domenica 15 gennaio 2017

L’eterna liquidità di Zygmunt Bauman e la sua mappa per abbattere i muri




La prima volta che ho visto Zygmunt Bauman la ricordo distintamente. Non fu un incontro esclusivo, si sarebbe adattato poco alle idee di questo libero pensatore che ha fatto della lotta ai privilegi una delle basi portanti del suo lavoro, ma collettivo. Era il maggio del 2011, sedevo in silenzio in una platea gremita dell’Auditorium costruito da Renzo Piano a Roma. Davanti a me un ometto magrissimo e ricurvo, con i suoi vaporosi ciuffetti di capelli bianchi a incorniciare le ampie orecchie, quasi il suo corpo volesse compensare in qualche modo il divario fra le capacità recettive del suo sistema uditivo e quelle assai più vaste del suo cervello. Bauman presentava Vite che non possiamo permetterci (edito da Laterza), uno dei tanti saggi (ne ha pubblicati più di 50) che offrono al lettore l’opportunità di interrogarsi sul proprio modo di vedere e giudicare le cose e le persone.


Fra i testi che l’inventore del concetto di ‘società liquida’ (una società caratterizzata da forte instabilità ed incertezza, in cui l’essere umano è passato da “produttore” a mero “consumatore”, che trova la sua ragion d’essere e il suo riconoscimento esclusivamente nell’atto del consumo) ha scritto, quello che però ricordo con maggiore affetto, perché generatore di armate di dubbi pronte ad abbattere le mura che il nostro cervello ama costruire intorno alle nostre certezze, è un piccolo libretto intitolato Lo spettro dei barbari - Adesso e allora , edito nel 2010 dall’editore bevivino, in cui Zygmunt Bauman fa impennare i suoi e i nostri pensieri sulle impervie colline dell’etimologia.


Il vocabolo da cui parte il sociologo polacco è ‘barbaro’. Per gli antichi greci i ‘barbaros’ erano tutti coloro che non erano greci, persone che parlavano un diverso idioma, basandosi su un sistema di regole (sociali, economiche ed etiche) diverse da quelle in uso presso i greci. Non aveva quindi una connotazione negativa. Poi sono arrivati i romani che, nel formare il loro impero, hanno applicato in pieno il concetto di antropofagia proposto dall’antropologo francese Lévi-Strauss: divorare lo straniero, inglobandolo e digerendo nel proprio sistema sociale in modo che sia prima di tutto un romano e poi qualcos’altro. Ma questo assorbimento era tutt’altro che pacifico e alcuni popoli resistettero per secoli, diventando così i ‘barbari’. I diversi, i cattivi, coloro che avevano osato impostare la loro vita su un sistema alternativo a quello dominante. Se ‘esageravano’ nel difendere il loro punto di vista andavano isolati, allontanati, in molti casi sterminati. Andavano eretti muri per difendersi dalla loro presenza e dal loro pensiero ‘contaminante’, muri che diventavano sempre più stretti per loro, fino a farli protestare, dando così una scusa al pensiero dominante per farli scomparire.


Vi suona familiare? Che Donald Trump abbia mentito quando ha dichiarato di non leggere libri? Lo speriamo vivamente, vorrebbe dire che è il seme del dubbio sulle proprie granitiche convinzioni potrebbe germogliare persino in lui. Di certo questo saggio dimostra come le dinamiche socio-economiche che viviamo oggi non siano poi così diverse da quelle vissute dai nostri predecessori migliaia di anni fa. Questo però non ci deve far pensare che la battaglia contro il pregiudizio basato sulla diversità sia persa in partenza, la ripetitività delle dinamiche ci permette di conoscere meglio il funzionamento di una lotta alla diversità che nasce sempre dalla paura di ciò che non conosciamo o non vogliamo conoscere. Paura da affrontare per evitare di risvegliarci fra qualche anno in un nuovo tipo di impero fatto non di sudditi, ma di debitori/consumatori, così abilmente spaventati da rimanere incollati alla loro schiavitù pur di non oltrepassare un muro (qui il romanzo di J. M. Coetzee Aspettando i barbari, ci può insegnare come resistere).

