domenica 23 aprile 2017

Succhiare una frase come una caramella, l’intuizione di Bohumil Hrabal



Avete mai provato a succhiare una frase come se fosse una caramella? Ognuno avrà le sue preferite e difficilmente cederà ai gusti altrui. Se siete persone da liquirizia, non sarete amanti del limone, se siete tradizionalisti che succhiano fino all’ultima goccia il ripieno denso delle ‘Rossana’, sarete incapaci di adattarvi a una ‘Dietorella’ dalla consistenza di un grumo di silicone. L’intuizione di Bohumil Hrabal (poeta, romanziere, adoratore di libri ed esperto succhiatore di frasi altrui) è proprio quella di considera una frase al pari di una caramella.



Non va letta, ma succhiata, a lungo, per soppesarne ogni sfumatura e capire se siamo golosi di Schiller o Goethe, infastidendoci per la durata eccessiva del retrogusto delle frasi di Kant o per la gommosità nascosta dentro un avverbio usato da Nietzsche. È quello che fa Hanta, protagonista del poema in prosa di Hrabal dal titolo Una solitudine troppo rumorosa (edito in Italia da Einaudi), che, nel ventre di un vecchio palazzo di Praga, lavora alla distruzione di migliaia di libri destinati al macero, ma prima di darli in pasto alla sua fidata pressa, ne assapora ogni sfumatura di gusto, scegliendone alcuni da salvare, poiché in essi si nascondono le sue frasi preferite. Hanta allora ha due opzioni: rubare i libri o nasconderli intatti al centro di uno dei suoi cubi di carta macerata, così da mantenere l’illusione della distruzione.

Entrambi i metodi nascondono delle insidie.



La casa di Hanta è diventata una trappola mortale: «Ogni giorno a sera mi porto a casa nella borsa i libri e la mia casa al secondo piano di Holesovice è colma di libri e solo di libri, piena la cantina e la soffitta non è bastata, la mia cucina è piena, la dispensa e il gabinetto pure, solo i passaggi per le finestre e i fornelli sono liberi, in gabinetto c’è solo quello spazio sufficiente per potermi sedere, sopra il vaso del water, all’altezza di un metro e cinquanta, già ci sono le travi e le tavole e sopra fino al soffitto si ergono libri, cinque quintali di libri».

I suoi cubi di carta compressa preservano alcuni libri dalla distruzione, ma la possibilità che qualcuno scopra che al loro interno c’è una caramella tutta da succhiare è davvero minima, sebbene Hanta non manchi in creatività, decorando i lati dei cubi di carta da macero con ritratti di Rembrandt.




Quello di cui è sicuro il protagonista di questo piccolo gioiello letterario è che non può fare a meno di succhiare, costringendo anche il lettore a cercare nuovi gusti in nuove frasi, come se fosse dipendente dal pensiero acuminato. Risposte il protagonista della raccolta di frasi di Bohumil Hrabal non ne offre, ma se, come me, siete amanti del gusto dolce e piccante di una domanda forgiata con cura, Una solitudine troppo rumorosa non vi deluderà.

Scoprirete che gli uomini sono come olive, che balene e libri hanno una cosa in comune, che un topo che rosicchia un libro non è sempre un male e che è possibile amare un oggetto fino in fondo solo quando è stato distrutto.

E allora leggete e siate golosi. Di caramelle e di frasi. Provate e riprovate gusti, marche, dimensioni e forme inconsuete, l’unica cosa che le calorie che assorbirete faranno crescere sarà il vostro cervello. In più gli involucri delle frasi da succhiare (i libri) sono di carta e non di plastica, come quelli delle caramelle, così ingolosirete la mente senza inquinare.

domenica 16 aprile 2017

Un minuto intero di beatitudine e forse anche due con Louise e Renée al teatro Piccolo di Milano


«Un minuto intero di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?»

