domenica 26 marzo 2017

Bestie di scena e non secondo Emma Dante, in scena al Piccolo di Milano



Immaginate di entrare al Teatro Piccolo di Milano. Mi riferisco alla sede ‘nuova’ di Largo Greppi, quella intitolata a Giorgio Strehler (inaugurata alla fine degli anni ’90 per ampliare l’offerta del primo teatro stabile d’Italia). Ci accoglie con la sua cubica presenza, ricoperto di mattoni pieni, come molte chiese ambrosiane che si nascondono nelle anse modaiole e design-centriche del quartiere Brera. All’interno il sipario è aperto su un palcoscenico senza fondali, solo le quinte nere come la pece e un gruppo di attori in tuta e scarpe da ginnastica che si sta riscaldano con esercizi rubati a una lezione di cross-fit. È questo il primo impatto con il nuovo spettacolo di Emma Dante, che ha debuttato al Piccolo con il titolo Bestie di scena.



Il pubblico, un po’ disorientato, si siede, iniziando a trafficare con programmi, giornali e smartphone, refugium peccatorum dell’ansia da contatto umano del XXI secolo. Anche gli attori ignorano il pubblico, concentrati sui passi sempre più veloci del loro allenamento che li porta ad avvicinarsi l’uno all’altro, fino a diventare un unicum saltellante e ruotante. I cellulari ora vanno spenti, lo spettacolo è già iniziato a dispetto delle luci in sala che stentano ad abbassarsi. Le persone intorno a voi si iniziano a strattonare, hanno letto sui giornali che gli attori compaiono nudi in scena e non tutti sembrano possedere un fisico scultoreo sotto le magliette e i pantaloni che gli attori, ora allineati sul proscenio, stanno iniziando a sfilarsi, lasciando cadere gli indumenti e le scarpe nello spazio che separa il palco dalla prima fila. Notate la tensione aumentare nei colli di chi vi siede accanto, non si vuole perdere nemmeno un particolare dei  corpi altrui. Ma l’esposizione prolungata riduce l’interesse, lo sappiamo bene, capaci di pranzare amabilmente mentre la TV ci mostra gli effetti di bombardamenti, migrazioni e tendopoli, senza che questo faccia ridurre il nostro desiderio di riempirci lo stomaco. Così, dopo aver fatto apprezzamenti e debiti confronti, la mente degli spettatori archivia il nudo e guarda con stupore all’uomo.


Gli attori sono lanciati su un palco, in balia di un signore-coreografo che gli scaglia addosso qualsiasi oggetto gli passa per la mente, suscitando l’emozione che più di tutte temiamo e che sempre ci accompagna: la paura. Della novità, dell’altro, di noi stessi, del destino, della fame, della morte. Emma Dante condensa in 75 minuti di spettacolo, un inferno emotivo ‘dante-sco’, che ha forti richiami pittorici, passando dal terrore risucchiante di Munch alla speranza incerta e puntinata di Seurat.



Questo spettacolo che ha preso una forma e una dimensione molto diversa dall’idea originale che la stessa coreografa aveva, ruota intorno allo sguardo. Del pubblico sugli attori, degli attori sul pubblico, degli attori fra di loro e del coreografo sugli attori. Ognuno guarda lontano da sé alla ricerca di una debolezza altrui di cui gioire e a cui sentirsi accumunato. Mentre guardano, le bestie di scena della Dante ballano, cantano, urlano, litigano, seducono, combattono, senza mai emettere una parola, a dimostrazione che il linguaggio che il nostro cervello assorbe con più facilità è quello del corpo. Ci rivolgiamo a noi stessi e mentre, a fine spettacolo, gli attori tornano allineati al proscenio, rifiutando, per la prima volta, di eseguire il compito che il coreografo gli ha comandato (rivestirsi), ci chiediamo se non dovremmo essere noi a provare imbarazzo per le scelte che a volte indossiamo.