domenica 8 gennaio 2017

Lehman Trilogy. Il testo di Stefano Massini torna al Piccolo di Milano per raccontare il crepuscolo di un’epoca



Era il gennaio del 2015, quando Luca Ronconi metteva in scena al Piccolo di Milano il testo di Stefano Massini Lehman Trilogy (edito da Einaudi nel 2014) che racconta la storia di tre generazioni di Lehman, coprendo 160 anni di storia americana. Dal loro arrivo in Alabama, nella seconda metà dell’Ottocento da un piccolo paesino della Baviera sui bastimenti che portarono migliaia di europei a cercare nel nuovo mondo una strada per il loro riscatto, al crollo della quarta banca degli USA (Lehman Brothers), un impero finanziario globale, che con la sua scomparsa ha decretato la fine del capitalismo del XX secolo. 


A distanza di due anni, il Piccolo Teatro, per festeggiare i suoi primi 70 anni (fu fondato nel 1947 da Giorgio Strehler, Mario Apollonio, Virgilio Tosi e Paolo Grassi) e ricordare l’ultimo lavoro di Ronconi (scomparso il mese dopo la prima messa in scena di questa pièce al Piccolo), ripropone Lehman Trilogy offrendo la rara opportunità a chi andrà a vedere questo spettacolo (in scena fino al 21 gennaio) di concedersi un momento di riflessione, senza pregiudizi,  su quali cause (e sono molte più di quelle con cui i media hanno liquidato il fallimento di Lehman Brothers) hanno portato una delle banche di investimento più grandi e potenti del mondo a sparire insieme alla famiglia che quella banca aveva creato partendo da un negozietto di tessuti in Alabama, con l’insegna gialla e nera dipinta a mano dal proprietario per risparmiare e la maniglia della porta che si incagliava.


In un allestimento spogliato di ogni riferimento spaziale e temporale, ad eccezione di un orologio che scorre avanti e indietro su una carrucola sopra le teste degli attori, a dimostrare che il tempo in questo testo è un fattore relativo cui gli attori e il pubblico possono fare ricorso a loro piacimento, si muovono  i tre fratelli Lehman: Henry, il maggiore, la ‘testa’, il primo che arriverà in America dalla Baviera alla ricerca di una vita nuova, Emanuel, il ‘braccio’, l’irruenza necessaria alla famiglia per ottenere ciò che desidera e Mayer (interpretato magistralmente da Massimo Popolizio), la ‘patata’, il più giovane dei tre, ignorato dagli altri due fratelli, ma capace di creare un lavoro nuovo (il mediatore) che proprio i Lehman Brothers porteranno in America. Con la sua autoironia e la capacità di trovare una soluzione che possa accontentare i due fratelli, Mayer metterà le basi per la svolta che trasformò i Lehman da commercianti in cotone a 'commercianti in denaro'.


Ma come ci racconta Stefano Massini (uno degli autori contemporanei più interessanti nel teatro italiano, succeduto a Luca Ronconi come consulente artistico del Piccolo e vincitore proprio con Lehman Trilogy del premio Ubu) si va oltre la saga familiare: «studiando [la storia dei fratelli Lehman NdC] mi resi conto che era molto più importante raccontare cosa era morto insieme a quel marchio. È come se un passante si trovasse ad assistere a un corteo funebre: non sentirà alcun trasporto se il defunto è un estraneo. Io tento di informare il pubblico su chi è stato sepolto sotto la lapide con su scritto Lehman, e questo illumina in modo del tutto diverso la stessa cerimonia funebre». La morte è un attore sempre presente sul palcoscenico di Lehman Trilogy. Che sia fisica, etica, spirituale poco importa, la morte è lì ad assistere alla costruzione delle piramidi di monetine che i fratelli Lehman impilano, sempre più alte, sul palcoscenico. Anche il pubblico la percepisce muoversi in mezzo agli altri attori, in attesa di agire. Cosa è stato così potente da renderla invisibile ai fratelli Lehman?


