domenica 19 febbraio 2017

L’orso affamato e Il corvo buongustaio

Ieri mattina, all’alba, perlustravo la cucina come un orso miope alla ricerca di miele. Qualcuno aveva interrotto il mio letargo e mi aveva rubato gli occhiali. Un orso nervoso, si sa, non è mai un buon inizio. Un orso nervoso cieco più di Milton e Joyce messi assieme, può diventare un cataclisma. 

Ciotole, cucchiaini, barattoli, strofinacci, tutto finiva per terra a rallentatore, ma del miele nessuna traccia. Lo stomaco protestava e la testa scoppiava, tutto per colpa di un ospite indesiderato che aveva fatto il nido sul mio collo. Un corvo. Non pensate a quello del poema in versi di Poe, né a quello de La macchia umana di Philip Roth, no, il mio corvo era più vicino a quello di Lewis Carroll in Alice nel paese delle meraviglie. Avete presente quando il Cappellaio Matto chiede ad Alice: «Why is a raven like a writing desk?» (Perché un corvo è come uno scrittoio?). Ecco, l’uccellaccio che mi aveva svegliato, iniziando a beccarmi il collo come se volesse staccarlo dal resto del corpo, era come il corvo del Cappellaio Matto. Un depistaggio, quel tipo di riferimento letterario che sembra totalmente folle e che fa innervosire il lettore, spingendolo a girare pagina alla ricerca del filo narrativo che lo porterà in quel verosimile cui tanto è affezionato. Ma è proprio nel dettaglio più incomprensibile che spesso si nasconde la verità e poi il corvo si stava impegnando così tanto nel suo lavoro che mi sembrava poco cortese scacciarlo. 

Mi sono trascinato verso una lunga chaise longue ricoperta da una ipnotica tappezzeria a quadretti bianchi e neri, in modo da far cadere la mia testa su qualcosa di morbido, non appena il corvo avesse finito il suo lavoro. Gli orsi semi addormentati hanno la stessa eleganza di un gruppo di Capponi di manzoniana memoria (ve li ricordate? Legati per le zampe e trascinati a testa in giù da un Renzo agitato?). Per questo, finire muso a terra a contemplare le venature del parquet, a pochi centimetri dall’agognata chaise longue, non mi è sembrato un cattivo risultato. In fondo mi stavo riposando e al corvo era bastato conficcare il becco in profondità nella mia carne per non perdere la sua posizione. Sentivo che il becco aveva quasi compiuto il suo lavoro, solo un paio di colpi e… nulla, il corvo aveva lasciato la presa. Aveva rinunciato? 


Non io mio corvo! Qualcosa doveva aver attirato la sua attenzione, ma non c’erano altri colli in giro da beccare, non aggrovigliati e ricolmi di vertebre succulente come il mio, di questo ero certo. Stavo per convincermi che il corvo avesse trovato la soluzione alla domanda del cappellaio matto e fosse andato subito a vantarsene con il gruppo di sostegno per ‘corvi beccatori di colli altrui’ a cui era affiliato, quando un colpo secco mi ha liberato da una delle vertebre cervicali. È rotolata a terra, lasciando dietro di sé un siero biancastro, sembrava una lumaca senza corna. Il corvo ha cominciato a rincorrerla e l’ha ingoiata. 
«Com’è?» Ho chiesto ansioso. Il corvo si è girato verso di me, pulendosi il becco con le ali. 
«Ottima, io non mangio di tutto». 
Io sì, pensai, io sì. 
Un’ora dopo ero davanti allo specchio. Il mal di testa era sparito ed anche la fame. Dovevo proprio ringraziare quel corvo, è stato il miglior osteopata che abbia mai avuto, anche se ho avuto la lingua nera tutto il giorno a causa sua. 
Ma forse è colpa mia, io non sono un buongustaio.



domenica 12 febbraio 2017

Palindromi temporali



Un palindromo è una parola o una frase che si può leggere sia da sinistra verso destra sia da destra verso sinistra. ‘Anna’, ‘Otto’, ‘Ossesso’, ma anche intere frasi o scioglilingua a partire dai latini: ‘In girum imus nocte et consumimur igni”. Palindromo deriva dal greco antico: palindromos, ossia che corre all'indietro, composto di ‘palin’ (di nuovo, all'indietro), e ‘dramein’ (correre). Guardando Arrival il film di Denis Villeneuve, enfant prodige del cinema franco-canadese e regista del sequel di Blade Runner, ci rendiamo subito conto di trovarci di fronte a un palindromo che non si limita alle parole, ma assorbe e ingloba l’intero flusso temporale della storia narrata, sfidandoci a percorrerla in tutti sensi che osiamo scoprire fra le micro fratture delle trama.