Lo chiedeva Fëdor Dostoevskij ne Le notti bianche. La risposta è ovvia per chi decide di isolarsi in una grande stanza buia a osservare quali emozioni saranno in grado di suscitare i singolari individui che fanno della realtà finzione e della finzione realtà. Uomini e donne che noi chiamiamo attori. Sostantivo che trova la sua etimologia nel vocabolo latino ‘actore’ che deriva da ‘actus’, participio passato di ‘àgere’, letteralmente ‘mettere in moto, far andare avanti un'azione’.
Ed è proprio questo che fanno Isabella Ragonese e Federica Fracassi in scena fino al 30 aprile al teatro Piccolo di Milano con Louise e Renée, pièce nata da un adattamento di Stefano Massini dell’unico romanzo epistolare di Honoré de Balzac (Memorie di due giovani spose, testo del 1842, pressoché introvabile nelle librerie italiane). Servendosi di una scena nuda, in cui solo dei candidi pannelli mobili scandiscono il mutare di spazio e tempo, le due attrici mettono in moto tutti i loro sensi, amplificando nei loro dialoghi e nei loro gesti le aspirazioni, i fallimenti e le domande che i due personaggi creati da Balzac vivono nella Francia della prima metà dell’Ottocento.


Due donne che si incontrano in un convento dove hanno vissuto la loro fanciullezza e da cui usciranno per tornare a casa e non incontrarsi mai più. Eppure la loro amicizia, quella basata su una spietata necessità di dirsi sempre la verità, quella «capace di ridere dei mostri altrui», resiste. Iniziano a scriversi raccontando quanto il ‘fuori’ sia diverso da quello che avevano immaginato chiuse in un convento. Lo fanno come lo possono fare due donne, senza risparmiarsi, pronte ad ascoltare, condividere, comprendere, motivare, ma anche ad attaccare con estrema e strategica violenza l’amica che prova a deviare dal patto che hanno firmato.


E lo stesso autore dell’adattamento teatrale (Stefano Massini) a raccontarcelo: «Su un ring di lucidissima crudeltà, si tiene di fatto un’inchiesta sull’essere donna, sulla contraddizione dell’amore, sulla disperazione di una socialità negata. […] Spietato analista della condizione umana, Balzac come pochi altri ha saputo puntare la lente del microscopio sul labirinto della femminilità». In giorni in cui i teatri restano vuoti e l’attore tiene il punto per rispettare il testo da cui la sua vita dipende, il teatro Piccolo, gremito anche di martedì sera, fa ben sperare sulla capacità che più amo nell’essere umano: mettersi in discussione.

Peccato però che, almeno nella platea del martedì, il 90% del pubblico fosse femminile. Testi come questi, possono rappresentare una svolta nella comprensione delle donne, perché entrano nelle loro anime con un’ansia di scoperta che non trova pace, che le divora per restituircele molto più simili a noi uomini di quanto ci sia stato insegnato o di quanto ci piaccia ammettere.  

domenica 9 aprile 2017

I difetti fondamentali di Luca Ricci (e non solo)

Nell’autunno del 2015, durante un pranzo a Milano, la Rizzoli ha avuto l’ardire di proporre l’improponibile (almeno per il mercato editoriale italiano), ossia chiedere a un autore, Luca Ricci, di scrivere una raccolta di racconti. 


È lo stesso autore a dire che questa proposta «è l’equivalente culturale di Frau Blücher in Frankenstein Junior». Ve la ricordate? Nel film di Mel Brooks bastava pronunciare il suo nome perché i cavalli nitrissero spaventati. Allo stesso modo basta citare la parola ‘racconto’ per far imbizzarrire gli editori, assai preoccupati dal risultato commerciale di questo genere. Rizzoli avrà indossato dei copri orecchie spessi prima di presentarsi all’incontro con l’autore, perché dopo circa un anno ha pubblicato I difetti fondamentali, raccolta di quattordici racconti di Luca Ricci. Tema: gli scrittori e aspiranti tali. Cinici, repressi, depressi, dispersi, incapaci di orientarsi nel mondo ‘reale’ e quindi rinchiusi in un cantuccio, emotivo o fisico, con la speranza che il brutto sogno del mondo esterno si esaurisca in fretta. 

