domenica 25 giugno 2017

San Siro: Io, Tiziano e alre 49.999 persone



Io non amo il calcio. Sarebbe più corretto dire che non lo conosco. A casa mia il calcio era visto alla stregua dei giochi gladiatori, un intrattenimento che si basava sulla necessità ‘presunta’ di ogni essere umano di scaricare rabbia e gioia come se non vi fosse un domani.

L’idea che ne avevo era stretta in un paio di righe degli Annales di Tacito in cui si descriveva la sanguinosa faida nata fra pompeiani e nocerini nel 59 a.C. durante uno scontro fra gladiatori. Vere e proprie tifoserie avverse, per loro passare dall’orrore verbale a quello fisico era naturale, tanto che lo stesso Tacito descrive le mutilazioni che i tifosi si infliggevano a vicenda come un passaggio necessario per difendere l'onore dei 'loro' campioni. È inutile dirvi che questa convinzione non mi aprì le porte delle relazioni sociali. Essere l’unico che non scambiava le figurine dei calciatori, che non giocava a calcetto e che non aveva alcuna idea di cosa sia un fuori gioco, ha influito sul mio livello di popolarità, privandomi di quel senso di appartenenza su cui si fondano le tifoserie. 


Poi è arrivato San Siro e un concerto, in una sera di giugno milanese in cui ti senti come Wile E. Coyote, il personaggio dei cartoni della Warner Bros, fermo con sguardo rassegnato ad aspettare che l’ennesima incudine di afa di schiacci la testa. In quei momenti qualsiasi miraggio è benvenuto, anche se digitale, così una cascata d’acqua proiettata su un maxi schermo può bastare a risvegliare i sensi. Chitarra, sintetizzatore, basso, batteria. Energia che si diffonde sulle migliaia di persone che sono sedute vicino a te, riaccendendole come se avessero un interruttore sulla pancia che solo la musica può spostare su ‘ON’.


Sul palco Tiziano Ferro, la voce potente, perfetta, ma c’è di più. Testi che si conficcano nella memoria e spingono per uscire dalle labbra dei 49.999 esseri umani che sono intorno a te, tutte assieme, tutti insieme a cantare anticipando le parole che Tiziano lascia al suo pubblico. Così siamo diventati una comunità: tre, forse anche quattro, generazioni a urlare, a urlare, ballare, applaudire, sorprendersi all’unisono. Annientati e potenziati dall’essere collettivo di cui facevamo parte (San Siro), abbiamo capito che stavamo vivendo uno di quei rarissimi frammenti del presente di cui ci saremmo accorti e persino ricordati.


Citando Nick Hornby che citava John Donne: «Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto». Chissà se San Siro e Tiziano riuscirebbero a far cambiare gli inglesi sulla Brexit? 

domenica 18 giugno 2017

Lo scrittore preoccupato di Elizabeth Strout


Esattamente un anno fa iniziavo a raccontarvi il mio ‘innamoramento’ per Elizabeth Strout e il suo Mi chiamo Lucy Barton, un romanzo in cui la protagonista (Lucy) racconta, in prima persona, una sua convalescenza in ospedale negli anni ’80. La degenza e le visite di una madre tutt’altro che convenzionale, costringeranno Lucy a un viaggio in se stessa da cui il narratore estrarrà per il lettore alcuni ricordi. Non sono ricordi felici, ma sono quelli più intimi, quelli che i personaggi della Strout sono così abili a nascondere agli altri e al contempo a vivisezionare continuamente per se stessi. Ricordi che rimbalzano su vite comuni e ben organizzate, come biglie d’acciaio in un flipper. 