Dodici navi aliene di pietra nera sono in sospensione su luoghi che non hanno nulla in comune fra loro, aspettando che gli esseri umani si avvicinino e riescano a comprendere qual è il messaggio di cui questi monoliti sono portatori. Per aiutare il ‘consueto’ esercito pronto a spazzare via tutto per dimostrare la superiorità della razza umana, viene chiamata una linguista e un fisico che dovrebbero scoprire le reali intenzioni degli alieni, prima che l’ansia da bombardamento compulsivo prenda il sopravvento.





Attenzione però a etichettare questo film come un Blockbuster fantascientifico sul modello di Indipendence Day, sebbene spesso oggetti di pietra dalla forma arrotondata sono entrati nell’immaginario collettivo come archetipi di vita aliena, come se solo ampliando il punto di vista ben oltre la nostra piccola sferra terraquea si potesse concepire una realtà priva dei nostri meschini spigoli comportamentali e relazionali. Il cerchio è il simbolo della perfezione ed evidentemente la specie umana soffre di forti complessi di inferiorità, perché a memoria non ricordo (ma spero di essere smentito) film in cui l’incontro ravvicinato è con una forma di vita molto più arretrata della nostra. Persino in Alien di Ridley Scott, gli xenomorfi predatori sono più veloci, forti e spesso furbi dell’uomo.

Anche Arrival risponde a questa regola. I giganteschi ‘eptapodi’ che la linguista Louise e il fisico Ian incontrano nel monolite hanno sviluppato un sistema di comunicazione basato su simboli, anch’essi sferici, che racchiudono un’intera sequenza di idee in un unico simbolo grafico.  Simboli grafici che sono mutevoli e relativi, come sono le idee che li hanno prodotti. Da qui parte la scoperta di Louise di un sistema di comunicazione che va ben oltre le parole e i simboli e se Aristotele sosteneva che “vi sono momenti indivisibili e la linea che li connette si chiama tempo”, Arrival , tratto da un racconto dello scrittore Ted Chiang, prova a dimostrare che questa linea è percorribile in entrambe le direzioni, facendo della nostra vita un palindromo temporale. 


domenica 5 febbraio 2017

Luca Mastrantonio: giornalista culturale e cercatore del sorprendente


Prima di incontrare Luca Mastrantonio, giornalista culturale de Il Corriere della Sera, mi è capitato fra le mani un suo artico dello scorso agosto, sull’uso del neologismo «webete», crasi fra ‘web’ ed ‘ebete’, che Enrico Mentana ha contribuito a far diventare virale nel 2016. Quando parliamo di webeti, ci riferiamo a chi ha reagito all’impatto della diffusione di informazioni e delle reti perdendo in intelligenza, consapevolezza e cultura. Creduloni pronti a condividere un’esperienza e una conoscenza di cui non sono mai stati davvero in possesso e che non hanno provato in prima persona. Leggendo l’articolo di Mastrantonio, attento osservatore dei tic linguistici raccolti in Pazzesco! Dizionario ragionato dell’italiano esagerato (Marsilio, 2015), mi sono venuti in mente i subprime, i prodotti finanziari costruiti su altri prodotti finanziari che poggiavano a loro volta su altri prodotti finanziari. Scatole vuote che hanno fatto crollare il sistema economico mondiale. 

Parto proprio da qui per iniziare la nostra intervista con Luca Mastrantonio: stiamo assistendo alla creazione di subprime culturali? E se sì, come possiamo evitare di ‘acquistare’ conoscenza senza contenuti? 
Penso che ancor di più oggi la testata giornalistica e la firma del giornalista possano essere due garanzie importanti, da porre sempre a verifica certo, ma requisito irrinunciabile per dare una maggiore certezza sui contenuti letti.  Per il web vale la capacità di rimandare a link puntuali e sintetici, a documenti che rafforzino quello che viene detto. Ma anche in questo caso mi fido più del fattore umano, delle persone che ci sono dietro le firme e alle testate in cui lavorano, piuttosto che degli algoritmi che in fondo rispondono a criteri quantitativi e relazionali, almeno per ora: Facebook porta su le notizie che piacciono ai tuoi contatti, non quelle verificate. Le rubo l’immagine dei subprime per gli intellettuali italiani, cui ho dedicato un saggio qualche anno fa, Gli intellettuali del piffero, il cui ruolo è mantenere un ruolo, ritagliarsi uno spazio mediatico, per il quale sono disposti a provocazioni e contraddizioni di ogni sorta. L’intellettuale impegnato non impegna più il valore delle sue opere per una battaglia pubblica, ma spesso usa l’impegno per aumentare il suo valore. Si tratta di una speculazione.
Cosa rappresenta per lei l’esperienza de La Lettura, il supplemento domenicale de Il Corriere della Sera?
È stata ed è tuttora un segnale importante. L’esperienza de La Lettura è partita nel 2011 e ha festeggiato i suoi cinque anni proprio in questi giorni. È nata da un’idea del direttore Ferruccio de Bortoli, che l’ha fortemente voluta, ma deve molto anche ai lettori che l’hanno apprezzata, è stata una sfida. Una sfida vinta con i numeri dell’epoca e rilanciata e rivinta dall’attuale direttore Luciano Fontana, quando La Lettura è diventata a pagamento. Io venni assunto dal Corriere nel 2011 proprio per la progettazione e realizzazione de La Lettura e ho avuto il privilegio di lavorare a quel progetto per 4 anni. All’inizio fu una specie di start up di linguaggi nuovi, firme nuove… dentro una struttura istituzionale come il Corriere. Un piccolo miracolo.