Con questa raccolta, Luca Ricci prende in esame molti dei problemi e dei ‘vizi’ dello scrittore contemporaneo, abbiamo quindi l’invidioso, l’eccitato, lo stregato (dal premio omonimo), il rifiutato, il solitario e naturalmente il folle. E lo fa senza voler dare un giudizio in merito, aprendo delle feritoie da cui il lettore può sbirciare la vita dei personaggi, scegliendo di valutarli come meglio crede. 


Fra i miei racconti preferiti c’è l’affittacamere. Storia di un aspirante scrittore che, dopo il trentacinquesimo rifiuto opposto dagli editori al suo romanzo, trasforma la casa della sua fanciullezza in un bed & breakfast. Dopo le prime pagine che Ricci sembra usare come una sorta di riscaldamento per il lettore prima di fargli affrontare l’emotivo che si nasconde dietro ogni cinico che si rispetti, la narrazione si infiltra nella memoria dell’affittacamere, mostrando al lettore cosa si cela dietro ogni mattonella, angolo o fantasma che solo l’affittacamere può percepire. Qui la narrazione è viva, solida, coinvolgente, capace di costringere il lettore a staccarsi dalla pagina per pensare ai suoi di fantasmi: «nel bagno non riecheggiano i pianti isterici di chi tra noi della famiglia, a turno, ci si andava a chiudere dentro? E le vomitate alcoliche nella tazza? E gli attacchi gastrointestinali? E i cicli mestruali che lasciavano un odore di sangue rancido nel bidet? […]  Tutti i passi felpati fatti per non disturbare la depressione di mio padre, le crisi isteriche di mia madre, lo scontento di mia sorella […] Ma adesso tutto il dolore è stato imbacuccato nel prêt-à-porter di Ikea. I vecchi mobili sono spariti dentro la pancia di Apecar e camion, si sono dispersi in mercatini da quattro soldi o nelle cantine di antiquari senza scrupoli. Adesso al posto di tanti ricordi ci sono questi armadi e letti e comodini neutrali come pezzi di Lego. Le mensole sono come punti di sutura per le ferite dei muri. Certi posti non si dovrebbero affittare, perché ci si resta in contatto pur non potendoli più abitare pienamente, perdendone l’esclusiva, compromettendone la sconcia intimità». 

A un certo punto però, accade qualcosa, l’autore sembra accorgersi di questa bellezza e cede alla tentazione di estenderne i contorni oltre le pagine che merita. Questa tentazione, in cui Ricci è caduto anche in altri racconti, fa innervosire il lettore che, dopo una epifania narrativa, come quelle che l’autore è indubbiamente capace di costruire, non accetta prolungamenti puramente estetici. Peccato, perché alcuni passaggi di questa raccolta di racconti resteranno stampati nella vostra memoria per precisione e grazia stilistica, ma forse è proprio questo a mettere in difficoltà il resto della narrazione.


Nel racconto Lo stregato, rappresentazione della splendida rovina in cui si dibatte la narrativa italiana, Ricci fa dire allo scrittore in attesa dell’esito delle votazioni del premio Strega: «deve pensare allo scrittore come a un tizio che non ha vertigine della frase, e che può sporgersi tranquillamente dall’alto di quanto ha scritto senza provare paura, per prendere fiato e riattaccare a salire scrivendo». Ecco, per questa visione ‘cognettesca’ della scrittura sono grato come lettore a Luca Ricci. 

domenica 2 aprile 2017

Chat su WhatsApp? Una copia di un romanzo epistolare, parola di Choderlos de Laclos

La vita mette assieme particolari costantemente connessi o forse siamo noi a cercare in essi una connessione per dimostrare che la nostra esistenza abbia un senso. 