La casa editrice Viking ha ora pubblicato in USA Anything is possible, una raccolta di racconti con cui Elizabeth Strout ridà vita al personaggio di Lucy Barton. Questa volta però il punto di vista si frammenta, accompagnando una moltitudine di personaggi che hanno in comune Lucy e il paesino (Amgash – Illinois) in cui Lucy è nata e cui ritorna suo malgrado. Con Elizabeth Strout, Lucy condivide la professione, entrambe scrittrici affermate, le origini, entrambe nate in un paesino lontano da tutto (la Strout è però nata nel Maine) e il piacere di camminare per ore nelle campagne intorno ai loro luoghi natii senza incontrare anima viva. Lucy diventa in Anything is possible una di noi. Spia la fauna umana che popola Amgash e tenta una loro classificazione accorgendosi che è impossibile. 

In un articolo di qualche giorno fa sul Guardian, Elizabeth Strout ci dice che proprio in questo, nella creazione dei suoi personaggi e dei punti di vista che essi possono far intravedere al lettore, si annida la sua passione per scrivere. Se la piccola Elizabeth camminava senza meta nei boschi del Maine, sentendosi più uno spirito che una persona, imparando così a osservare i particolari della Natura e a dilatare il tempo a suo piacere, crescendo ha iniziato a sentire la mancanza delle persone.  Si è cominciata a porre una domanda: “What did it feel like to be someone else?” Come ci si sentirebbe ad essere qualcun altro?  Su questa domanda si è incastonata l’ossessione per la scrittura di Elizabeth Strout. Non poteva accettare di vedere il mondo esclusivamente dal suo punto di vista, non era abbastanza. Per questo ha iniziato a crearne altri, sviluppando un’abilità a penetrare nei pensieri dei suoi personaggi, strato dopo strato, così da mostrarci la materia che impasta e sporca le loro vite: la paura.  Una paura compressa, urlata, usata come arma per colpire gli altri o se stessi, ma comunque potente e multiforme.


Con questa stessa paura ha a che fare lo scrittore. Paura di non essere apprezzato, letto, capito. Paura di ferire persone con quello che scrive.  Paura di rivelarsi troppo agli altri. Blocchi che anche Elizabeth Strout ha imparato a superare (è lei stessa a raccontarcelo), realizzando che era sempre stata “too careful for a long time”. Troppo attenta a non ferire se stessa e gli altri, troppo cauta nello scavare nelle miniere dei personaggi, troppo preoccupata dagli esiti di questi scavi. Quando ha provato a scrivere e basta, i continui rifiuti (Elizabeth Strout ha iniziato a essere presa in considerazione come autrice dopo numerosi tentativi e solo superati i quarant’anni) sono diventati dimostrazioni d’interesse prima e pubblicazioni poi. 


Siete avvisati aspiranti scrittori preoccupati in ascolto: don’t be too careful, parola di Elizabeth Strout.


domenica 11 giugno 2017

La vecchiaia? La vetta della vita, parola di Lidia Ravera

Leggendo Il terzo tempo, il nuovo romanzo di Lidia Ravera, edito da Bompiani, mi è tornato alla memoria un passo di Furore di Steinbeck. Mentre la martoriata famiglia Joad si sposta sulla Route 66 dall’est all’ovest alla ricerca di una possibilità di vita migliore, muore il nonno. I familiari, ridotti alla fame, non sanno come fare perché non hanno i soldi per farlo seppellire. Alla fine troveranno una persona che dirà poche parole per salutare l’estinto. Attraverso questo personaggio minore Steinbeck ci ricorda che i problemi, quelli veri, restano ai vivi, che, a differenza del nonno Joad, non hanno traiettorie prestabilite da percorrere per arrivare al traguardo che accomuna tutti gli esseri umani. Ne Il terzo tempo Lidia Ravera, attraverso la protagonista Costanza, signora âgée che eredita un ex-convento e prova a trasformarlo in una comune, riprende questo tema, provando a dimostrare che con il passare degli anni la visibilità resta assai ridotta e le ‘certezze’ sulla terza età, cui spesso ci aggrappiamo, sono solo stereotipi da ribaltare.


