conta non è trovarlo, esso non esiste.  

E se ogni frammento è un personaggio, con ognuno di loro l’autore sembra essere in lotta per avere la possibilità di interrompere la rappresentazione e interrogarsi sulle ragioni delle loro azioni e sul valore della loro (e nostra) esistenza.


Gli amanti del testo originale non rimarranno comunque delusi. Rincontreranno l’impareggiabile Puck, rapido, dispettoso, maestro dello sberleffo, che versa sugli occhi dei personaggi dormienti il succo del fiore viola, facendoli innamorare solo per generare bisticci, inganni e travestimenti. Tutto pur di avere una scusa per parlare al ‘suo’ pubblico. E se questo turbinio spaventasse il lettore, potrà sempre nascondersi nella saggezza inattesa di Bottom: «so che il sogno di questa prima notte d'estate mi sfuggirà come fuggono i pensieri e le memorie» e dei suoi giochi di parole: «sono stato oggetto d'amore, assoluto, incondizionato, immeritato. Ho toccato il fondo col fondo» (perché Bottom in inglese significa appunto ‘al fondo’).



Con questo libro Filippo Tuena crea una tessitura ardita e complessa, che rende, man mano che il libro procede, sempre più ardua anche la prova del lettore. Se saprà essere tenace, avrà in cambio il privilegio di visitare il luogo dove s’incontrano fantasia e realtà, un territorio magicamente neutro (pensiamo oltre a Shakespeare a quelli sapientemente disegnati da Pirandello o da Tabucchi) di cui nessuno, fino a ora, ha saputo disegnare i confini, ma sulla cui esistenza non abbiamo dubbi.

Come ci rivela l’autore di Com’è trascorsa la notte: «il desiderio rende vera la persona che immagina».

 

domenica 23 luglio 2017

Luglio? Libromercato e mitologia editoriale



E sì, l’estate è il momento ideale per cambiare casacca non soltanto per calciatori, ma anche per direttori editoriali, editor e intere case editrici che in questi mesi stanno riconfigurando il loro assetto proprietario in vista delle sfide dell’autunno. La grande fusione Mondadori-RCS ha avuto come effetto positivo la riattivazione di un mercato che, solo pochi mesi fa, sembrava destinato a vegetare in un asfittica e continua recriminazione verso quello che non aveva: lettori forti, storie di qualità, best seller, internazionalità, un sistema concorrenziale equilibrato. Nulla è cambiato: solo il 5,7% dei lettori italiani legge più di un libro al mese e la percentuale di italiani che legge almeno 3 libri all’anno non supera il 20%, mentre gli editori nostrani continuano a dare la caccia a uno scorbutico e cangiante grosso animale dal vello d’oro chiamato best seller, credendo che, come quello rubato da Giasone, sia in grado di sanare tutte le ferite del mercato editoriale italiano in un sol colpo, pardon titolo.


Il mercato italiano del libro rimane piccolo e chiuso su se stesso, con autori spesso più interessati al loro profilo facebook che alla solidità delle storie che danno alle stampe, eppure, citando un autore che ha rinnovato con la sua scrittura la sceneggiatura internazionale (James L. Brooks): Qualcosa è cambiato. O almeno sembra stia cambiando a giudicare dai movimenti che si stanno succedendo a ritmo accelerato nell’editoria italiana. Partiamo dall’agguerrita e abilissima Elisabetta Sgarbi e dalla sua Nave di Teseo che ha da poco acquisito il 95% di Baldini & Castoldi, storica casa editrice milanese fondata nel 1897, guidata da Alberto Rollo (ex-direttore letterario della Feltrinelli), che si appresta a lanciare a settembre l’inedito di Giorgio Faletti (L’ultimo giorno di sole) a 15 anni dalla pubblicazione di Io uccido. Proseguiamo con la nuova joint venture fra De Agostini e l’iberica Planeta (primo editore internazionale di libri in lingua spagnola) che punta a rilanciare la case editrice romana fondata nel 1901 dal geografo Giovanni De Agostini e per questo ha chiamato l’ex editor della narrativa Rizzoli Stefano Izzo alla guida della rinascente collana di narrativa italiana.  E se non bastasse questo a far sperare in qualcosa di più di un semplice ‘libromercato’, osserviamo cosa accade in casa HarperCollins, una delle realtà editoriali più importanti al mondo, le cui radici partono dal lavoro dei fratelli Harper a New York nel 1817, dove è arrivata da poco Sabrina Annoni come direttore editoriale, dopo una lunga esperienza in De Agostini, Mondadori e RCS, con l’obiettivo di far uscire 60 titoli all’anno di cui almeno il 60% di narrativa.