«Ognuno di noi parla, e dopo aver parlato, riconosce quasi sempre che è stato invano. Ci conduciamo disillusi in noi stessi, come un cane di notte alla sua cuccia, dopo aver abbaiato a un’ombra» [1]


domenica 19 marzo 2017

Rosencrantz e Guildenstern sono ancora vivi. Parola di Harry Potter.



Cinema e Teatro incrociano spesso le spade, cercando di dimostrare che solo a uno dei due spetta la supremazia sulle emozioni del pubblico. È una sfida che prescinde dagli incassi o dalla fama (il Cinema avrebbe già vinto da decenni), il perno della lotta qui è più profondo, in gioco ci sono le anime degli spettatori che il Teatro ha sempre dichiarato di saper sfiorare con una delicatezza e una ‘verità’ che al Cinema manca. Colpa dello schermo che separa attori dal pubblico, della possibilità di rifare una scena mille volte prima di esporsi al giudizio altrui, dell’assenza di rischio su cui invece il Teatro si fonda. Non ci interessa sapere chi vincerà la battaglia, anche perché è auspicabile che non abbia mai fine. Da essa sono nati testi che hanno impressionato, in senso fotografico, la nostra corteccia celebrale per sempre. 


Uno di questi è Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Tom Stoppard (‘britannicissimo’ drammaturgo nato nell’ex Cecoslovacchia nel 1937 con il nome di Tomas Straussler), scritto nel 1964 partendo da due personaggi minori dell’Amleto di Shakespeare. Ve li ricordate? ‘Amici’ del tormentato principe danese, vengono incaricati da re Claudio (che ha ucciso il padre di Amleto e sposato sua madre Geltrude) di indagare sullo stato mentale del principe. Finiranno assassinati in Inghilterra, dove erano stati inviati per uccidere Amleto. 
Personaggi secondari del dramma shakespeariano, vengono liquidati dal bardo nell’Atto V, scena II con un inappellabile: «Rosencrantz e Guildenstern sono morti» È da questa battuta che Tom Stoppard parte per creare un testo sospeso fra il teatro pirandelliano e beckettiano, dove la parola diventa protagonista dei voli semantici dei due smarriti personaggi. Ros e Guil (così li ribattezza Stoppard) diventano osservatori della storia di Amleto che nel loro mondo diviene puro fondale rispetto alla ricerca di un senso nella loro esistenza, decisi a non cedere al destino che tutti, spettatori compresi, conoscono fin da quando si solleva il sipario: la loro morte. Per questo Ros e Guil analizzano e sminuzzano ogni loro battuta, intrappolando lo spettatore in una realtà dove i giochi di parole, il surreale e l’anacronistico dominano e le risate sincere si fondono con domande a cui, i protagonisti assieme al pubblico, provano a dare una risposta che li possa allontanare dal loro destino. 



A distanza di cinquant’anni abbondanti dalla prima messa in scena del testo di Stoppard (nel 1966 in Scozia) Rosencrantz e Guildenstern sono morti è di nuovo vivissimo a teatro a Londra (all’Old Vic fino al 29 aprile) con Daniel Radcliffe (il protagonista di Harry Potter) nei panni di Ros e Joshua McGuire in quelli di Guil. Michael Billington è andato a vedere lo spettacolo in anteprima per il Guardian, riscoprendo ancora una volta l’humor irrefrenabile del testo, che fa della morte un concetto discutibile: «Death is not anything… death is not… it’s the absence of presence, nothing more». Essa è per tutti, ma non per coloro (Ros e Guil) che più di tutti hanno il suo marchio impresso nei loro nomi. Così Stoppard ci fa intravedere l’orlo di un burrone emotivo da cui non è così difficile saltare: il destino che gli altri ci impongono è tale solo se lo accettiamo. Grazie al loro ostinato, ottuso rifiuto, Rosencrantz e Guildenstern hanno ottenuto un testo tutto per loro, che li condurrà alla morte in ogni caso, ma attraverso un percorso assai più lungo e interessante di cui saranno protagonisti. Non è la pratica che hanno usato molte delle star di Hollywood per diventare tali? Il Cinema ruba spesso in casa del Teatro. 