La prima domanda che vorrei fare all’autrice è come nasce l’idea e l’urgenza per questo libro.
Questo è il terzo romanzo di una trilogia sul tema della vecchiaia, dopo Piangi pure e Gli scaduti. Chiaramente c’è l’urgenza che ho sempre sentito, fin dal mio primo romanzo (era il 1976), di occuparmi del trascorrere del tempo. Penso sia il grande tema per chi nasce, come me, con l’angoscia del limite della vita e lo sente sempre presente fin dall’infanzia o dall’adolescenza. Crescere e vivere con questo tipo di ‘patologia’ sarebbe stato intollerabile se io non avessi provato a raccontarlo. Ho scritto Ammazzare il tempo che avevo ventisei anni, Maledetta gioventù quando ero una quarantenne e Eterna ragazza quando ero una cinquantenne. Ho bisogno della scrittura per indagare questa condizione umana che ho sempre trovato intollerabile, quindi l’urgenza non finisce mai, finirà con me. I miei lettori avranno reportage anche dalla quarta età e forse anche dal finire della mia vita. Tutte le mie protagoniste hanno seguito questa ricerca. 
Costanza ha 64 anni, i suoi genitori sono morti e si è appena separata dal compagno di una vita (Dom) per evitare la crudeltà della vecchiaia («quando sei vecchia ogni giorno stai peggio del giorno prima») e trovare un nuovo progetto di vita. Eppure, quando si ritrova a passeggiare da sola nell’ex-convento che le ha lasciato in eredità suo padre, «una dimora sontuosa negli spazi e nuda negli arredi», sente che la serenità che imporrebbe quel luogo non le basta, anzi la atterrisce. Ha bisogno di un progetto concreto a cui aggrapparsi. Per questo proverà la strada della comune per «gente vecchia». Quanto della forza rinnovatrice di Lidia Ravera è confluita in Costanza e cosa invece la distingue da questo personaggio?
Io e Costanza condividiamo la volontà di continuare a imparare, per continuare a imparare bisogna fare attenzione, per fare attenzione bisogna essere curiosi e quindi amare la vita. In questo siamo molto simili, quando smetti di imparare smetti di vivere, imparare cose nuove è un modo per tenere lontano la morte. Ci somigliamo anche perché siamo delle pasticcione. Costanza non è granitica nelle sue decisioni, cambia idea ogni tre capitoli, oscillando fra momenti di disperazione e assoluta certezza, senza perdere mai la generosità di contraddirsi pur di andare avanti. Come tutti i personaggi dei miei romanzi, ci ho messo dentro qualcosa di mio, ma Costanza è prima di tutto una persona. Alquanto insistente direi. Si è piazzata nella mia vita e non se ne va più, impartendomi lezioni continuamente. Raccontare la sua storia è stato come fare una passeggiata in montagna, è in salita certo, ma, man mano che sali, vedi qualcosa in più e quando sei sulla vetta vivi un momento entusiasmante. La vecchiaia è un momento entusiasmante della vita, purtroppo viene sterilizzato da stereotipi che impediscono di vedere il panorama complessivo. 


Parlando di stereotipi, un altro tema forte nel libro è l’effetto della vecchiaia a secondo del genere. Costanza invidia gli uomini, la loro licenza di essere brutti, panciuti, scialbi, pelati. La vecchiaia ha ancora due pesi e due misure così distanti?
Sì, alle donne non viene concesso invecchiare, coincidono con la natura e quindi devono essere sempre fresche, mentre gli uomini possono trasformare in fascino l’esperienza, l’ironia, il potere. Un fascino che le donne, anche quelle più giovani, gli riconoscono. Per questo gli uomini invecchiano più serenamente non dovendo perdere tempo a negare lo loro età, mentre le donne spesso cadono sotto i colpi dell’ingiustizia che le vuole fissate alla loro età fertile. Le donne devono essere fresche e giovani, ciò le fa invecchiare male, con dolore. Il vantaggio è che gli uomini che ti guardano quando superi i 60 anni sono davvero pochi, ma quelli che lo fanno sono i migliori, quindi in qualche modo la società ci aiuta a perdere meno tempo a selezionarli. 