Se a questo uniamo l’attesa per la riorganizzazione dello storico marchio Bombiani, fondato da Valentino Bompiani nel 1929, acquisito a fine 2016 da Giunti e affidato all’ex editor Mondadori Giulia Ichino, nonché la rivitalizzazione di Marsilio, anch’esso uscito da poco dal controllo Mondadori- RCS, che ha affidato la narrativa italiana a Chiara Valerio, appena uscita dalla sua esperienza di curatrice della prima edizione di Tempo di Libri, potremmo cominciare a pensare che l’asfissia stia per esaurirsi in se stessa, come dovrebbe essere, e forse tutto questo movimento porterà a nuove idee e (perché no) alla scelta di autori non di best seller, ma capaci di portare nuove sfumature alla narrativa italiana, speriamo non di grigio!

domenica 16 luglio 2017

Un innamoramento a prima lettura: La quarta parete di Sorj Chaladon


«Ti amo non per chi sei, ma per chi sono io quando sono con te». È facile estendere la sintesi che Gabriel García Márquez fa dell’amore alla lettura. Se pensiamo ai libri che abbiamo amato, ci potremmo rendere conto che non è la storia in sé o uno dei suoi protagonisti a legarci indissolubilmente a quel titolo, ma ciò che abbiamo provato mentre lo leggevamo. Amiamo i libri non per i libri in sé, ma per chi diventiamo mentre siamo con loro


È quello che mi è accaduto leggendo La quarta parete di Sorj Chaladon (Keller editore), in cui il teatro, con la sua capacità di far apparire dal nulla (e con la stessa naturalezza distruggere) la parete che divide spettatori e attori per la reciproca salvezza mentale e morale, è il protagonista di un romanzo in cui due ragazzi (Georges e Samuel) cercano di mettere in scena l’Antigone di Jean Anouilh tra le strade di una Beirut in guerra


Per realizzare questa folle impresa sarà necessario patteggiare una tregua di poche ore e scegliere un cast che possa dare voce a tutte le fazioni in campo. Antigone assume così le sembianze di una palestinese sunnita, Emone è impersonato da un druso dello Shuf, Creonte, re di Tebe e padre di Emone, da un maronita e le guardie da sciiti. Tutto pur di realizzare il sogno di Samuel (regista greco scappato alla dittatura che «temeva le certezze, non le convinzioni»), diventato missione per Georges (adoratore del teatro, «un gigante che ferisce a morte tutto ciò che colpisce»), pronto a trasformare l’impossibile in normalità pur di realizzare l’idea dell’amico, sua antitetica metà: «Lui l’allegria, io la tristezza. Lui il cuore in primavera, io la gola in autunno».  


La narrazione, ambientata nel 1982 in Libano, è quanto mai attuale, portandoci a osservare un fondale fatto di orrore quotidiano che potrebbe essere quello dell’Afghanistan o dell’Iraq dei nostri giorni. Eppure non riesce a intaccare (ed è qui la scommessa più rischiosa e interessante del romanzo) le convinzioni dei due protagonisti.  Con un ritmo incalzante, costruito su un continuo avanti e indietro dai ricordi di Georges, come se il tempo fosse un elastico che l’autore stringe fra pollice e indice, tendendolo e rilasciandolo a suo piacere, La quarta parete attrae il lettore nelle sue maglie senza possibilità di fuga. Lo fa con parole di seta, davanti alle quali restiamo storditi e compiaciuti, spettatori soddisfatti di un prestigiatore narrativo così bravo da convincerci della normalità del mosaico narrativo che ha costruito per noi.

Sorj Chalandon è stato per trent’anni corrispondente di guerra per Liberation, annotando e distinguendo sul suo taccuino fatti e emozioni: «In Libano il mio taccuino era aperto su due pagine, su quella destra scrivevo i fatti, registrando la realtà come la vedevo; su quella sinistra annotavo invece le emozioni e le reazioni più intime a quello che avevo vissuto. Questo libro (La quarta parete ndc.) raccoglie tutte le pagine sinistre dei miei taccuini» [1]
Dobbiamo essere grati a quelle pagine sinistre, perché ci hanno regalato un libro su cui sarà impossibile per il lettore non sottolineare passi e annotare riflessioni, ponendosi domande sulla quarta parete dietro cui ci nascondiamo per illuderci che la vita che ci scorre davanti non sia anche un frammento della nostra. 