Cosa le ha dato umanamente questa esperienza e cosa ha ereditato, se l’ha fatto, dalla storica e omonima rivista mensile pubblicata nella prima metà del XX Secolo?
Come tutte le sfide, mi ha confermato la necessità di dover immaginare sempre qualcosa che non c’è. In questo caso è stato immaginato qualcosa che un secolo prima già esisteva, ovvero la Lettura, calandolo però in una realtà molto diversa, con bisogni diversi. A dimostrazione che fantasia, immaginazione e creatività sono necessarie ma non devono per forza concretizzarsi in qualcosa di lontano dalla tradizione, ma, come in questo caso, possono trovare in essa la fonte per una nuova modalità espressiva. 
Quando è stato contattato per questo progetto cosa ha pensato?
A un piacevole scherzo del destino. Lavoravo a Il Riformista dalla sua fondazione. Nel 2003, quando ho cominciato da stagista. Anno dopo anno, ho iniziato a curare le pagine e gli inserti culturali e di spettacolo del quotidiano arancione diretto da Antonio Polito. Si è trattato di una palestra incredibile di idee, stili e relazioni, per me e tutti i collaboratori che riuscivamo a coinvolgere. Dicevo un piacevole scherzo del destino perché mi stupì che Il Corriere della Sera volesse portare dentro via Solferino quel tipo di esperienza comunque più corsara. Il Riformista era in difficoltà e io mi ero un po’ distratto, cioè ero troppo concentrato sul lavoro, non mi stavo dando molto da fare per cercare lavoro altrove, quindi è stata una bellissima sorpresa quella chiamata. 


Nel suo libro del 2013, Gli intellettuali del piffero, edito da Marsilio, citava una frase di Vittorini “noi siamo contro gli errori, non contro le persone” come premessa a un’analisi dissacrante dell’intellettualismo dominante in Italia in cui fra ‘schizofrenia cognitiva’ e ‘ninfomoralismo’ sembrava che tutto lo spazio per la creatività fosse assorbito dall’ego degli autori, lasciando i lettori orfani di uno stimolo sincero al pensiero. Pensa che gli autori oggi siano più consapevoli dei loro errori e soprattutto abbiano interesse a mettersi in discussione? 
Grazie per aver colto il riferimento a Vittorini. Quando studiavo alla Sapienza ho amato autori come Vittorini, Pasolini, Bianciardi, studiati nei corsi che ho frequentato, per poi laurearmi con Walter Pedullà, correlatrice Mirella Serri, che ha dedicato molto tempo alle avventure intellettuali di Vittorini. Da giovane lettore di libri, saggi e riviste, seguivo con passione un po’ ingenua gli interventi e i dibattiti degli intellettuali italiani nel ventennio della seconda repubblica. Annotavo e seguivo tutto quello che di rilevante veniva detto su vari media, dai giornali ai talk show e quindi la televisione. Mettendo insieme vent’anni di ritagli, testi ed estratti di partecipazioni di questi personaggi a quella che è stata la vita pubblica nell’epoca berlusconiana, mi resi conto che avevo ben più di una raccolta di idee per le mani e così nacque questo libro, che ha provato a raccontare un ventennio di cambiamenti nelle modalità espressive e nelle prese di posizione pubbliche degli intellettuali italiani. Un ventennio che ha visto la trivializzazione delle categorie più alte della cultura italiana. Tra queste, appunto, l’intellettuale. Feticcio sempre più simile alla caricatura di C’eravamo tanto amati.
Qualcosa è cambiato in questi ultimi anni? 
Da quando è uscito quel libro a oggi il processo di ‘ombelicizzazione’ (volendo creare l’ennesimo neologismo) della figura dell’intellettuale, che oggi chiamiamo influencer, è andato avanti. Una trivializzazione anche digitale, pensiamo appunto allo ‘webete’ di cui parlavamo all’inizio. Il problema è che la figura di mediatore culturale sta oggi a metà fra il testimonial pubblicitario e il critico narciso. Questo processo va avanti in maniera euforica e dolorosa. Oggi gli influencer sono persone come Fedez o altri cantanti che sono molto abili a impegnarsi in battaglie e su posizioni che garantiscono un certo ritorno d’immagine. Concludevo il mio libro dicendo che il compito dell’intellettuale era quello di riuscire a ritagliarsi un ruolo attraverso i vari mezzi di comunicazione, oggi che questi mezzi sono a disposizione di tutti, il fine dell’influencer è divenuto la popolarità, il numero di like che ha e quindi il fine coincide spesso con il mezzo.  