domenica 12 marzo 2017

Le montagne di Paolo Cognetti



Mentre leggevo Le otto montagne di Paolo Cognetti e mi imbattevo in nomi di monti, valli, massicci come Catinaccio, Sassolungo, Tofane, Marmolada, Macugnaga, Alagna, Ayas, Grana, iniziando a prendere confidenza con ghiacciai, camosci, stambecchi, notti in bivacco, cieli stellati e neve che cade fitta anche in agosto, mi ronzava nella testa una frase che ho letto parecchi anni fa in un racconto di Alice Munro. Non ricordo il titolo del racconto, ma la frase mi è rimasta appiccicata alle sinapsi come gomma da masticare: “Ci sono pochi luoghi in una vita, forse persino uno solo, in cui succede qualcosa; dopodiché ci sono tutti gli altri luoghi”. Ecco, Paolo Cognetti uno dei suoi ‘pochi luoghi’ l’ha trovato. Lo dimostra con la storia di Pietro, un ragazzino che scappa con i genitori da una Milano anni’70 fatta di fiumi sotterranei (come l’Olona che ancora oggi scorre sotto i viale alberati del capoluogo lombardo) e fiumi di superficie «di auto, furgoni, motorini, camion, autobus, ambulanze […] sempre in piena» per rifugiarsi fra le montagne. Lì ognuno può tornare a essere se stesso o se non è ancora riuscito a trovarsi, come accade al protagonista del romanzo di Cognetti, non ha più scuse per sottrarsi alla ricerca. 


In questo romanzo di formazione, sulle orme di Twain, London e Stevenson, Cognetti trasforma ogni arrampicata, passeggiata o ‘semplice’ contemplazione del protagonista in un gate, un portale di passaggio fra il ‘fuori’ e il ‘dentro’, dimostrando che l’immagine che abbiamo di noi stessi è spesso assai diversa dai bisogni che ci spingono a prendere le nostre decisioni. Nel paesino di 14 abitanti di Grana, dove la Natura regna incontrastata ignorando, alla maniera leopardiana, quelle piccole e petulanti formiche che chiamiamo uomini, Pietro scopre il valore dell’amicizia, trovando in Bruno il suo inseparabile compagno di avventure (come Huck e Jim sulla zattera di Mark Twain), impara a condividere momenti di silenziosa passione (come la lettura che fa con la madre rannicchiato davanti a una stufa di ghisa nera che «li ascolta»),  prova in tutti i modi a comunicare con un padre che ha fatto del non doversi mai allineare con le idee altrui la sua trappola. 

Ogni scoperta di Pietro non è che un indizio di verità, che lascia intravedere solo arrampicate più estreme a cui abbandonarsi per fissare un altro chiodo nella parete di vita che ci è toccata. È lo stesso protagonista a dircelo parlando del rapporto con suo padre: «sembrava sempre che non potesse darmi la soluzione ma appena qualche indizio, e che alla verità dovessi per forza arrivarci da solo». 

Scritto con una prosa pulita e essenziale, come ci si aspetterebbe da un romanzo ambientato in luoghi aspri, Le otto montagne a volte pecca di autocompiacimento dell’autore che ha la montagna nel cuore e ritiene che ogni fenditura, bacca o valle, asperità dei luoghi o delle persone meriti una descrizione approfondita. Questa scelta rallenta il ritmo della narrazione, portando il lettore a saltare pagine per riannodare i fili della storia. Forse sarebbe bastato solo ridurre i momenti di contemplazione estatica della montagna, alcuni davvero ben scritti, per evitare di depotenziarne l’effetto. Lo stesso vale per i personaggi, su cui si ritorna a volta per ribadire una caratteristica o un comportamento che ormai sono già chiare al lettore e non necessitano di sottolineature. 