Giovedì sera scorrevo la versione on line del Guardian e i miei occhi da talpa testarda hanno messo a fuoco un articolo su Douglas Coupland (scrittore canadese divenuto famoso per il romanzo Generazione X) che, intervenendo al Konica Minolta’s Spotlight a Berlino, ha raccontato la sua idea sul mondo del lavoro di oggi e di domani, affermando che presente e futuro sono la stessa cosa, poiché la linea che li divide è ormai scomparsa. 
Il tema dell’incontro era il superamento del ‘barbarico’ «nine to five», ossia dell’orario di lavoro fisso (dalle 9 alle 5), spostandosi sempre più verso una giornata in cui momenti lavorativi e momenti di piacere saranno alternati e interconnessi, servendosi di quello che lo scrittore canadese definisce un «internet brain». Un cervello internet che ci permetterà, grazie alla tecnologia che ci ha abituato a fruire di contenuti provenienti da tempi e luoghi diversi, di unire e assaporare presente e futuro, integrandoli con la vita ‘reale’. 


Ammeto di aver sollevato lo sguardo dal PC, cercando una fonte di realtà non virtuale a rassicurarmi. Davvero i messaggini, chattini, twitterini, facebookini, utubbini che gestiamo in contemporanea mentre dovremmo ‘vivere’ ci stanno facendo evolvere? E se sì, davvero il nostro cervello non aveva mai provato prima l’ebrezza del ‘multitasking’ che io preferisco chiamare versatilità?  
Ogni buona domanda (e spesso anche quelle pessime) porta a un nuovo pensiero, il mio si è catalizzato in un ricordo: quello stesso giovedì, un bel po’ di ore prima, cercavo di salvare dalla furia barbarica di mio figlio di 3 anni una manciata di libri che avevo impilato a terra in attesa di trovare loro una collocazione nella mia ingolfatissima libreria. Il mio piccolo distruttore, veloce e letale come un velociraptor di Spilberghiana memoria sotto cocaina, si è lanciato su un libro che aveva stampate sulla copertina immense biglie colorate: Il ladro di gomme di Douglas Coupland. 

Dopo una corsa di risate (da parte di mio figlio) e di lividi (da parte mia) mi riapproprio dell’opera che più ho amato dello scrittore canadese che ha fatto della contaminazione fra scrittura, visual art, giornalismo, design e formazione il suo marchio di fabbrica. Ne Il ladro di gomme (Random House - 2007) Coupland narra la storia di Roger, quarantenne alcolizzato che scenderebbe a qualsiasi compromesso pur di fuggire dalla propria vita, e del suo incontro con Bethany, con cui inizia a dialogare attraverso un diario su cui scrivono a turno le loro paure, le loro idee e ogni stupidaggine che si affaccia alla loro mente, senza mai incontrarsi di persona. Una chat di WhatsApp direte voi. 


Sì, anche se all’epoca WhatsApp non era stata ancora inventata (2009), ma le potenzialità del dialogo asincrono erano state ampiamente sfruttate dai narratori fin dal Settecento. La curiosità morbosa per il messaggino bippante, che ci costringe a mollare tutto pur di decodificare l’emoticon che il nostro compagno di chat ci ha inviato, non è una novità del XXI secolo. Pensate a Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, vi ricordate il fittissimo scambio di messaggini in ‘vetusta’ forma cartacea che scandiva le vite del visconte di Valmont e di Madame de Tourvel? Inganni, sfide, scherzi, drammi, abbandoni, struggimenti, emozioni, informazioni, tutto convogliato nell’unica Rete a disposizione dei nostri antenati, quella postale. Chat, semplici, fittissime, a volte invasive, da cui i protagonisti del romanzo di Choderlos de Laclos fanno dipendere la loro vita ‘reale’. 
Che il pre-internet brain funzionasse allo stesso modo dell’internet brain? Chissà cosa ne penserebbe Coupland.