La risposta non è così banale come potrebbe sembrare. Il denaro, sì, il potere che da esso deriva, anche, ma c’è qualcosa di più. La pretesa di essere intoccabili. Commentando il lavoro di Massini, Sergio Romano, ricorda un passaggio del testo in cui i due fratelli Lehman sono intervistati da Charles Dow, futuro fondatore del Wall Street Journal e ideatore dell’indice Dow Jones. Dow chiede ai due fratelli come funziona la loro banca, ma è Philip, figlio di Emanuel e nipote di Mayer, a rispondere: «non ho il timore di dirle che siamo commercianti in denaro. Ma chi, come noi, ha una banca, usa i soldi per comprare i soldi, vendere i soldi, prestare i soldi e scambiare i soldi». Romano si interroga sull’evoluzione di questo processo: stampare i soldi? Ma la differenziazione è andata ben oltre, portando le banche a proiettare ologrammi di soldi mai esistiti.


Mentre i Lehman Brothers si muovono sul palco, narrando attraverso il testo di Stefano Massini le loro stesse gesta (il dialogato in questo testo teatrale è quasi inesistente e questo giova inaspettatamente al ritmo narrativo), non possiamo evitare di domandarci: cosa avremmo fatto se ci fossimo trovati al posto dei fratelli Lehman? Avremmo retto all’illusione dell’onnipotenza monetaria?   

domenica 18 dicembre 2016

A Milano Herzog crea uno spazio per cultura che sfida ogni ombra di pessimismo

Per l’ultimo post del 2016 prima della pausa natalizia, ci spostiamo nel regno di Herzog. Non parliamo del romanzo di Saul Bellow centrato sulla vita e soprattutto sulla mente di Moses E. Herzog, intellettuale in piena crisi esistenziale che ha sempre trovato nell’instabilità la ‘solida’ base per la sua esistenza, sebbene i luoghi creati da Jacques Herzog siano portatori di solida instabilità, intesa come dinamicità evolutiva. 
Herzog & de Meuron
Architetto, anzi archistar idolatrata e imitata in tutto il mondo (lo studio che Herzog ha fondato insieme a Pierre de Meuron a Basilea è oggetto di pellegrinaggio da parte di giovani architetti e appassionati del design), Jacques Herzog ha avuto l’incarico, cinque anni fa, di riempire uno squarcio nella pancia di Milano che risaliva ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. 


Siamo a Porta Volta, a pochi passi dal quartiere storico di Brera e a poche centinaia di metri dalla modernissima piazza Gae Aulenti, segno della rinascita di un’intera area della città in occasione dell’EXPO. È qui che è sorta la nuova sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli: due piramidi di 7 piani (di cui due sotterranei) di cristallo e cemento per far posto a 10 chilometri lineari di archivi, 4.200 metri quadrati di librerie, sale per le arti e la lettura, uffici. Un’«immensa piazza contemporanea accessibile alla cittadinanza e alle sue idee» come l’ha definita la stessa Fondazione. Un luogo aperto a tutti, dove le persone possono incontrarsi e confrontarsi, senza preconcetti, con trasparenza, come quella del vetro che Herzog e de Meuron hanno disseminato sulle pareti dell’intera struttura.

Per l’inaugurazione delle due piramidi di Herzog & de Meuron (martedì 13 dicembre), i milanesi si sono messi in fila per ore, pur di poter ammirare dall’interno l’edifico, partecipando anche all’evento Voices and Borders, cinque giornate di letture, eventi e incontri. Da Piero Gobetti a Mahatma Gandhi, da Anna Kuliscioff a Salvador Allende, da Ernesto Che Guevara a Michail Bakunin e Malcolm X, cemento e cristallo hanno iniziato ad assorbire la materia di cui sono fatte tutte le culture: storie. 

Tristi, gioiose, incomplete, perse, ma pur sempre storie. Servono a risvegliare i lobi frontali di ognuno di noi evitando di cadere facile preda di quello che lo stesso Herzog definisce «un populismo che vuole solo annebbiare le menti e che vorrebbe identificare la cultura con il divertimento, come se si trattasse di un prodotto da vendere e consumare senza stare tanto a pensare». 