Le otto montagne ha di certo il merito di aver ampliato i confini del romanzo italico a luoghi meno battuti dagli autori contemporanei, facendo della montagna e dei suoi silenzi un futuro protagonista di molti tesi futuri, visto anche il successo che il romanzo di Cognetti ha riscosso in Italia, ma soprattutto all’estero

domenica 5 marzo 2017

Breaking News di mezzanotte: il nuovo libro di Haruki Murakami


Tokyo, 24 febbraio 2017, breaking news in un notiziario. Un uomo vestito con un abito azzurro e un sorriso smagliante, come il fazzoletto che ha nel taschino, fissa la telecamera come se si fosse appena accorto che qualcuno, per un oscuro motivo, lo sta filmando. Accanto a lui una donna con un vestito rosa confetto dello stesso colore della sua pelle, anche lei fissa la telecamera che ha di fronte con uno sguardo perso. Sembra non poter credere all’immagine che la retina restituisce al cervello. Eppure entrambi continuano a parlare con tono pacato.




 

Io che sono dall’altra parte dello schermo, posso tentare di interpretare il loro messaggio solo dal linguaggio del corpo, il mio giapponese è davvero pessimo, e per questo rimango ancor più spiazzato. In mente ho l’ansia vorace di Chicco Mentana, che fa pensare a una tanica di bagnoschiuma concentrato lanciato sotto il getto di una cascata, non basterebbe un televisore da 60 pollici a contenere la sua felicità per una breaking news. I nostri due cronisti invece restano impassibili, mi portano alla mente le sabbie di Laugharne (amena località del Galles, famosa per le sue strane maree e per essere il luogo eletto da Dylan Thomas per rifocillare la propria immaginazione). Sono irreali e disturbanti e pure non posso smettere di osservarli. Ed ecco che sono io davanti alla telecamera e loro sul mio scomodissimo divano grigio e bianco a chiedersi perché indossano ancora le scarpe se sono in casa e chi è quell’occidentale che sembra fare ginnastica in diretta per quanto si sbraccia. Cosa accadrebbe ora se i nostri due cronisti spegnessero la TV con me dentro?


No, non siamo in un romanzo di Haruki Murakami: fantasie che governano la realtà che si scopre alla fine una fantasia. Ma l’autore di Norwegian Wood e di Kafka sulla spiaggia (il libro per cui gli ho giurato eterno amore) è l’origine di questa news. Centinaia di suoi fedeli lettori hanno aspettato ore davanti alle librerie di Tokyo, Osaka e nelle prefetture di Fukushima, Kochi and Fukuoka per essere i primi a stringere fra le mani il quattordicesimo romanzo di Murakami.


Sul modello di Harry Potter, Murakami è la J. K. Rowling del Giappone (sebbene dubito che lui apprezzerebbe questo paragone), la casa editrice Shinchosha ha concordato con i librai aperture straordinarie alla mezzanotte del 24 febbraio per offrire agli Harukisti (questo il nome che il Japan Times ha dato ai fedelissimi di Murakami) il privilegio di stringere fra le mani i due volumi che compongono le oltre duemila pagine del romanzo intitolato Kishidancho Goroshi, che, per chi fosse a digiuno di giapponese (vergognatevi!), significa all’incirca L’omicidio del Commendatore.

Non è la prima volta che Murakami inserisce dei riferimenti al nostro Paese, dove ha anche vissuto e scritto Noruwei no mori (Norwegian Wood), ma non c’era mai stato un richiamo così diretto nel titolo. Della trama sappiamo ancora poco: la storia di un uomo che vive fra le montagne (sì, le montagne ormai sono diventate una base irrinunciabile per un romanzo anche dall’altra parte del mondo) la cui vita cambia radicalmente quando incontra il ‘Commendatore’ del titolo. Per il resto, dobbiamo aspettare le traduzioni in inglese e in italiano nei prossimi mesi o approfittarne per fare un viaggio in Giappone. Lì le prime 500.000 copie sono state già vendute e la prima ristampa di 300.000 copie è già stata inviata alle librerie.