domenica 26 marzo 2017

Bestie di scena e non secondo Emma Dante, in scena al Piccolo di Milano



Immaginate di entrare al Teatro Piccolo di Milano. Mi riferisco alla sede ‘nuova’ di Largo Greppi, quella intitolata a Giorgio Strehler (inaugurata alla fine degli anni ’90 per ampliare l’offerta del primo teatro stabile d’Italia). Ci accoglie con la sua cubica presenza, ricoperto di mattoni pieni, come molte chiese ambrosiane che si nascondono nelle anse modaiole e design-centriche del quartiere Brera. All’interno il sipario è aperto su un palcoscenico senza fondali, solo le quinte nere come la pece e un gruppo di attori in tuta e scarpe da ginnastica che si sta riscaldano con esercizi rubati a una lezione di cross-fit. È questo il primo impatto con il nuovo spettacolo di Emma Dante, che ha debuttato al Piccolo con il titolo Bestie di scena.



Il pubblico, un po’ disorientato, si siede, iniziando a trafficare con programmi, giornali e smartphone, refugium peccatorum dell’ansia da contatto umano del XXI secolo. Anche gli attori ignorano il pubblico, concentrati sui passi sempre più veloci del loro allenamento che li porta ad avvicinarsi l’uno all’altro, fino a diventare un unicum saltellante e ruotante. I cellulari ora vanno spenti, lo spettacolo è già iniziato a dispetto delle luci in sala che stentano ad abbassarsi. Le persone intorno a voi si iniziano a strattonare, hanno letto sui giornali che gli attori compaiono nudi in scena e non tutti sembrano possedere un fisico scultoreo sotto le magliette e i pantaloni che gli attori, ora allineati sul proscenio, stanno iniziando a sfilarsi, lasciando cadere gli indumenti e le scarpe nello spazio che separa il palco dalla prima fila. Notate la tensione aumentare nei colli di chi vi siede accanto, non si vuole perdere nemmeno un particolare dei  corpi altrui. Ma l’esposizione prolungata riduce l’interesse, lo sappiamo bene, capaci di pranzare amabilmente mentre la TV ci mostra gli effetti di bombardamenti, migrazioni e tendopoli, senza che questo faccia ridurre il nostro desiderio di riempirci lo stomaco. Così, dopo aver fatto apprezzamenti e debiti confronti, la mente degli spettatori archivia il nudo e guarda con stupore all’uomo.


Gli attori sono lanciati su un palco, in balia di un signore-coreografo che gli scaglia addosso qualsiasi oggetto gli passa per la mente, suscitando l’emozione che più di tutte temiamo e che sempre ci accompagna: la paura. Della novità, dell’altro, di noi stessi, del destino, della fame, della morte. Emma Dante condensa in 75 minuti di spettacolo, un inferno emotivo ‘dante-sco’, che ha forti richiami pittorici, passando dal terrore risucchiante di Munch alla speranza incerta e puntinata di Seurat.



Questo spettacolo che ha preso una forma e una dimensione molto diversa dall’idea originale che la stessa coreografa aveva, ruota intorno allo sguardo. Del pubblico sugli attori, degli attori sul pubblico, degli attori fra di loro e del coreografo sugli attori. Ognuno guarda lontano da sé alla ricerca di una debolezza altrui di cui gioire e a cui sentirsi accumunato. Mentre guardano, le bestie di scena della Dante ballano, cantano, urlano, litigano, seducono, combattono, senza mai emettere una parola, a dimostrazione che il linguaggio che il nostro cervello assorbe con più facilità è quello del corpo. Ci rivolgiamo a noi stessi e mentre, a fine spettacolo, gli attori tornano allineati al proscenio, rifiutando, per la prima volta, di eseguire il compito che il coreografo gli ha comandato (rivestirsi), ci chiediamo se non dovremmo essere noi a provare imbarazzo per le scelte che a volte indossiamo.



«Ognuno di noi parla, e dopo aver parlato, riconosce quasi sempre che è stato invano. Ci conduciamo disillusi in noi stessi, come un cane di notte alla sua cuccia, dopo aver abbaiato a un’ombra» [1]


domenica 19 marzo 2017

Rosencrantz e Guildenstern sono ancora vivi. Parola di Harry Potter.