Anche lei è caduta in questo stereotipo?
Anch’io ho sentito il disprezzo degli uomini per le donne non più giovani. Ho avuto anche la fortuna di incontrare uomini che cercano ben altro della ‘carne fresca’ in una compagna, ciò non toglie che la mia sensazione sia che la rivoluzione femminista è una rivoluzione interrotta, sarà completa solo quando uomini e donne invecchieranno allo stesso modo, quando anche alle donne sarà consentito di trasformare in fascino la loro esperienza, dimenticando la freschezza che si addice più alle insalate che alle persone.  
Non pensa che oggi assistiamo a un rafforzamento dell’attenzione per l’immagine che prescinde dal genere? Penso a molti uomini che stanno diventando schiavi dell’estetica e della ricerca di un’eterna giovinezza al pari delle donne.
Dilaga la stupidità, il narcisismo, il consumismo, la superficialità. Tutte derive pericolose e preoccupanti. Questo processo che sovrastima il corpo perché teme che dentro non ci sia nulla, prescinde dal genere. Certo se posso perdonare le donne che ricorrono alla chirurgia plastica, perché tartassate per tutta la loro vita dall’immagine della ventitreenne incombente, non riesco a fare lo stesso con gli uomini. A loro non è stato chiesto per secoli di essere ‘belli’, se l’uomo non vuole più approfittare di questo vantaggio la responsabilità è solo sua. 


Quanto tempo ha investito in questo romanzo e quanto è stata sofferta la sua gestazione?
I romanzi hanno bisogno di tempo per maturare dentro lo scrittore attraverso gli anni. Come tutti i romanzi che ho scritto, la prima metà è tutta in salita. Soffri, rinunci, riprendi, non sei sicuro di quello che potresti offrire al lettore, poi all’improvviso arrivi alla fine della salita, hai ‘scollinato’. Da quel momento il romanzo sembra scriversi da sé, sono i personaggi a guidarmi. 
Quindi all’inizio non aveva un’idea precisa della trama del romanzo?
Avevo una situazione in mente. Quella iniziale: non voglio invecchiare in coppia, perché la coppia è declino allo specchio, non voglio invecchiare da sola perché la solitudine mi fa paura. Voglio invecchiare in gruppo. Vado a cercare quel gruppo, se sono d’accordo invecchierò con loro altrimenti ne sceglierò altri. Li sceglierò come si fa con l’equipaggio di una barca. Devono essere pochi, coraggiosi, simpatici e bravi a navigare in una storia che non può avere un lieto fine. Insomma una ricerca. Con la scrittura sono sempre alla ricerca.   
C’è stato un membro dell’equipaggio che l’ha messa in difficoltà durante la traversata de Il terzo tempo?
È stato un buon equipaggio, mi ha subito appoggiato. Forse mi ero messa bene in ascolto. Sono stata attenta a non costruire i santini del ’68. Gli ex-compagni della comune di quando Costanza era ragazza non erano degli eroi, ma delle persone vere. Forse i personaggi più difficili da far vivere sono stati i compagni ritrovati.