 [1] - estratto da un’intervista a Sorj Chalandon per il Premio Letterario Tiziano Terzani, assegnato nel 2017 a La quarta parete – fonte: Adnkronos. 

domenica 9 luglio 2017

La più amata? Pareri discordi anche in casa Ciabatti


(Intervista a Teresa Ciabatti pubblicata su Sul Romanzo il giorno prima dell'assegnazione del Premio Strega)


La più amata (Mondadori) di Teresa Ciabatti, finalista nell’edizione2017 del Premio Strega, è forse il libro più discusso dell’anno per la capacità della narratrice di mettere a nudo quella che i più hanno interpretato come la sua vita (di ragazzina prima e giovane donna poi) alle prese con un padre ingombrante.
Ma è davvero così? Oppure il romanzo si fonda sulla decisione dell’autrice di farsi sostanza da cui partire per costruire ogni personaggio? Da qui abbiamo iniziato il nostro scambio con Teresa Ciabatti.
Mi piacerebbe iniziare dalla frase che lei ha inserito in apertura del suo romanzo. È una citazione da Pastorale americana di Philip Roth: «Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male e poi male e, dopo un attendo esame, ancora male». Ne La più amata, mi è sembrato di scorgere lo stesso approccio nel disegnare i personaggi, a partire da se stessa. Capirli male e poi perseverare, enfatizzando tutti i comportamenti che confermano questa visione. È così?
Ammesso che ci sia corrispondenza fra voce narrante e autrice – quanta? Ha importanza? – le due, una dentro, l'altra fuori dal romanzo, compiono lo stesso movimento che ripetono con ostinazione. Tentativi per scoprire il vero, anni e anni di tentativi, fino alla resa, ovvero l'ammissione che la verità è impossibile, e La più amata ne è la prova: alterazione della verità, manipolazione forse psicotica, di sicuro parziale, spesso fasulla. Sulla quarta di copertina c'è scritto «un'autofiction sincera», non lo è.


La figura di suo padre, Lorenzo Ciabatti, domina questo romanzo, come se il narratore avesse deciso di farne il suo Everest, agognato e irraggiungibile. Lo stuolo di assistenti, pazienti e concittadini che lo onorano si unisce ai suoi familiari, che fanno di tutto per essere amati da Lorenzo, senza mai avere il coraggio di avvicinarsi a lui veramente. Lo osservano, lo giudicano, lo temono, ma non riescono mai a rompere la barriera invisibile e spessa che li separa. Ci provano davvero e lui glielo avrebbe mai permesso?
La vicinanza è una questione di istanti. Per quanti istanti siamo realmente vicini a qualcuno? Che sia nostro padre, nostra madre, nostro figlio. Con questo romanzo ho provato a sperimentare le variazioni continue di distanza, cercando di cogliere l'attimo di massima vicinanza, quasi di sovrapposizione. In prossimità, al quasi vicino, il romanzo rallenta. Rallenta sui gesti di tenerezza, sul resto procede veloce, quasi per accumulo. Accumulo di situazioni, giorni, anni, persone, oggetti. In questo libro conta molto la proprietà, è tutto appropriazione indebita. Lo è il libro in sé: io che mi appropprio della vita dei miei genitori e la racconto a mio piacimento.
 
Nelle descrizioni di Lorenzo, il lettore percepisce un occhio giudicante che non perdona, come se un fiume di risentimento scorresse sotto la struttura narrativa del romanzo decidendone il percorso. Andando avanti nella lettura però ci si rende conto che questo astio si irradia a chiunque venga a contatto con Lorenzo, diventando un virus cui nessuno sa opporsi. Questa debolezza congenita viene giudicata dall’io narrante con maggiore durezza?
Non c'è risentimento. O meglio c'è quanto ci sono amore e gratitudine. È lo sguardo mutevole, la perenne oscillazione del'io narrante tra dubbio e illusione a dare forse l'idea di giudizio. L'io narrante giudica, e un attimo dopo assolve. Attribuisce colpe, poi se le prende. Tutto dura pochissimo, le posizioni conquistate vengono subito ribaltate. Il presupposto dunque è una voce inquieta, non credibile, che rende ogni cosa incerta. Se stessa, il padre. Persino la testolina di polistirolo: è un giocattolo?