Come proposito personale, mi impegno a iniziare il 2017 con una visita a questo luogo, perché a volte i passi fisici possono portare a passi mentali ben più ampi.


domenica 11 dicembre 2016

Scrivendo a passo di danza: la nuova avventura di Zadie Smith


C’è stato un periodo nella storia del cinema, fra la metà degli anni ’30 e la fine dei ’40, in cui la trama lasciava il posto alla danza e all’abilità di performers come Fred Astaire e Ginger Rogers, riuscendo a far sospendere al pubblico il giudizio su un finale scontato. Ciò che interessava agli spettatori era godere degli effetti speciali che questi interpreti realizzavano usando il più semplice e a buon mercato degli strumenti: il loro corpo.


E da qui che sembra partire Zadie Smith per il suo quinto romanzo, Swing Time (lo stesso titolo di un film del 1936 con la coppia Astaire/Rogers), pubblicato da poco dalla Penguin in USA e in UK, in cui racconta la storia di due ragazze con una passione in comune: la danza. Entrambe le ragazze (la voce narrante senza nome e la sua compagna Tracey) sono cresciute in quella zona di Londra che l’autrice di Denti Bianchi e NW conosce così bene, facendo della danza la loro forma espressiva d’elezione fin da piccole: a una scuola di danza si sono conosciute e alla danza, in modi molto differenti, hanno dedicato la loro vita.


Attenzione però ad associare Swing Time a un romanzo di formazione o a quello che gli anglosassoni definiscono a “best friend bildungsroman” sul modello della Ferrante, Zadie Smith è una abile e severa mente analitica, applicata al più destrutturato dei campi dell’agire umano: le emozioni. Insofferenti alle catalogazioni e alle prigioni spaziali e temporali, le emozioni che generiamo si nutrono delle nostre esperienze per guidare, spesso nostro malgrado, la vita che percorriamo. Sono i coreografi della nostra danza e non vanno d’accordo fra loro, portandoci a compiere scelte difficili e contrastanti, come quelle della voce narrante, che dovrà confrontarsi con la mancanza di autostima per credere che esista più di una forma di talento o della sua amica/nemica Tracey che di talento sembra averne in eccesso, incapace di incanalarsi nel sistema di regole cui la danza e la vita provano ad ancorarsi per non sentirsi troppo esposte alle emozioni che le hanno generate. Swing Time parla di scelte difficili, di rinunce, di riscoperte, di identità, di creatività e ambizione. È il tentativo di un fine saggista, quale è la Smith, di trasformare uno ‘stream of reflections’ in una storia fatta di azione, dialoghi e dettagli tangibili, come si confà a un romanzo. Una sfida che in pochi avrebbero accettato e il cui esito starà al lettore giudicare, ma davanti al quale non può rimanere indifferenti.



Era da un po’ di tempo che Zadie Smith pensava di ambientare una storia nel mondo della danza. È lei stessa a dircelo in una delle sue tante interviste al Guardian, citando Martha Graham: «c’è una forza vitale, un’energia che si traduce in azione attraverso di te e poiché esiste un solo ed unico te stesso in ogni singolo momento che la vita ci offre, questa azione è anch’essa unica. Sta a ognuno di noi fissarla chiaramente in noi stessi e lasciare questo canale di comunicazione sempre aperto».  Si parla di danza ma potrebbe essere la descrizione dell’attività di uno scrittore che, come un ballerino, è sempre sospeso tra le regole e le costrizioni che gli impongono i suoi strumenti (le parole per lo scrittore e il corpo per il ballerino) e la libertà assoluta che pretende l’atto creativo. Sarà la capacità di portare fuori le emozioni, proprie e altrui, a fare la differenza. È la stessa voce narrante senza nome di Swing Time a ricordarcelo: «Dovevo avere a che fare con le emozioni, tutto ciò che sentivo riuscivo ad esprimerlo molto chiaramente, ero capace di portarlo allo scoperto».