Prima definiva ‘doloroso’ il processo di evoluzione della figura dell’intellettuale. Ci può dire perché?
Doloroso perché la digital-mediazione ha fatto sì che chi non è stato al passo con questi cambiamenti ha dolorosamente visto indebolirsi il proprio ruolo. Doloroso perché oggi il ruolo degli intellettuali non è più quello di un tempo e devono giocarsela con tantissime altre persone che per meriti e motivi diversi dai loro possono diventare influencer ben più importanti di scrittori, critici e giornalisti. Abbiamo assistito a un esempio lampante in America con Hillary Clinton che ha segnato l’ennesima sconfitta del ruolo degli intellettuali. La candidatura di Hillary Clinton a Presidente degli USA era appoggiata da Kardashian in su (o in giù a seconda di come si voglia considerare il peso e il ruolo di questa influencer globale), scrittori come Jonathan Safran Foer si sono impegnati in prima persona, eppure c’è stata un débâcle totale. Non è che non era stata prevista la vittoria di Trump, ma era stata derisa anche solo come ipotesi, prevedendo invece una schiacciante vittoria di Hilary. Sembra l’Italia che si sveglia con la vittoria di Berlusconi
Quanto utilizza e legge i blog letterari o a tema culturale?
Ho scoperto tardi i primi ambienti che raggruppavano i blog culturali come Clarence, ma già ai tempi de Il Riformista, nel 2005, curavo un inserto dei best of de Il Cannocchiale, una piattaforma trasversale su cui c’erano blog di varia natura. Poi ho allargato l’orizzonte a blog come Nazione Indiana, Letteratitudine e Sul Romanzo, poi Finzioni e Quattrocentoquattro… e ho notato questo: mentre all’inizio i blog facevano emergere voci che prima non trovavano spazio nelle pubblicazioni tradizionali, oggi hanno più difficoltà a percorrere questa strada, diventando ottime rassegne stampa. Penso a realtà come minima & moralia che è il dagospia della cultura italiana, raccogliendo e ripubblicando articoli e informazioni interessanti in ambito culturale già usciti altrove. Certo c’è un tasso di litigiosità altissimo fra chi scrive sui blog culturali e ‘gruppettarismo’ da ricreazione scolastica di cui farei volentieri a meno. 


Quali sono le caratteristiche che dovrebbe avere un blog per attirare la sua attenzione? 
Se è nuovo, deve subito farmi capire dal titolo di cosa stiamo parlando. Su Finzioni magazine non andrò mai a cercare come sta cambiando la cronaca politica, ma riflessioni sulle forme di rappresentazione di una storia. Se invece è una realtà che conosco già, mi soffermo sulle modalità usate per comunicare i contenuti sui social. È lì che vado a vedere cosa c’è di nuovo, valutando come i blog sanno adeguare il linguaggio al canale utilizzato. Mi piacciono i blog che lavorano per offrire una personalizzazione autentica sugli argomenti proposti. Non amo i blog ideologici o logorroici, preferendo quelli informativi ed esistenziali. 

So che lei è anche docente all’università IULM. Come ha affrontato questa sfida?
Mi sono sempre posto con curiosità. Rifacendomi al film Jules et Jim di François Truffaut, posso dire che la curiosità è un mestiere sempre attuale, il problema è trovare qualcuno che paghi le tue scappatelle intellettuali. Un altro elemento per me imprescindibile è la cura, anche perché la cura è l’area di sovrapposizione perfetta fra la mia attività quotidiana come giornalista e la necessaria profondità dei temi trattati in ambito culturale. Con i miei studenti di comunicazione e narrazione multimediale analizziamo e studiamo format complessi e innovativi come Snow Fall del New York Times. Poi mi interessa molto il nostro orizzonte percettivo. Per esempio abbiamo fatto leggere delle pagine di Fabio Volo alle persone senza rivelare il nome dell’autore verificando che in pochi erano in grado di identificarne l’origine, mettendo in scena i loro pregiudizi.