C’è un momento nel romanzo in cui lei ricorda quando Lorenzo Ciabatti raccontava un aneddoto della sua esperienza in USA, favoleggiando di incontri con attrici come Marilyn Monroe. La Teresa Ciabatti personaggio chiedeva a suo padre: «Le somiglio un po’?» Suo padre la scrutava con molta attenzione, come se non l’avesse mai vista prima, e ogni volta le rispondeva: no. C’era realmente l’intenzione di ridimensionare le aspettative di una figlia senza rendersi conto del dolore che poteva generare?
Non può essere dolore scoprire di non somigliare a Marilyn Monroe. La risposta sincera – tipica di chi si rapporta ai bambini come se fossero adulti (giusto, sbagliato?) – diventa addestramento al mondo. Rientra nell'educazione, non quella intenzionale, ma quella spontanea legata al carattere dei genitori, l'impronta. 
Questo romanzo deriva dalla domanda «somiglio a Marilyn Monroe?», e dalla risposta «no».
 
Leggendo il romanzo si ha l’impressione che lei abbia preso in mano l’album di famiglia e, fermandosi su ogni foto, abbia creato un frammento della storia. È così che ha ricostruito gli eventi che hanno preceduto la sua nascita?
Ho pochissime foto dei miei genitori, e anche di me bambina. Scrivere La più amata è stato ricostruire immagini che non c'erano, riprendersi la memoria.

Arriviamo a Francesca, sua madre. Pura, buona, ottimista. Lei scrive: «per Francesca Fabiani ogni cosa è bene». All’inizio della narrazione sua madre appare il monolitico antagonista di suo padre, eppure anche lei ha delle colpe. Prima fra tutte quella di non essersi opposta a suo padre? Mi viene in mente l’episodio della corsa in auto e del vestito verde di Pierre Cardin.
Francesca Fabiani non è il bene, tanto quanto Lorenzo Ciabatti non è il male. Non c'è opposizione netta, ma continuo scambio di ruoli, andirivieni reciproco fra bene e male. L'intera famiglia, quasi come un unico corpo, ondeggia tra luce e ombra.
 
Come si sta preparando per la serata finale del Premio Strega?
Volevo comprarmi un vestito verde. Non l'ho fatto.

domenica 2 luglio 2017

Premio Strega 2017: a 4 giorni dal verdetto




«L’attesa è una catena che unisce tutti i nostri piaceri». Parola di Charles-Louis de Montesquieu. Chissà se la penseranno allo stesso modo i cinque finalisti del Premio Strega 2017 che, fra 4 giorni, scopriranno chi fra loro potrà sollevare la mitica bottiglia di liquore beneventano, diventando lo scrittore italiano più urlato dai media e dalle fascette del libro vincitore della LXXI edizione del più famoso premio letterario italiano.

Ecco i nomi (e cognomi) che fanno parte della magica cinquina (nell’ordine decrescente di voti ottenuti per entrarvi): 
Paolo Cognetti, con Le otto montagne (Einaudi);
Teresa Ciabatti, con La più amata (Mondadori);
Wanda Marasco, con La compagnia delle anime finte (Neri Pozza);
Alberto Rollo, con Un’educazione milanese (Manni);
Matteo Nucci, con È giusto obbedire alla notte (ponte alle Grazie) 


Pronostici, vaticini e analisi storiche degli autori (e soprattutto delle case editrici) premiati negli ultimi anni, ci assicurano che la partita si giocherà tutta ai primi due posti in classifica e quindi in casa Mondadori (sua anche Einaudi), ma quest’anno Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci, promette colpi di scena. 


Per la LXXI edizione dello Strega è cambiato il sistema di voto dopo anni di polemiche sulla possibilità per i grandi editori di influenzare il risultato del premio. Ai 400 voti degli Amici della domenica, si aggiungeranno non solo i 40 lettori forti selezionati dall’ALI e i 20 voti delle biblioteche di Roma, ma anche 200 voti espressi da studiosi, traduttori e intellettuali italiani e stranieri selezionati da 20 Istituti Italiani di cultura all’estero. Basterà a rompere gli equilibri editoriali? Vedremo, ci piace pensare che questa iniezione di voti possa aumentare l’attenzione su cosa dovrebbe essere valutato in questo premio: i libri, indipendente da chi li ha scritti e da chi li ha pubblicati. 
Veniamo allora ai due romanzi favoriti. 