Cinema e Teatro incrociano spesso le spade, cercando di dimostrare che solo a uno dei due spetta la supremazia sulle emozioni del pubblico. È una sfida che prescinde dagli incassi o dalla fama (il Cinema avrebbe già vinto da decenni), il perno della lotta qui è più profondo, in gioco ci sono le anime degli spettatori che il Teatro ha sempre dichiarato di saper sfiorare con una delicatezza e una ‘verità’ che al Cinema manca. Colpa dello schermo che separa attori dal pubblico, della possibilità di rifare una scena mille volte prima di esporsi al giudizio altrui, dell’assenza di rischio su cui invece il Teatro si fonda. Non ci interessa sapere chi vincerà la battaglia, anche perché è auspicabile che non abbia mai fine. Da essa sono nati testi che hanno impressionato, in senso fotografico, la nostra corteccia celebrale per sempre. 


Uno di questi è Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Tom Stoppard (‘britannicissimo’ drammaturgo nato nell’ex Cecoslovacchia nel 1937 con il nome di Tomas Straussler), scritto nel 1964 partendo da due personaggi minori dell’Amleto di Shakespeare. Ve li ricordate? ‘Amici’ del tormentato principe danese, vengono incaricati da re Claudio (che ha ucciso il padre di Amleto e sposato sua madre Geltrude) di indagare sullo stato mentale del principe. Finiranno assassinati in Inghilterra, dove erano stati inviati per uccidere Amleto. 
Personaggi secondari del dramma shakespeariano, vengono liquidati dal bardo nell’Atto V, scena II con un inappellabile: «Rosencrantz e Guildenstern sono morti» È da questa battuta che Tom Stoppard parte per creare un testo sospeso fra il teatro pirandelliano e beckettiano, dove la parola diventa protagonista dei voli semantici dei due smarriti personaggi. Ros e Guil (così li ribattezza Stoppard) diventano osservatori della storia di Amleto che nel loro mondo diviene puro fondale rispetto alla ricerca di un senso nella loro esistenza, decisi a non cedere al destino che tutti, spettatori compresi, conoscono fin da quando si solleva il sipario: la loro morte. Per questo Ros e Guil analizzano e sminuzzano ogni loro battuta, intrappolando lo spettatore in una realtà dove i giochi di parole, il surreale e l’anacronistico dominano e le risate sincere si fondono con domande a cui, i protagonisti assieme al pubblico, provano a dare una risposta che li possa allontanare dal loro destino. 



A distanza di cinquant’anni abbondanti dalla prima messa in scena del testo di Stoppard (nel 1966 in Scozia) Rosencrantz e Guildenstern sono morti è di nuovo vivissimo a teatro a Londra (all’Old Vic fino al 29 aprile) con Daniel Radcliffe (il protagonista di Harry Potter) nei panni di Ros e Joshua McGuire in quelli di Guil. Michael Billington è andato a vedere lo spettacolo in anteprima per il Guardian, riscoprendo ancora una volta l’humor irrefrenabile del testo, che fa della morte un concetto discutibile: «Death is not anything… death is not… it’s the absence of presence, nothing more». Essa è per tutti, ma non per coloro (Ros e Guil) che più di tutti hanno il suo marchio impresso nei loro nomi. Così Stoppard ci fa intravedere l’orlo di un burrone emotivo da cui non è così difficile saltare: il destino che gli altri ci impongono è tale solo se lo accettiamo. Grazie al loro ostinato, ottuso rifiuto, Rosencrantz e Guildenstern hanno ottenuto un testo tutto per loro, che li condurrà alla morte in ogni caso, ma attraverso un percorso assai più lungo e interessante di cui saranno protagonisti. Non è la pratica che hanno usato molte delle star di Hollywood per diventare tali? Il Cinema ruba spesso in casa del Teatro. 