È questo che fa uno scrittore: porta allo scoperto le nostre emozioni affinché sia impossibile ignorarle, a prescindere dall’effetto che potranno avere su di noi e sulle nostre certezze.   


 

domenica 4 dicembre 2016

Poesia Vivente: l’attore secondo Jouvet e Servillo in scena al Piccolo Teatro di Milano


Cammino sotto le volte di un chiostro quattrocentesco. Frammenti di affreschi attribuiti a Bramante e a Leonardo guardano le teste delle persone sedute attorno a tavolini quadrati con sopra resti di tè o cioccolate serviti in porcellane candide. È una domenica pomeriggio di fine novembre a Milano e qualcosa che dovrebbe assomigliare al sole si è spinto per un attimo oltre la coltre densa di nuvole che ha cinto d’assedio la città per una settimana. I cappotti sono ancora aperti e le sciarpe un accessorio più che una barriera al freddo. Alle pareti del chiostro grandi cartelloni su fondo nero mi osservano. Su ogni cartellone, in alto a destra, disegnato a pallini bianchi su fondo rosso, il nome del luogo dove sto passeggiando in attesa di assistere a un cambiamento, emotivo più che meteorologico. 

Siamo nel foyer a cielo aperto del primo teatro stabile d’Italia, il Piccolo di Milano, fondato da Giorgio Strehler, Mario Apollonio, Virgilio Tosi e Paolo Grassi nel 1947, proprio in questo luogo, in via Rovello, a due passi dal roteare smanioso degli ‘shoppingari’ della domenica che assaltano via Dante, a metà strada fra il Castello Sforzesco liberato dalle strutture tubolari dell’EXPO e il Duomo in perenne parziale restauro. Il mutamento emotivo cui ci apprestiamo ad assistere è quello di un personaggio, che ha in sé un’attrice, interpretata da un’altra attrice. Può apparire complesso, lo so, ma anche la vita lo è, quindi proviamo ad andare per gradi. 


Alla sede storica del Piccolo è in cartellone Elvira di Brigitte Jaques, testo teatrale che trae spunto dal saggio di Louis Jouvet (storico attore francese, fondatore della compagnia teatrale del Théâtre des Champs-Élysées nel 1922) dedicato a Molière e pubblicato da Gallimard nel 1965. Si tratta della trascrizione di sette lezioni tenute da Jouvet per la preparazione della messa in scena del Don Giovanni di Molière. In scena c’è quindi il personaggio di Donna Elvira (da cui il titolo della pièce) creato da Molière che dà l’addio al suo antico amante Don Giovanni, ma non assistiamo alla rappresentazione, bensì alla messa in scena delle prove durante le quali Jouvet cerca di spiegare la sua idea di interpretazione ad una allieva (Claudia), perché possa impersonare al meglio Elvira. Toccherà proprio a Claudia cambiare se stessa come donna per arrivare a trasformare la sua interpretazione come attrice, impeccabile dal punto di vista tecnico ma carente in quanto ad emozioni. Claudia dovrà diventare un «fiume che irrompe in scena, costringendo gli spettatori al silenzio».


Ci riuscirà alla fine? Forse, in parte, preferisco non svelarvi il finale, non è questa la ragione più importante per andare a vedere questo spettacolo in scena fino al 18 dicembre. Di certo la ‘Claudia’ che lascerà il teatro alla fine di queste prove/lezioni nel settembre del 1940 sarà molto diversa da quella che vi era entrata nel febbraio dello stesso anno. Ciò che Jouvet, Brigitte Jaques e Toni Servillo (che in questa superba espressione di teatro nel teatro è sia regista sia attore) hanno a cuore è trasferire un messaggio quanto mai necessario e attuale  80 anni dopo i fatti descritti dal testo. L’impegno, il lavoro su se stessi, la messa in discussione di ciò che si è e di ciò che si vuole diventare e la ‘fatica sublime’ in cui questi elementi necessariamente si concretizzano è l’unica chiave per accedere a ciò che desideriamo e per farlo in un modo che ci renda fieri di quello che abbiamo realizzato.       

domenica 27 novembre 2016

USA: l’attesa oscura. Il viaggio di uno scrittore in un Paese pronto al peggio



L’ultimo romanzo di Dave Eggers (I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre? – Mondadori 2015) racconta la storia di Thomas, un quarantenne arrabbiato, che prende in ostaggio persone che hanno avuto la sventura di sfiorare la sua vita, legandole sul tetto di un palazzo di una base militare abbandonata in California. Da qui parte un interrogatorio fittissimo per scoprire le ragioni della rabbia e della disillusione di Thomas e di tutta la generazione di trenta/quarantenni nei confronti del sogno americano.