Cos’è che le fa dire che il personaggio che ha di fronte è pronto per essere condiviso con il lettore? 
Deve essere reale. Devo poterci parlare e avere con lui un contraddittorio. Deve essere un buon conduttore di narrativa, permettendoti di far emergere la sua storia. Aver vissuto tanto aiuta. Ho incontrato decine di persone, ho fatto centinaia di esperienze, ho letto migliaia di romanzi. La mia vita è sempre stata consacrata alla letteratura e questo, insieme alle esperienze che ho vissuto, mi offre una bisaccia da cui pescare innumerevoli storie dotate di una loro solidità. 
Quali sono i personaggi che ha amato di più nella sua vita?
Ho molto amato Mrs Ramsay il personaggio centrale di Gita al faro di Virginia Woolf. Mi ha insegnato cos’è il femminile, che io ho rifiutato per anni, costruendo la mia identità sulla negazione di mia madre. Quando ho incontrato Mrs Ramsay ho capito che il femminile può essere molto affascinante, avevo incontrato una donna che sapeva cosa voleva dire godere della felicità altrui. Fra i miei personaggi amo molto Costanza e poi Iris di Piangi Pure, una protagonista di 79 anni. Con lei ho davvero lanciato il cuore oltre l’ostacolo, all’epoca della sua ‘creazione’ non avevo ancora sessant’anni. Entrambe sono eroine dell’irrequietezza, come molte delle mie protagoniste. 
C’è un libro che ha tenuto sul comodino mentre scriveva Il terzo tempo
No, non faccio più discesine. Quando ero più giovane le usavo, ora ho smesso, ma è un ottimo strumento per iniziare a scrivere. Basta prendere un libro di un autore che ami molto e leggerne qualche pagina poco prima di iniziare a scrivere. Serve a scaldare il motore e a donarti una fluidità che è un regalo delle pagine che hai letto.
Se dovesse dare un consiglio a uno scrittore esordiente che, come lei, punta alla ricerca nei romanzi, quale gli darebbe?
Farsi aiutare dall’intelligenza degli altri. L’intelligenza degli altri è nei libri e la tua cresce leggendo. L’intelligenza narrativa è una forma di intelligenza particolare, un misto di lucidità e emotività che si trova nei libri degli altri. Devi pensarti come una tazza in cui versare libri su libri, finché il liquido non deborda e scivola giù su un piattino. Su quel piattino c’è il tuo romanzo. Anche prendere appunti è importante, portarsi sempre un quadernino dietro. Andando a lavoro, in viaggio, a fare un passeggiata sotto casa, c’è sempre qualcosa da notare. Se la noti e poi l’annoti, diventa patrimonio della tua vita da cui attingere per la scrittura. Il motivo più vero per fare lo scrittore è che della vita non butti via niente. Tutto serve, tutto diventa utile. 



domenica 4 giugno 2017

Alla ricerca di un'epifania

Le epifanie si nascondono nei luoghi più impensati. 


All’ombra di un olivo qualsiasi in mezzo a piante millenarie, sui bordi smussati di un porticciolo a forma di anello di pietra, dietro le spalle di un’Afrodite immersa  nei limoni, persino sotto un sassetto che vi siete chinati a raccogliere e che vi rigirate in mano, come se fosse l’ultimo pezzo di un puzzle di cui non vedete ancora l’immagine completa. 



È inutile provare a controllare queste sensazioni. Lasciatevi cadere su un tappeto d’erba e sollevate lo sguardo per scoprire se il cipresso che vi ha ostruito il passaggio sia davvero un dito che punta qualcosa (e se lo fa da cento anni senza distrarsi quel ‘qualcosa’ deve essere importante). È quello che è successo a me in un anfratto del più grande lago d’Italia. 

Siamo a San Vigilio, all’estremità settentrionale del golfo di Garda. Le guide turistiche vi ricorderanno tutti i personaggi famosi che hanno amato questo luogo: Winston Churchill, Laurence Olivier, Maria Teresa D’Austria, Vivien Leigh, come se un’emozione potesse attivarsi a comando per puro spirito di emulazione, lasciate stare, ne ricavereste solo noia. 


Se avete bisogno di un personaggio a cui ispirarvi, tirate fuori il vostro smartphone e cercate ‘Agostino di Brenzone’. Basta il nome a pensare a una bella storia, sembra quello di un personaggio di Umberto Eco e già ce lo immaginiamo che vaga di notte in un castello con un libro segreto sotto il braccio. Quasi. Agostino era uno scrittore e un avvocato (perché anche nel XVI secolo vivere di sola scrittura era un affare per pochi) che si mise alla ricerca di un luogo dove coltivare il silenzio. Per questo trasformò il bordo di lago in un ‘non-luogo’ dove possono convivere le affabulazioni di un borgo toscano con quelle delle coste amalfitane o liguri, circondate da quella sospensione di sensi che solo il lago può offrire. 