domenica 12 marzo 2017

Le montagne di Paolo Cognetti



Mentre leggevo Le otto montagne di Paolo Cognetti e mi imbattevo in nomi di monti, valli, massicci come Catinaccio, Sassolungo, Tofane, Marmolada, Macugnaga, Alagna, Ayas, Grana, iniziando a prendere confidenza con ghiacciai, camosci, stambecchi, notti in bivacco, cieli stellati e neve che cade fitta anche in agosto, mi ronzava nella testa una frase che ho letto parecchi anni fa in un racconto di Alice Munro. Non ricordo il titolo del racconto, ma la frase mi è rimasta appiccicata alle sinapsi come gomma da masticare: “Ci sono pochi luoghi in una vita, forse persino uno solo, in cui succede qualcosa; dopodiché ci sono tutti gli altri luoghi”. Ecco, Paolo Cognetti uno dei suoi ‘pochi luoghi’ l’ha trovato. Lo dimostra con la storia di Pietro, un ragazzino che scappa con i genitori da una Milano anni’70 fatta di fiumi sotterranei (come l’Olona che ancora oggi scorre sotto i viale alberati del capoluogo lombardo) e fiumi di superficie «di auto, furgoni, motorini, camion, autobus, ambulanze […] sempre in piena» per rifugiarsi fra le montagne. Lì ognuno può tornare a essere se stesso o se non è ancora riuscito a trovarsi, come accade al protagonista del romanzo di Cognetti, non ha più scuse per sottrarsi alla ricerca. 


In questo romanzo di formazione, sulle orme di Twain, London e Stevenson, Cognetti trasforma ogni arrampicata, passeggiata o ‘semplice’ contemplazione del protagonista in un gate, un portale di passaggio fra il ‘fuori’ e il ‘dentro’, dimostrando che l’immagine che abbiamo di noi stessi è spesso assai diversa dai bisogni che ci spingono a prendere le nostre decisioni. Nel paesino di 14 abitanti di Grana, dove la Natura regna incontrastata ignorando, alla maniera leopardiana, quelle piccole e petulanti formiche che chiamiamo uomini, Pietro scopre il valore dell’amicizia, trovando in Bruno il suo inseparabile compagno di avventure (come Huck e Jim sulla zattera di Mark Twain), impara a condividere momenti di silenziosa passione (come la lettura che fa con la madre rannicchiato davanti a una stufa di ghisa nera che «li ascolta»),  prova in tutti i modi a comunicare con un padre che ha fatto del non doversi mai allineare con le idee altrui la sua trappola. 

Ogni scoperta di Pietro non è che un indizio di verità, che lascia intravedere solo arrampicate più estreme a cui abbandonarsi per fissare un altro chiodo nella parete di vita che ci è toccata. È lo stesso protagonista a dircelo parlando del rapporto con suo padre: «sembrava sempre che non potesse darmi la soluzione ma appena qualche indizio, e che alla verità dovessi per forza arrivarci da solo». 

Scritto con una prosa pulita e essenziale, come ci si aspetterebbe da un romanzo ambientato in luoghi aspri, Le otto montagne a volte pecca di autocompiacimento dell’autore che ha la montagna nel cuore e ritiene che ogni fenditura, bacca o valle, asperità dei luoghi o delle persone meriti una descrizione approfondita. Questa scelta rallenta il ritmo della narrazione, portando il lettore a saltare pagine per riannodare i fili della storia. Forse sarebbe bastato solo ridurre i momenti di contemplazione estatica della montagna, alcuni davvero ben scritti, per evitare di depotenziarne l’effetto. Lo stesso vale per i personaggi, su cui si ritorna a volta per ribadire una caratteristica o un comportamento che ormai sono già chiare al lettore e non necessitano di sottolineature. 


Le otto montagne ha di certo il merito di aver ampliato i confini del romanzo italico a luoghi meno battuti dagli autori contemporanei, facendo della montagna e dei suoi silenzi un futuro protagonista di molti tesi futuri, visto anche il successo che il romanzo di Cognetti ha riscosso in Italia, ma soprattutto all’estero