Le otto montagne è ormai un caso letterario (anche internazionale, con diritti venduti in più di trenta Paesi) e si è già aggiudicato il Premio Strega Giovani, conquistando il maggior numero di voti in una giuria composta da ragazzi tra i 16 e i 18 anni. È «la storia di due amici e una montagna», così la definisce l’autore che, con questo libro, punta a far uscire la montagna da uno stereotipo di luogo incantato per trasformarla in fondale vivente, spesso decisivo, nella storia di un’amicizia tutta al maschile. Sulle orme di Twain, London Stevenson, senza dimenticare chi della montagna ha fatto il protagonista di una storia inimitabile (Thomas Mann), Cognetti trasforma ogni arrampicata del protagonista in un gate fra il ‘fuori’ e il ‘dentro’, dimostrando che l’immagine che abbiamo di noi stessi è spesso assai diversa dai bisogni che ci spingono a prendere le nostre decisioni.

La più amata è un caso letterario che si fonda sulla capacità dell’autrice (Teresa Ciabatti) di farsi personaggio. Non solo nel suo romanzo autobiografico (è lei La più amata del titolo), ma anche all’esterno, alimentando, con la sua vita di estremi e apparenti ‘false partenze’, l’insaziabile sete di vita vissuta che i media (e noi dietro di loro) autoalimentano. In questo romanzo, Ciabatti passa in rassegna i propri ricordi come se fossero fotografie scolorite e sconosciute, da cui provare a inventare una storia che rappacifichi i suoi demoni. L’esperimento non è completamente riuscito. La narrazione prosegue spesso per ridondanze, accompagnata da una prosa fin troppo neutra. 

In attesa del 6 luglio, quando al Ninfeo di Villa Giulia a Roma sarà proclamato il vincitore del premio Strega 2017, noi lettori non possiamo far altro che ricordare agli autori l’idea di scrittura che difendeva Kafka, estremista dell’autodisciplina e per nulla amante dell’autore-personaggio: «Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te».  

domenica 25 giugno 2017

San Siro: Io, Tiziano e alre 49.999 persone



Io non amo il calcio. Sarebbe più corretto dire che non lo conosco. A casa mia il calcio era visto alla stregua dei giochi gladiatori, un intrattenimento che si basava sulla necessità ‘presunta’ di ogni essere umano di scaricare rabbia e gioia come se non vi fosse un domani.

L’idea che ne avevo era stretta in un paio di righe degli Annales di Tacito in cui si descriveva la sanguinosa faida nata fra pompeiani e nocerini nel 59 a.C. durante uno scontro fra gladiatori. Vere e proprie tifoserie avverse, per loro passare dall’orrore verbale a quello fisico era naturale, tanto che lo stesso Tacito descrive le mutilazioni che i tifosi si infliggevano a vicenda come un passaggio necessario per difendere l'onore dei 'loro' campioni. È inutile dirvi che questa convinzione non mi aprì le porte delle relazioni sociali. Essere l’unico che non scambiava le figurine dei calciatori, che non giocava a calcetto e che non aveva alcuna idea di cosa sia un fuori gioco, ha influito sul mio livello di popolarità, privandomi di quel senso di appartenenza su cui si fondano le tifoserie. 


Poi è arrivato San Siro e un concerto, in una sera di giugno milanese in cui ti senti come Wile E. Coyote, il personaggio dei cartoni della Warner Bros, fermo con sguardo rassegnato ad aspettare che l’ennesima incudine di afa di schiacci la testa. In quei momenti qualsiasi miraggio è benvenuto, anche se digitale, così una cascata d’acqua proiettata su un maxi schermo può bastare a risvegliare i sensi. Chitarra, sintetizzatore, basso, batteria. Energia che si diffonde sulle migliaia di persone che sono sedute vicino a te, riaccendendole come se avessero un interruttore sulla pancia che solo la musica può spostare su ‘ON’.