Gli Harukisti lo avranno già letto tutto, senza contare i 30 ‘superfortunati’ che hanno avuto l’opportunità di essere rinchiusi nella libreria Sanseido qualche ora prima dell’inizio ufficiale delle vendite, per poter leggere collettivamente il romanzo di Murakami entro la mattina successiva, in quelle esperienze alla ‘giochi senza frontiere’ che piacciano tanto ai giapponesi.  Chissà cosa direbbe Murakami a proposito di queste prove di forza? La criticherebbe? Forse, ma questo non farebbe pentire gli Harukisti del loro comportamento, tenendo così fede al loro vate narrativo che ha detto: «Non c’è critica che possa scoraggiarmi o farmi perdere la fiducia in me stesso. […] Sono convinto che il tempo darà ragione a ciò che si è ottenuto col tempo».


domenica 26 febbraio 2017

Finnegans Wake: una lettura ad alta voce, pardon ad ‘altra’ voce



Jorge Louis Borges sosteneva che «la veglia è un altro sogno che sogna di non sognare». In questa definizione forse c’è il cuore dell’opera di James Joyce Finnegans Wake che Enrico Terrinoni e Fabio Pedone hanno affrontato con tutta l’esplosiva e coraggiosa creatività necessaria a chi vuole tradurre Joyce. Lo hanno fatto raccogliendo l’eredità di Luigi Schenoni che ha iniziato a lavorare per Mondadori al progetto di traduzione in italiano di Finnegnas Wake nel 1982, curando i primi due libri di cui è composto il testo. Ma di cosa parla Finnegans Wake? Gli studiosi di Joyce vi direbbero che a questa domanda c’è più di una risposta. Certo, è la storia di un uomo, Earwicker, della sua famiglia, della sua terra (l’Irlanda), narrata attraverso i suoi sogni ed alcune veglie che il protagonista ha durante questi sogni. Ma questo è solo il fondale dell’opera. Il vero protagonista, quello su cui ha lavorato Joyce nei 17 anni che ha impiegato per scrivere Finnegans Wake, è il linguaggio. Un flusso di parole che condensa e disaggrega sensazioni, generando un metalinguaggio che, a un certo punto della lettura, sembra vivere per sé e di sé, fornendo al lettore una tavolozza infinita di sfumature con cui liberare la propria immaginazione.

Ma non ci fermiamo qui. Per comprendere meglio i livelli narrativi con cui deve cimentarsi il lettore di Joyce, abbiamo incontrato, in una libreria milanese, Fabio Pedone e Enrico Terrinoni.


Per tradurre il Libro Terzo di Finnegans Wake avete investito 3 anni della vostra vita, lavorando cinque ore al giorno, tutti i giorni, per arrivare a consegnare a Mondadori 70 pagine di testo. Una sfida che in pochi avrebbero accettato, quali principi hanno guidato le vostre scelte nel trasporre in italiano il ‘Joyce-linguaggio’ e come avete organizzato praticamente il lavoro? 

La traduzione ha a che fare con due scelte. Quella di essere un servo del testo o quella di servire il testo. Noi abbiamo scelto la seconda opzione. Per Finnegans Wake ha voluto dire farlo esplodere in tutti i modi possibili e immaginabili. Spesso un lettore, leggendo la nostra scelta traduttiva, potrebbe aver difficoltà a trovare il corrispettivo esatto nell’inglese [la traduzione ha il testo originale a fronte ndc]. Noi abbiamo cercato di seguire l’esempio stesso di Joyce, quando si è auto-tradotto in italiano. L’ultima cosa che Joyce ha pubblicato è proprio l’auto-traduzione, fatta insieme a Nino Frank, del Libro Primo (capitolo VIII). Questa traduzione ci dimostra che Joyce non era interessato solo ed esclusivamente alla resa del testo per come era stato scritto, ma a riprodurre i suoi significati, anche se ciò voleva dire spostarli, modificarli, pur di mandare il suo messaggio al lettore. Per tradurre le nostre 70 pagine abbiamo suddiviso il testo in micro unità e abbiamo lavorato singolarmente, annotando fittamente le nostre soluzioni e poi ce le siamo scambiate. Ogni traduttore annotava i suoi commenti vicino alle note dell’altro, creando cimiteri di segni e alternative abbandonate, fino ad arrivare alla soluzione condivisa, leggendo le varie soluzioni ad alta voce.  