In una villa circondata da busti romani, statue greche e giardini rinascimentali, Agostino ha composto un trattato (De vita solitaria) che forse non ha segnato le sorti della letteratura mondiale, ma a vedere i luoghi da lui creati, disseminati di citazioni di suoi versi, dove in ogni passo si nasconde una possibilità di ascolto nuova dell’animo umano, gli deve aver donato un grande piacere e questo è uno stato invidiabile in uno scrittore. 


Il viaggiatore che si troverà a percorrere il viale di cipressi che porta alla casa che fu di Brenzone, avvertirà subito questo piacere e godrà della sua piccola epifania, sorseggiando un silenzio profondo, che lo porterà a bearsi prima e poi a liberare la sua gioia su carta.  


domenica 28 maggio 2017

I barbari di Steinbeck secondo Alessandro Baricco



La prima volta che ho incontrato Alessandro Baricco ero insieme a duemila persone asserragliate nella Sala Santa Cecilia del Parco della Musica di Roma per uno degli eventi più attesi di Libri Come. Era ancora forte l’eco del suo I barbari saggio sulla mutazione (edito da Fandango prima e da Feltrinelli poi) che raccoglieva una serie di riflessioni del patron della Scuola Holden sulla mutazione che sta subendo la cultura occidentale e sulle presunte orde barbariche che su di essa si erano abbattute. Orde che hanno creato paura, barriere, muraglie che lo stesso Baricco ci dice «non difendevano dai barbari: li inventavano».


Il pensiero va al piccolo saggio Lo spettro dei barbari - Adesso e allora, in cui Zygmunt Bauman fa impennare i suoi (e i nostril) pensieri sulle impervie colline dell’etimologia. Il vocabolo da cui parte il sociologo polacco è proprio ‘barbaro’. Per gli antichi greci ‘barbaros’ erano tutti coloro che non erano greci, persone che parlavano un diverso idioma, basandosi su un sistema di regole (sociali, economiche ed etiche) non conforme a quello greco. Poi sono arrivati i romani che, nel formare il loro impero, hanno inglobato questa diversità, digerendola nel proprio sistema sociale in modo che ogni cittadino dell’impero fosse prima di tutto un romano e poi qualcos’altro. Chi non era disponibile a diventare parte del 'blob imperiale' diventava un ‘barbaro’. Diverso, ignorante, sporco, cattivo. Pronto a tutto pur di rubare al romano le sue ricchezze.


Barbari sono anche i protagonisti del romanzo di John Steinbeck Furore che Baricco ha messo in scena a Torino in un sabato sera di maggio, utilizzando al meglio le sue doti di affabulatore. In uno spazio industriale in cui il tempo era sospeso dalle vibrazioni musicali di Francesco Bianconi, Baricco ha pirandellianamente materializzato, per un pubblico affetto da sindrome di Stendhal acustica, la barbarica famiglia Joad, pronta a subire qualsiasi violenza pur di arrivare nella ‘loro Roma’: la California.


La voce di Baricco parte e con essa la nostra mente, abile tessitrice di paure. Immaginate occhi. Occhi immensi, scavati. Occhi affamati, così affamati da far risuonare il tamburo che ognuno di noi nasconde nella pancia: PERICOLO. Scappare fino a che le gambe lo consentono o rimanere pietrificati, sperando che il predatore di turno ci creda morti. La pelle tesa del nostro stomaco continua a vibrare, una moltitudine sta arrivando. Non riusciamo ancora a vederla, ma sentiamo i loro occhi, nella notte, ai bordi delle nostre città. Sappiamo che hanno subito ogni genere di sopruso e per questo li temiamo. Chi non ha nulla da perdere è il più forte.


I nostri occhi si fanno piccoli, noccioli di olive essiccati al sole. Volevano molte cose: notorietà, prosperità, facilità, anche una strana cosa che si chiama stabilità bancaria. Ora sono spenti, incapaci di mettere a fuoco le moltitudini. «Arrivano dalle montagne, affamati e infaticabili come le formiche […] i bambini hanno fame, gli adulti non hanno un tetto. […] Erano affamati ed erano agguerriti, avevano sperato di trovare un focolaio e trovarono solo odio».  