Lo stesso tema su cui s’incentra il reportage che Dave Eggers ha pubblicato di recente sul Guardian, raccontando il suo viaggio nell’America post elezioni 2016, quella che ha, inaspettatamente (?), scelto Donald Trump come suo 45° presidente. È una lettura ipnotica, non solo per lo stile che riesce a mettere immediatamente a fuoco cosa passa per la testa dei personaggi (in questo caso persone in carne e ossa), ma soprattutto per la consapevolezza che il lettore acquisisce dell’ineluttabilità di questa vittoria. Perché bastava andare in giro per il Paese e scoprire che la sicurezza dei Democratici (e di gran parte dei media) sulla vittoria di Hillary Clinton alle elezioni presidenziali dello scorso 8 novembre era mal riposta.

Il viaggio di Dave Eggers inizia un mese prima delle elezioni. Prima tappa: Pennsylvania, da Pittsburgh a Philadelphia.


Nessun segnale in supporto della campagna della Clinton, sulla Lincoln Highway che attraversa lo stato, gli unici simboli visibili sono le bandiere confederate che sventolano. Niente di strano se fossimo in Texas o in Alabama, ma qui siamo in Pennsylvania, uno stato che non faceva parte dei confederati nella guerra civile che infiammò gli USA 160 anni fa e che ha assegnato nelle ultime sei elezioni presidenziali il suo voto ai Democratici. Eppure, fermandosi in un luogo simbolo della Patria, il memoriale per i passeggeri del volo United 93 che avrebbe dovuto schiantarsi sul Campidoglio o la Casa Bianca secondo il piano terroristico dell’11 settembre e che invece, grazie al sacrificio di 40 persone, cadde a Shanksville, Dave Eggers trova bandiere confederate a ornare il portico dell’ingresso al memoriale. Qualcosa di strano stava per accadere. Trump con la sua retorica e i messaggi diretti e sprezzanti era già arrivato al cuore della gente, ma molti hanno preferito, come è accaduto per noi con Berlusconi, non dichiararsi convinti. Non era ‘polite’, accettabile socialmente supportare un uomo che faceva della rabbia della gente e della necessità di dare a questa rabbia un nome (e così un nemico da odiare e incolpare) un trapano con cui maciullare ogni remora ad attaccare tutto e tutti nella speranza di recuperare un tenore di vita e una certezza di sicurezza che non esiste e forse non è mai esistita.

Seconda tappa: Detroit, Michigan.