Finnegans Wake va letto a voce alta?

Assolutamente, allo stesso modo in cui Joyce lo leggeva agli amici. E quando incrociava dei pezzi in cui aveva inserito degli estratti di una canzone, li canticchiava. Se cercate su Youtube, scoprirete che Joyce ha registrato nel 1930 a Londra una sua lettura di Finnegans Wake. Se l’ascoltate con attenzione, noterete che ha una sua musicalità. Quindi sì, leggetelo ad alta voce e iniziate da qualsiasi punto la vostra lettura. Joyce voleva che ogni lettore potesse iniziare a leggere la sua opera dal punto che preferiva. Finnegans Wake è un libro che più che una fine e un inizio ha un ‘finizio’.




Leggere Joyce è come fare una sorta di traduzione collaborativa, in cui ogni lettore interpreta la serie infinita di neologismi joyciani a suo modo?

Direi proprio di sì. Le parole sono sempre in movimento ed è per questo che facciamo questo lavoro. Anche se una parola viene fissata sulla carta con una traduzione che ne segna l’interpretazione, questa non è immutabile. È questo che fa Finnegans Wake: combatte contro la fissità delle parole. Il fatto che qualcuno abbia decodificato in un modo una serie di parole o di suoni non significa che non ve ne possa essere un’altra, tante altre interpretazioni. Questo è un testo che mette il lettore al centro della triade testo-autore-lettore. È il lettore che scrive il testo, ecco perché Joyce è un autore per tutti, ma per tutti individualmente. Ognuno ha il suo Joyce e quindi ognuno ha la sua interpretazione dei suoi testi. Grazie a Finnegans Wake torniamo bambini perché possiamo inventare parole e il loro senso.

E ora veniamo al titolo. Si presta, al pari del contenuto del libro, a diverse interpretazioni, grazie all’utilizzo spregiudicato della polisemia. Finnegans Wake. ‘Wake’ qui sta per risveglio o per veglia? E quella ‘s’ finale di ‘Finnegans’ è l’elisione di un genitivo sassone o è un incitazione ai Finnegans, agli irlandesi, per ridestarsi? Qual è la vostra visione?

Finnegans Wake è una ballata anonima irlandese di metà ottocento, ma è scritta con l’apostrofo del genitivo sassone (Finnegan’s Wake = la veglia per Finnegan). Chi è questo Finnegan? Il protagonista di questa ballata, un muratore che cade da una scala e muore. Durante la sua veglia, particolarmente alcolica, come tutte le veglie irlandesi, qualcuno getta in faccia al cadavere del whisky. Finnegan allora si risveglia, meravigliandosi per la veglia che si sta svolgendo intorno a lui, che presto si trasforma in una festa. In questo storia Joyce trova la chiave di tutti i miti: la rigenerazione. Su questo tema si divertirà a creare molti giochi di parole. Per esempio Joyce trasformò il singolare ‘Finnegan’ in ‘Finnegans’ plurale. È come se dicesse: voi Finnegans, voi irlandesi, voi persone a cui hanno tolto parola, che state dormendo, svegliatevi.


Joyce ha un rapporto particolare con Giambattista Vico, il cui pensiero filosofico studiò a fondo. Si ritrova questa presenza anche nel Finnegans Wake?

James Joyce creava il caos ma solo per rimetterlo in ordine. Suo padre diceva che se si fosse perso nel deserto da piccolo, la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata sedersi e fare una mappa. Per orientarsi nella sua opera, Joyce ha usato due filosofi italiani: Giordano Bruno e Giambattista Vico. Finnegans Wake è diviso in quattro parti, come le quattro epoche di cui parlava Vico: l’età degli Dei; l’età degli eroi, l’età degli uomini e la quarta epoca: il ricorso, in cui tutto si rigenera. Quindi sì, possiamo dire che Vico è stato uno dei suoi numi tutelari. Ed è per questo che Finnegans Wake si trasforma in un discorso sulla storia. Con questo libro è come se Joyce dicesse: se la storia di Irlanda è andata male, proviamo a riscriverla. Proviamo a prendere chi ha vinto e a torcergli il collo, prendendo le sue parole per trasformarle in qualcos’altro. Quindi Finnegans Wake è un libro di vendetta storica. Costruita alla maniera di Joyce, con ironia.