Qual è la parte più affascinante del suo lavoro?
La cosa più bella è quando puoi andare a verificare persone e fatti, trovandoti ad osservare l’inatteso. Per La Lettura intervistai Slavoj Žižek a Lubiana e quando arrivai a casa sua scoprii tante cose inattese sull’uomo. Questo filosofo di sinistra, marxista hegeliano, bene-comunista aveva un feticismo di accumulo tutto borghese in casa sua, parlava in italiano e usava la nostra lingua per raccontare barzellette sconce su Mussolini. Ricordo che si è fatto il primo selfie con me, lui che odiava i selfie. Ecco possiamo dire che il motore primo di ogni mia ricerca è il sorprendente. 


Prima di salutarla, mi piacerebbe chiederle cosa sta leggendo.

Meditazioni sullo scorpione di Sergio Solmi edito da Adelphi. L’ho iniziato a leggere in un ristorante cinese di Chinatown con Marco Cubeddu e Alcide Pierantozzi. Con il cibo cinese mi è sembrata la lettura migliore. Per me libri e persone vanno assieme. Il libro è un momento di solitudine e mi piace condividerla con altri. Parlare di libri senza altri scopi, solo per il piacere della condivisione.

domenica 29 gennaio 2017

L’arte di essere fragili di Alessandro D’Avenia e il rapimento di Giacomo Leopardi




Giacomo Leopardi per me è sempre stato uno strumento musicale. Un violino per l’esattezza. Di quelli che sanno condensare una sensazione in pochi movimenti perfetti, capaci di fermarsi per sottolineare nel più inatteso dei modi un silenzio e poi ripartire. Precisi e sinceri, a trivellare l’animo di chi è in ascolto alla ricerca di una fragilità da far germogliare in domanda. Anch’io, come Alessandro D’Avenia racconta al lettore nel suo L’arte di essere fragili (Mondadori), ho scoperto Leopardi grazie a un insegnante e alla sua mente illuminata, sebbene non l’abbia trovato in classe. Nella mia stanza di adolescente, seduto alla scrivania, avevo di fronte l’antologia di letteratura italiana e torturavo le orecchie che avevo indebitamente procurato all’innocente tomo. Sognavo un tornado salvifico che mi proiettasse in un universo parallelo in cui non mi sentissi il più sbagliato degli esseri viventi. Poi qualcuno mi poggiò la mano sulla spalla e mi chiese di leggere. Non volevo, ma ci sono persone cui non sappiamo dire di no e a volte questo è un bene. Una poesia: L’infinito. Così scoprii che «interminati spazi» e «sovrumani silenzi» non esistevano solo in me, ma anche in Leopardi e che la rabbia che sentivo crescermi dentro per la paura che non mi permetteva di muover passo o pensiero, non erano mia proprietà esclusiva. Lessi malissimo, come può leggere un ragazzo che vive come violazione ogni sua esposizione emotiva, e poi rilessi ogni parola, dentro di me e lì la melodia di Leopardi cominciò a far germogliare parole e domande che non mi hanno più abbandonato.


Molte devono aver fatto il nido anche in Alessandro D’Avenia che, nel suo L’arte di essere fragili, continua un dialogo con Giacomo Leopardi che da anni ha iniziato, facendolo conoscere ai ragazzi che si sono rincorsi nella aule milanesi dove D’Avenia insegna lettere. L’autore di Bianca come il latte, rossa come il sangue dialoga con il poeta, con questo testo in forma di epistolario lo interroga e si interroga, offrendoci un rimedio ideale per «riparare il fuoco della nostra esistenza» e presentandoci l’immagine di un Leopardi ‘predatore di felicità’: «A guidarlo era una passione assoluta. La custodiva dentro di sé e la alimentò con la sua fragilissima esistenza nei quasi trentanove anni in cui soggiornò sulla Terra; per questo ebbe un destino scelto e non subito, pur avendo tutti gli alibi per subirlo o per ritirarsi da qualsiasi passione. Fu invece un cacciatore di bellezza, intesa come pienezza che si mostra nelle cose di tutti i giorni a chi sa coglierne gli indizi». 


Polverizziamo così l’idea stantia di un Leopardi pessimista e misantropo, per scoprire l’uomo che cercava affannosamente il rapimento, manifestazione della parte più autentica di noi, quello «che sappiamo essere a prescindere da tutto», in ogni attimo della vita. Rapimento che trovava nei dolci di cui era goloso, proibiti dal suo medico, che Leopardi nascondeva sotto il cuscino per gustarseli nelle sue notturne riflessioni, ma soprattutto nella necessità di sentirsi sempre titolato «a esprimere nel silenzio del cuore ciò che più conta», ciò per cui si desidera vivere. E qui sta il merito più grande di questo epistolario che ignora spazio e tempo per far dialogare l’autore de Lo Zibaldone  con uno scrittore del XXI secolo: ricordare ai lettori che il rapimento «non è un lusso che possiamo concederci una notte all’anno, ma la stella polare di una vita». Ma per raggiungere lo stato ‘leopardiano’ del rapimento permanente bisogna scavare, a fondo, per non «restare prigionieri dei due principi che dettano il copione dell’infanzia e dell’adolescenza: il piacere e l’obbligo, motori che ci spingono ad agire per un dettato esterno e non per un fiorire interno».