La voglia ora di leggere il romanzo di Steinbeck ci divora e la paura di ritrovare in quegli occhi secchi i nostri non basta ad asciugare il nostro furore.



domenica 21 maggio 2017

Le nostre anime di notte secondo Kent Haruf



Scrivere una storia è un’operazione suicida. L’anima dell’autore è su una piccola imbarcazione, di notte, al centro del più burrascoso degli oceani (la trama), compresso fra compagni di viaggio che sembrano essere stati messi al mondo solo per creargli problemi (i personaggi). All’orizzonte una serie di iceberg giganti che sta all'autore decidere di circumnavigare o evitare, dando vita al ritmo narrativo. Il Titanic insegna quanto sia difficile da prevedere la presenza di un iceberg, le sue dimensioni, la sua pericolosità o mobilità. Eppure è questo che fa uno scrittore. Quando arriva sulla sponda del lettore apparirà riposato e sorridente, come se avesse appena fatto la cosa più naturale del mondo. La storia che ha narrato non poteva andare che a quel modo, il verosimile è diventato vero più perfetto perché privo di tutte le noiose pause del reale e arricchito da colpi di coraggio e di viltà che il lettore vorrebbe far subito suoi.



Una dimostrazione pratica di questo genere di imprese ce la offre Kent Haruf (scrittore americano che ha raggiunto la notorietà a 56 con il suo Canto della pianura con cui è stato anche finalista al National Book Award) nel suo Le nostre anime di notte (EnneEnne Editore, Milano 2017). Poco più di 160 pagine di perfette virate narrative nel più piccolo oceano che esista, una minuscola e polverosa cittadina del Colorado, accartocciata su se stessa, dove nulla dovrebbe accadere.


Eppure una storia c’è e non appena Haruf, con la sua padronanza dell’essenziale, ce la svela, ne veniamo attratti come falene da un manto di stelle che sembra essersi avvicinato così tanto alla Terra da poter essere toccato. Le stelle in questione, sono quelle di Addie Moore e Louis Waters, due anziani vedovi che decidono di fare quanto di più sconveniente ci sia, affermare che hanno ancora voglia di provare emozioni, condividerle, raccontarsele. Ed è forse qui uno dei segreti di questo romanzo: ognuno dei due personaggi ha decine di narrazioni al suo interno e non tutte vengono percorse dall’autore. Egli però le mostra, con la stessa delicatezza che avremmo noi se ci cadesse fra le mani il primo fiocco della prima neve: immobili a contemplare la meraviglia.


Leggere Le nostre anime di notte regala al lettore la stessa sospensione emotiva che abbiamo quando sentiamo di aver conosciuto una persona che potrebbe diventare importante nella nostra vita. Per un attimo vorremmo abbandonarla per sempre per paura di scoprire che ci deluderà. È quell’attimo che ci mostra Haruf e noi ne siamo ammaliati. Questo libro crea una poesia del movimento narrativo, trasformando l’essenzialità di una parola ‘comune’ in un distillato di sensazioni amplificate, come se il lettore potesse avvicinare il naso al bordo della cittadina dove Haruf ha nascosto i suoi personaggi per annusarne l’essenza.

Anche per questo Le nostre anime diventa una droga soave da cui non è possibile sganciarsi, possiamo solo immaginare la fatica e la precisione di ogni colpo di remo che Haruf ha spinto nelle acque narrative intorno agli iceberg di Addie e Louis, ciò che sappiamo è che ogni frase asciutta, ogni aggettivo mancante e ogni narrazione interrotta (per lasciare spazio alla nostra immaginazione) non è casuale. 