Finnegans Wake è costruito su errori e incomprensioni, vocali o uditive. È qualcosa che accade anche oggi e non sempre per errore. Quest’opera è anche un incitamento a fare attenzione al significato che vogliamo dare alle parole?

Joyce crea un corto circuito semantico fra quello che vogliamo dire e quello che diciamo. Quante parole noi subiamo? Il primo programma che si inventa uno slogan, lo impone agli altri che subito lo adottano, diventando marionette di ventriloqui lontani, che spesso neanche si conoscono o, peggio, di cui non si percepisce l’esistenza. Finnegans Wake disarticola la parola rigida, facendo scoprire al lettore che è mobile e la si può metamorfosare. In questo modo Joyce ci toglie dalla testa il ‘già pensato’.



domenica 19 febbraio 2017

L’orso affamato e Il corvo buongustaio

Ieri mattina, all’alba, perlustravo la cucina come un orso miope alla ricerca di miele. Qualcuno aveva interrotto il mio letargo e mi aveva rubato gli occhiali. Un orso nervoso, si sa, non è mai un buon inizio. Un orso nervoso cieco più di Milton e Joyce messi assieme, può diventare un cataclisma. 

Ciotole, cucchiaini, barattoli, strofinacci, tutto finiva per terra a rallentatore, ma del miele nessuna traccia. Lo stomaco protestava e la testa scoppiava, tutto per colpa di un ospite indesiderato che aveva fatto il nido sul mio collo. Un corvo. Non pensate a quello del poema in versi di Poe, né a quello de La macchia umana di Philip Roth, no, il mio corvo era più vicino a quello di Lewis Carroll in Alice nel paese delle meraviglie. Avete presente quando il Cappellaio Matto chiede ad Alice: «Why is a raven like a writing desk?» (Perché un corvo è come uno scrittoio?). Ecco, l’uccellaccio che mi aveva svegliato, iniziando a beccarmi il collo come se volesse staccarlo dal resto del corpo, era come il corvo del Cappellaio Matto. Un depistaggio, quel tipo di riferimento letterario che sembra totalmente folle e che fa innervosire il lettore, spingendolo a girare pagina alla ricerca del filo narrativo che lo porterà in quel verosimile cui tanto è affezionato. Ma è proprio nel dettaglio più incomprensibile che spesso si nasconde la verità e poi il corvo si stava impegnando così tanto nel suo lavoro che mi sembrava poco cortese scacciarlo. 

Mi sono trascinato verso una lunga chaise longue ricoperta da una ipnotica tappezzeria a quadretti bianchi e neri, in modo da far cadere la mia testa su qualcosa di morbido, non appena il corvo avesse finito il suo lavoro. Gli orsi semi addormentati hanno la stessa eleganza di un gruppo di Capponi di manzoniana memoria (ve li ricordate? Legati per le zampe e trascinati a testa in giù da un Renzo agitato?). Per questo, finire muso a terra a contemplare le venature del parquet, a pochi centimetri dall’agognata chaise longue, non mi è sembrato un cattivo risultato. In fondo mi stavo riposando e al corvo era bastato conficcare il becco in profondità nella mia carne per non perdere la sua posizione. Sentivo che il becco aveva quasi compiuto il suo lavoro, solo un paio di colpi e… nulla, il corvo aveva lasciato la presa. Aveva rinunciato? 