E allora armiamoci di sete, una inestinguibile sete di consapevolezza, conoscenza, capacità di osservare. E se vogliamo puntare a qualcosa di davvero difficile, qualcosa che sembra essere contrario alle regole sociali in cui ci muoviamo (questo a Leopardi sarebbe piaciuto), armiamoci della capacità di ritirarci per dare spazio a quello che ci circonda, scoprendo in esso un valore che mai avremmo immaginato ove finalmente il cor si spauri.

Come ci ha ricordato un altro poeta (Tomas Tranströmer):

Stupendo sentire come la mia poesia cresce mentre io mi ritiro.

Cresce, prende il mio posto.

Si fa largo a spinte.

Mi toglie di mezzo. [1]

domenica 22 gennaio 2017

Jonathan Coe e la predittività della Famiglia Winshaw



«Si arriva a un punto in cui l’avidità e la pazzia diventano praticamente indistinguibili. […] La disponibilità a tollerare l’avidità, a viverci accanto, e anche ad assisterla, diventa una sorta di pazzia». È uno dei personaggi del romanzo La famiglia Winshaw di Jonathan Coe a parlare. Pubblicato ormai 13 anni fa (era il 1994) ed incentrato sulla storia di una famiglia che incarnava il peggio dell’arrivismo e dell’avidità post-thatcheriana, La famiglia Winshaw racchiude in sé tutta la gamma di comportamenti e valori che hanno guidato la Gran Bretagna e gran parte dell’Europa nell’ultimo ventennio del secolo scorso.



Questo romanzo, scritto da Coe con uno stile fluido che passa dal reportage giornalistico al giallo, transitando abilmente attraverso la satira politica, con alcuni spunti di grottesco, si è dimostrato capace di anticipare alcuni ‘estremismi’ morali, sociali ed economici cui si è spinto il capitalismo nei decenni successivi alla pubblicazione di quest’opera: la mercificazione del sistema sanitario, l’aumento delle sperequazione fra pochissimi ricchi e moltissimi poveri, l’amplificazione del potere dei signori della guerra e la loro sempre più stretta connessione con il potere politico, la cultura intesa come sommo disvalore insieme all’accoglienza e alla condivisione.


Il day after l’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, scopriamo che romanzi come La famiglia Winshaw o Ho servito il re d’Inghilterra di Hrabal Bohumil non avevano fatto altro che toccare la punta di un iceberg di avidità che sembra non avere confini. È lo stesso Jonathan Coe a ricordarcelo in un articolo pubblicato dal Guardian qualche settimana fa. Chi avrebbe potuto immaginare dieci anni fa che il primo ministro della Gran Bretagna avrebbe portato il paese nel caos indicendo un referendum sull’uscita dalla UE con il solo scopo di rafforzarsi politicamente senza curarsi delle possibili conseguenze?

E ancora chi avrebbe potuto pensare che questo gli avrebbe fruttato un contratto da 120.000 dollari all’ora per parlare degli effetti della Brexit in USA?

Quale mente perversa avrebbe ipotizzato che persone come Alexander Dugin, filosofo neofascista che sta lavorando per lo sviluppo di un «fascismo genuino, vero, radicalmente rivoluzionario e coerente» in Russia, diventasse uno dei consiglieri particolari di Putin o che Steve Bannon, investment banker e editore di Breitbart US, sito di news di estrema destra che ha fatto della xenofobia e del razzismo uno dei suoi pilastri divulgativi, diventasse il chief strategist alla Casa Bianca? Probabilmente nemmeno Edgar Allan Poe si sarebbe spinto a immaginare tale oscuro e perverso scenario.