Se avessi la fortuna un giorno di poter scegliere un’anima di cui essere il co-pilota in questa insensata e irrinunciabile traversata notturna che è la scrittura, quella Kent Haruf sarebbe fra le mie preferite.  

domenica 14 maggio 2017

C’è ancora speranza nel cambiamento? I nuovi eroi di Dave Eggers

La mia passione per Dave Eggers parte da lontano, dai tempi del suo secondo romanzo (Conoscerete la nostra velocità – 2002), testo che ho amato più de L'opera struggente di un formidabile genio, romanzo d’esordio del 2000, entrato nella mitologia letteraria statunitense delle opere prime (best seller del «New York Times», candidato al Premio Pulitzer, apprezzato da autori poco inclini ai complimenti come David Foster Wallace). Conoscerete la nostra velocità colpiva per una scrittura lucida e disarmante, incastonata nel tema dominante di Dave Eggers (ogni autore si dice lavori sempre attorno allo stesso tema): la ricerca di se stessi attraverso il viaggio.

 
Dal 2002 Eggers ha scritto molti titoli, ibridando prosa e saggistica, con alcune incursioni nella sceneggiatura, senza dimenticare mai di confrontarsi con la realtà sociale, economica e politica che lo circondava (fra gli ultimi romanzi: Il cerchio del 2014 e I vostri padri, dovesono? E i profeti, vivono forse per sempre? del 2015, entrambi editi in Italia da Mondadori).
 

Con Eroi della frontiera, Eggers racconta una terra ricca di suggestioni come l’Alaska, lontana dalla visione magica e picaresca dei cercatori d’oro, definendola un «Kentucky freddo ma con i prezzi di Tokio», in cui i suoi personaggi cercano il più difficile dei tesori: la felicità.
 
Per trovare la “sua” felicità, arriva in Alaska a bordo dello Chateau (un vecchio camper) anche Josie, con i due figli Paul e Ana. Sono alla ricerca di una nuova vita in cui Josie non è più un’odontotecnica, inseguita dai sensi di colpa e da una causa giudiziaria, né è la compagna di Carl, incapace come marito e come padre («un invertebrato con la cacarella»). In un luogo dominato dai grandi spazi, in cui la Natura prevale con la violenza del clima, del fuoco e delle tempeste, Josie sente di poter essere, per la prima volta, artefice del proprio destino.
 

Attorno a Josie si muove una vera e propria corte dei miracoli, tratteggiata con occhio empatico e benevolo da Eggers: la sorella Sam, l'amica Deena, il campeggiatore, il vecchio Charlie, che accompagna i ragazzi a vedere lo spettacolo del Mago di Lussemburgo, e soprattutto Paul e Ana, i figli di Josie. Paul «aveva ciglia spettacolari, che incorniciavano occhi azzurro ghiaccio [...] occhi da prete glaciale». Un bambino ragionevole, dolce e responsabile, che sa prendersi cura di sua sorella. Ana, cinque anni, «una minaccia continua al contratto sociale [...] non stava mai ferma, nemmeno quando mangiava, un animale con gli occhi verdi ed un'esplosione di capelli rossi». Figli non facili da gestire, come tutti i figli: «navi da guerra senza memoria».

 

L’occhio dell’autore si accomoda sulle spalle di Josie, seguendola nei suoi tentativi di cambiamento, indipendentemente dal loro esito. Crea per lei un ottimismo a tutti i costi, una tenacia che sfocia nella testardaggine, tutto pur di sostenere il coraggio di mettersi in gioco (che Dave Eggers ha sempre apprezzato nei suoi personaggi), rischiando ogni presunta certezza che il mondo le ha offerto. Josie ha tutto quello che serve per farcela, le sue cose più preziose: i figli, i soldi in un sacchetto di velluto, qualche vestito e un DVD di Tom e Jerry in spagnolo.

 


Eggers, con Eroi della frontiera, sembra proporre al lettore un varco fra le profezie catastrofiche che dipingono il nostro futuro e quello dei nostri figli come segnato irrimediabilmente, mostrando una terra in cui «c’è un domani» e se, come per Josie, è necessario qualche bicchiere in più di chardonnay per metterla a fuoco, non è uno scotto così alto da pagare.