Non io mio corvo! Qualcosa doveva aver attirato la sua attenzione, ma non c’erano altri colli in giro da beccare, non aggrovigliati e ricolmi di vertebre succulente come il mio, di questo ero certo. Stavo per convincermi che il corvo avesse trovato la soluzione alla domanda del cappellaio matto e fosse andato subito a vantarsene con il gruppo di sostegno per ‘corvi beccatori di colli altrui’ a cui era affiliato, quando un colpo secco mi ha liberato da una delle vertebre cervicali. È rotolata a terra, lasciando dietro di sé un siero biancastro, sembrava una lumaca senza corna. Il corvo ha cominciato a rincorrerla e l’ha ingoiata. 
«Com’è?» Ho chiesto ansioso. Il corvo si è girato verso di me, pulendosi il becco con le ali. 
«Ottima, io non mangio di tutto». 
Io sì, pensai, io sì. 
Un’ora dopo ero davanti allo specchio. Il mal di testa era sparito ed anche la fame. Dovevo proprio ringraziare quel corvo, è stato il miglior osteopata che abbia mai avuto, anche se ho avuto la lingua nera tutto il giorno a causa sua. 
Ma forse è colpa mia, io non sono un buongustaio.



domenica 12 febbraio 2017

Palindromi temporali



Un palindromo è una parola o una frase che si può leggere sia da sinistra verso destra sia da destra verso sinistra. ‘Anna’, ‘Otto’, ‘Ossesso’, ma anche intere frasi o scioglilingua a partire dai latini: ‘In girum imus nocte et consumimur igni”. Palindromo deriva dal greco antico: palindromos, ossia che corre all'indietro, composto di ‘palin’ (di nuovo, all'indietro), e ‘dramein’ (correre). Guardando Arrival il film di Denis Villeneuve, enfant prodige del cinema franco-canadese e regista del sequel di Blade Runner, ci rendiamo subito conto di trovarci di fronte a un palindromo che non si limita alle parole, ma assorbe e ingloba l’intero flusso temporale della storia narrata, sfidandoci a percorrerla in tutti sensi che osiamo scoprire fra le micro fratture delle trama.


Dodici navi aliene di pietra nera sono in sospensione su luoghi che non hanno nulla in comune fra loro, aspettando che gli esseri umani si avvicinino e riescano a comprendere qual è il messaggio di cui questi monoliti sono portatori. Per aiutare il ‘consueto’ esercito pronto a spazzare via tutto per dimostrare la superiorità della razza umana, viene chiamata una linguista e un fisico che dovrebbero scoprire le reali intenzioni degli alieni, prima che l’ansia da bombardamento compulsivo prenda il sopravvento.





Attenzione però a etichettare questo film come un Blockbuster fantascientifico sul modello di Indipendence Day, sebbene spesso oggetti di pietra dalla forma arrotondata sono entrati nell’immaginario collettivo come archetipi di vita aliena, come se solo ampliando il punto di vista ben oltre la nostra piccola sferra terraquea si potesse concepire una realtà priva dei nostri meschini spigoli comportamentali e relazionali. Il cerchio è il simbolo della perfezione ed evidentemente la specie umana soffre di forti complessi di inferiorità, perché a memoria non ricordo (ma spero di essere smentito) film in cui l’incontro ravvicinato è con una forma di vita molto più arretrata della nostra. Persino in Alien di Ridley Scott, gli xenomorfi predatori sono più veloci, forti e spesso furbi dell’uomo.

Anche Arrival risponde a questa regola. I giganteschi ‘eptapodi’ che la linguista Louise e il fisico Ian incontrano nel monolite hanno sviluppato un sistema di comunicazione basato su simboli, anch’essi sferici, che racchiudono un’intera sequenza di idee in un unico simbolo grafico.  Simboli grafici che sono mutevoli e relativi, come sono le idee che li hanno prodotti. Da qui parte la scoperta di Louise di un sistema di comunicazione che va ben oltre le parole e i simboli e se Aristotele sosteneva che “vi sono momenti indivisibili e la linea che li connette si chiama tempo”, Arrival , tratto da un racconto dello scrittore Ted Chiang, prova a dimostrare che questa linea è percorribile in entrambe le direzioni, facendo della nostra vita un palindromo temporale.