Sul palco Tiziano Ferro, la voce potente, perfetta, ma c’è di più. Testi che si conficcano nella memoria e spingono per uscire dalle labbra dei 49.999 esseri umani che sono intorno a te, tutte assieme, tutti insieme a cantare anticipando le parole che Tiziano lascia al suo pubblico. Così siamo diventati una comunità: tre, forse anche quattro, generazioni a urlare, a urlare, ballare, applaudire, sorprendersi all’unisono. Annientati e potenziati dall’essere collettivo di cui facevamo parte (San Siro), abbiamo capito che stavamo vivendo uno di quei rarissimi frammenti del presente di cui ci saremmo accorti e persino ricordati.


Citando Nick Hornby che citava John Donne: «Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto». Chissà se San Siro e Tiziano riuscirebbero a far cambiare gli inglesi sulla Brexit? 

domenica 18 giugno 2017

Lo scrittore preoccupato di Elizabeth Strout


Esattamente un anno fa iniziavo a raccontarvi il mio ‘innamoramento’ per Elizabeth Strout e il suo Mi chiamo Lucy Barton, un romanzo in cui la protagonista (Lucy) racconta, in prima persona, una sua convalescenza in ospedale negli anni ’80. La degenza e le visite di una madre tutt’altro che convenzionale, costringeranno Lucy a un viaggio in se stessa da cui il narratore estrarrà per il lettore alcuni ricordi. Non sono ricordi felici, ma sono quelli più intimi, quelli che i personaggi della Strout sono così abili a nascondere agli altri e al contempo a vivisezionare continuamente per se stessi. Ricordi che rimbalzano su vite comuni e ben organizzate, come biglie d’acciaio in un flipper. 

La casa editrice Viking ha ora pubblicato in USA Anything is possible, una raccolta di racconti con cui Elizabeth Strout ridà vita al personaggio di Lucy Barton. Questa volta però il punto di vista si frammenta, accompagnando una moltitudine di personaggi che hanno in comune Lucy e il paesino (Amgash – Illinois) in cui Lucy è nata e cui ritorna suo malgrado. Con Elizabeth Strout, Lucy condivide la professione, entrambe scrittrici affermate, le origini, entrambe nate in un paesino lontano da tutto (la Strout è però nata nel Maine) e il piacere di camminare per ore nelle campagne intorno ai loro luoghi natii senza incontrare anima viva. Lucy diventa in Anything is possible una di noi. Spia la fauna umana che popola Amgash e tenta una loro classificazione accorgendosi che è impossibile. 

In un articolo di qualche giorno fa sul Guardian, Elizabeth Strout ci dice che proprio in questo, nella creazione dei suoi personaggi e dei punti di vista che essi possono far intravedere al lettore, si annida la sua passione per scrivere. Se la piccola Elizabeth camminava senza meta nei boschi del Maine, sentendosi più uno spirito che una persona, imparando così a osservare i particolari della Natura e a dilatare il tempo a suo piacere, crescendo ha iniziato a sentire la mancanza delle persone.  Si è cominciata a porre una domanda: “What did it feel like to be someone else?” Come ci si sentirebbe ad essere qualcun altro?  Su questa domanda si è incastonata l’ossessione per la scrittura di Elizabeth Strout. Non poteva accettare di vedere il mondo esclusivamente dal suo punto di vista, non era abbastanza. Per questo ha iniziato a crearne altri, sviluppando un’abilità a penetrare nei pensieri dei suoi personaggi, strato dopo strato, così da mostrarci la materia che impasta e sporca le loro vite: la paura.  Una paura compressa, urlata, usata come arma per colpire gli altri o se stessi, ma comunque potente e multiforme.


Con questa stessa paura ha a che fare lo scrittore. Paura di non essere apprezzato, letto, capito. Paura di ferire persone con quello che scrive.  Paura di rivelarsi troppo agli altri. Blocchi che anche Elizabeth Strout ha imparato a superare (è lei stessa a raccontarcelo), realizzando che era sempre stata “too careful for a long time”. Troppo attenta a non ferire se stessa e gli altri, troppo cauta nello scavare nelle miniere dei personaggi, troppo preoccupata dagli esiti di questi scavi. Quando ha provato a scrivere e basta, i continui rifiuti (Elizabeth Strout ha iniziato a essere presa in considerazione come autrice dopo numerosi tentativi e solo superati i quarant’anni) sono diventati dimostrazioni d’interesse prima e pubblicazioni poi. 


Siete avvisati aspiranti scrittori preoccupati in ascolto: don’t be too careful, parola di Elizabeth Strout.