Forse ha avuto ragione il romanziere Gary Shteyngart, quando ha twittato che l’articolo del NYTimes sulla nomina da parte di Donald Trump di Rick Perry, l’ex Governatore del Texas e grande sostenitore della lobby del petrolio, come capo dell’Energy Department, che gestisce fra l’altro la sicurezza nazionale attraverso l’utilizzo del nucleare e la ricerca nelle fonti di energia rinnovabili, può essere letta come un pezzo satirico.  Quel che è certo è che sta diventando sempre più difficile per giornalisti e romanzieri darsi alla satira politica perché la realtà sembra superare ogni più apocalittica e grottesca immaginazione.

domenica 15 gennaio 2017

L’eterna liquidità di Zygmunt Bauman e la sua mappa per abbattere i muri




La prima volta che ho visto Zygmunt Bauman la ricordo distintamente. Non fu un incontro esclusivo, si sarebbe adattato poco alle idee di questo libero pensatore che ha fatto della lotta ai privilegi una delle basi portanti del suo lavoro, ma collettivo. Era il maggio del 2011, sedevo in silenzio in una platea gremita dell’Auditorium costruito da Renzo Piano a Roma. Davanti a me un ometto magrissimo e ricurvo, con i suoi vaporosi ciuffetti di capelli bianchi a incorniciare le ampie orecchie, quasi il suo corpo volesse compensare in qualche modo il divario fra le capacità recettive del suo sistema uditivo e quelle assai più vaste del suo cervello. Bauman presentava Vite che non possiamo permetterci (edito da Laterza), uno dei tanti saggi (ne ha pubblicati più di 50) che offrono al lettore l’opportunità di interrogarsi sul proprio modo di vedere e giudicare le cose e le persone.


Fra i testi che l’inventore del concetto di ‘società liquida’ (una società caratterizzata da forte instabilità ed incertezza, in cui l’essere umano è passato da “produttore” a mero “consumatore”, che trova la sua ragion d’essere e il suo riconoscimento esclusivamente nell’atto del consumo) ha scritto, quello che però ricordo con maggiore affetto, perché generatore di armate di dubbi pronte ad abbattere le mura che il nostro cervello ama costruire intorno alle nostre certezze, è un piccolo libretto intitolato Lo spettro dei barbari - Adesso e allora , edito nel 2010 dall’editore bevivino, in cui Zygmunt Bauman fa impennare i suoi e i nostri pensieri sulle impervie colline dell’etimologia.


Il vocabolo da cui parte il sociologo polacco è ‘barbaro’. Per gli antichi greci i ‘barbaros’ erano tutti coloro che non erano greci, persone che parlavano un diverso idioma, basandosi su un sistema di regole (sociali, economiche ed etiche) diverse da quelle in uso presso i greci. Non aveva quindi una connotazione negativa. Poi sono arrivati i romani che, nel formare il loro impero, hanno applicato in pieno il concetto di antropofagia proposto dall’antropologo francese Lévi-Strauss: divorare lo straniero, inglobandolo e digerendo nel proprio sistema sociale in modo che sia prima di tutto un romano e poi qualcos’altro. Ma questo assorbimento era tutt’altro che pacifico e alcuni popoli resistettero per secoli, diventando così i ‘barbari’. I diversi, i cattivi, coloro che avevano osato impostare la loro vita su un sistema alternativo a quello dominante. Se ‘esageravano’ nel difendere il loro punto di vista andavano isolati, allontanati, in molti casi sterminati. Andavano eretti muri per difendersi dalla loro presenza e dal loro pensiero ‘contaminante’, muri che diventavano sempre più stretti per loro, fino a farli protestare, dando così una scusa al pensiero dominante per farli scomparire.


Vi suona familiare? Che Donald Trump abbia mentito quando ha dichiarato di non leggere libri? Lo speriamo vivamente, vorrebbe dire che è il seme del dubbio sulle proprie granitiche convinzioni potrebbe germogliare persino in lui. Di certo questo saggio dimostra come le dinamiche socio-economiche che viviamo oggi non siano poi così diverse da quelle vissute dai nostri predecessori migliaia di anni fa. Questo però non ci deve far pensare che la battaglia contro il pregiudizio basato sulla diversità sia persa in partenza, la ripetitività delle dinamiche ci permette di conoscere meglio il funzionamento di una lotta alla diversità che nasce sempre dalla paura di ciò che non conosciamo o non vogliamo conoscere. Paura da affrontare per evitare di risvegliarci fra qualche anno in un nuovo tipo di impero fatto non di sudditi, ma di debitori/consumatori, così abilmente spaventati da rimanere incollati alla loro schiavitù pur di non oltrepassare un muro (qui il romanzo di J. M. Coetzee Aspettando i barbari, ci può insegnare come resistere).

domenica 8 gennaio 2017

Lehman Trilogy. Il testo di Stefano Massini torna al Piccolo di Milano per raccontare il crepuscolo di un’epoca



Era il gennaio del 2015, quando Luca Ronconi metteva in scena al Piccolo di Milano il testo di Stefano Massini Lehman Trilogy (edito da Einaudi nel 2014) che racconta la storia di tre generazioni di Lehman, coprendo 160 anni di storia americana. Dal loro arrivo in Alabama, nella seconda metà dell’Ottocento da un piccolo paesino della Baviera sui bastimenti che portarono migliaia di europei a cercare nel nuovo mondo una strada per il loro riscatto, al crollo della quarta banca degli USA (Lehman Brothers), un impero finanziario globale, che con la sua scomparsa ha decretato la fine del capitalismo del XX secolo. 


A distanza di due anni, il Piccolo Teatro, per festeggiare i suoi primi 70 anni (fu fondato nel 1947 da Giorgio Strehler, Mario Apollonio, Virgilio Tosi e Paolo Grassi) e ricordare l’ultimo lavoro di Ronconi (scomparso il mese dopo la prima messa in scena di questa pièce al Piccolo), ripropone Lehman Trilogy offrendo la rara opportunità a chi andrà a vedere questo spettacolo (in scena fino al 21 gennaio) di concedersi un momento di riflessione, senza pregiudizi,  su quali cause (e sono molte più di quelle con cui i media hanno liquidato il fallimento di Lehman Brothers) hanno portato una delle banche di investimento più grandi e potenti del mondo a sparire insieme alla famiglia che quella banca aveva creato partendo da un negozietto di tessuti in Alabama, con l’insegna gialla e nera dipinta a mano dal proprietario per risparmiare e la maniglia della porta che si incagliava.


In un allestimento spogliato di ogni riferimento spaziale e temporale, ad eccezione di un orologio che scorre avanti e indietro su una carrucola sopra le teste degli attori, a dimostrare che il tempo in questo testo è un fattore relativo cui gli attori e il pubblico possono fare ricorso a loro piacimento, si muovono  i tre fratelli Lehman: Henry, il maggiore, la ‘testa’, il primo che arriverà in America dalla Baviera alla ricerca di una vita nuova, Emanuel, il ‘braccio’, l’irruenza necessaria alla famiglia per ottenere ciò che desidera e Mayer (interpretato magistralmente da Massimo Popolizio), la ‘patata’, il più giovane dei tre, ignorato dagli altri due fratelli, ma capace di creare un lavoro nuovo (il mediatore) che proprio i Lehman Brothers porteranno in America. Con la sua autoironia e la capacità di trovare una soluzione che possa accontentare i due fratelli, Mayer metterà le basi per la svolta che trasformò i Lehman da commercianti in cotone a 'commercianti in denaro'.


Ma come ci racconta Stefano Massini (uno degli autori contemporanei più interessanti nel teatro italiano, succeduto a Luca Ronconi come consulente artistico del Piccolo e vincitore proprio con Lehman Trilogy del premio Ubu) si va oltre la saga familiare: «studiando [la storia dei fratelli Lehman NdC] mi resi conto che era molto più importante raccontare cosa era morto insieme a quel marchio. È come se un passante si trovasse ad assistere a un corteo funebre: non sentirà alcun trasporto se il defunto è un estraneo. Io tento di informare il pubblico su chi è stato sepolto sotto la lapide con su scritto Lehman, e questo illumina in modo del tutto diverso la stessa cerimonia funebre». La morte è un attore sempre presente sul palcoscenico di Lehman Trilogy. Che sia fisica, etica, spirituale poco importa, la morte è lì ad assistere alla costruzione delle piramidi di monetine che i fratelli Lehman impilano, sempre più alte, sul palcoscenico. Anche il pubblico la percepisce muoversi in mezzo agli altri attori, in attesa di agire. Cosa è stato così potente da renderla invisibile ai fratelli Lehman?


La risposta non è così banale come potrebbe sembrare. Il denaro, sì, il potere che da esso deriva, anche, ma c’è qualcosa di più. La pretesa di essere intoccabili. Commentando il lavoro di Massini, Sergio Romano, ricorda un passaggio del testo in cui i due fratelli Lehman sono intervistati da Charles Dow, futuro fondatore del Wall Street Journal e ideatore dell’indice Dow Jones. Dow chiede ai due fratelli come funziona la loro banca, ma è Philip, figlio di Emanuel e nipote di Mayer, a rispondere: «non ho il timore di dirle che siamo commercianti in denaro. Ma chi, come noi, ha una banca, usa i soldi per comprare i soldi, vendere i soldi, prestare i soldi e scambiare i soldi». Romano si interroga sull’evoluzione di questo processo: stampare i soldi? Ma la differenziazione è andata ben oltre, portando le banche a proiettare ologrammi di soldi mai esistiti.


Mentre i Lehman Brothers si muovono sul palco, narrando attraverso il testo di Stefano Massini le loro stesse gesta (il dialogato in questo testo teatrale è quasi inesistente e questo giova inaspettatamente al ritmo narrativo), non possiamo evitare di domandarci: cosa avremmo fatto se ci fossimo trovati al posto dei fratelli Lehman? Avremmo retto all’illusione dell’onnipotenza monetaria?