Incontriamo, a due giorni dalla vittoria di Trump, Steven. Alle soglie dei suoi quarant’anni, figlio di una venditore che con il suo unico stipendio è riuscito a mantenere moglie e cinque figli, Steven sente di aver perso molto rispetto a suo padre. Altri tempi, allora non c’era il NAFTA, la globalizzazione e la fuga da Detroit, ex-capitale dell’industria manifatturiera americana. Steven ci racconta che era stanco e arrabbiato perché sembrava che nessuno al Campidoglio s’interessasse di quello che accadeva alla gente. Fino a Trump. Steven racconta che: «Trump non è un politico, ma un imprenditore e quindi sa come sono importanti le scelte economiche e che effetto possono avere sulla vita e il futuro delle persone, perché lui ha rischiato in prima persona – e ancora – Noi a Detroit abbiamo creato la middle class americana, ora qui c’è solo un’economia fasulla, il mercato degli immobili è decimato e la classe media non fa che assottigliarsi. Voglio qualcuno che dia una scossa al sistema e che trascini con sé tutto il Paese».  Nulla di strano, direte voi, Trump è un abile comunicatore e ha parlato alla pancia dei bianchi conservatori, cristiani, ex benestanti, dando la colpa agli altri, quali ‘altri’ non è poi così importante: messicani, immigrati, politici corrotti, dissacratori della morale americana. Vero, ma Steven non corrisponde allo stereotipo dell’elettore trumpista. Parlando con lui, attraverso il filtro di Eggers, scopriamo che Steven è sposato con un uomo e lo ha potuto fare grazie alla lunga lotta dei Democratici che ha portato la Corte Suprema statunitense a rendere legale il matrimonio fra due persone dello stesso sesso in tutto il Paese. Eppure Steven ha scelto Trump e le sue dichiarazioni decisamente contrarie alle libertà di cui Steven oggi giustamente usufruisce. Ma tutto questo non conta perché Steven ha finalmente qualcuno da odiare, per lui non c’è alcun dubbio: i mussulmani americani («Non è stato certo un gruppo di suore cattoliche a guidare degli arei contro il World Trade Center»). Come la Pennsylvania, anche il Michigan che aveva votato Obama, ha preferito Trump.

Terza tappa: Washington D.C.

La capitale. Qui Dave Eggers ci racconta l’incontro con due cercatori di libertà: Mahmoud e Miriam, giornalisti palestinesi che aspettavano da tempo di poter uscire dalla striscia di Gaza e andare in USA, terra di apertura e libertà. Dave Eggers è a disagio quando li incontra il giorno della vittoria di Trump. Sente subito l’esigenza di scusarsi per la scelta fatta dai suoi connazionali. I due giornalisti gli dicono di non preoccuparsi e gli regalano un pezzo di muro. Il muro di cinta dell’aeroporto di Gaza distrutto da Israele nel 2002, un muro che doveva difendere qualcosa che non esiste più. Immaginiamo a cosa sta pensando  Dave Eggers: “e se del sistema di diritti civili così come oggi lo conosciamo, alla fine del mandato di Trump restassero solo macerie?” Miriam non va così lontano, per ora è raggiante, nonostante tutto. Sa che deve fare presto, una manciata di giorni la separano dall’insediamento del 45° Presidente alla casa bianca, deve sbrigarsi prima che la realtà che ha tanto atteso, le cambi davanti a velocità ‘trumpica’.

E noi? Se il viaggio di Dave Eggers si conclude con oscuri presagi, speriamo eccessivi, non possiamo evitare di chiederci se Donald Trump costruirà davvero tutti i muri fisici e morali con cui ha raccolto migliaia di voti o si limiterà solo ad arricchirsi ancora di più, lasciando l’America ai suoi problemi. Business First, non si dice così?

Certo, se G.W. Bush, un uomo che paragonato a Trump possiamo definire un mediocre comunicatore di intelletto misurato, ha dato il via a due guerre e contribuito con la sua politica a massacrare l’economia mondiale, cosa potrà realizzare un uomo che è abile manovratore delle paure umane e non deve ringraziare alcun partito per la sua nomina?  Business First. Siamo costretti a sperarlo davvero.

domenica 20 novembre 2016

OK, Google? No è solo l' "Echo" di Amazon


Ve lo ricordate il film Her di Spike Jonze? Presentato al Festival del Cinema di Roma nel 2013, raccontava la storia di Theodore Twonbly, uno scrittore di lettere per conto terzi che, in una società futuribile, assai limitrofa alla nostra, acquistava un sistema di controllo del suo PC a comando vocale, ‘interpretato’ dalla voce di Scarlett Johansson. Il software si dimostrava ben più intelligente del previsto, evolvendosi con il suo compratore per impersonare il compagno perfetto: sempre in sintonia con Theodore e quindi preferibile a qualsiasi essere umano in carne e ossa. 


Non siamo ancora arrivati a questo livello di interazione, ma da tempo abbiamo cominciato a parlare con i nostri smartphone, SIRI – il sistema a comando vocale di Apple dalla voce femminile - insegna. Alzi la mano chi non ha tentato almeno una volta di farlo impazzire con domande irrazionali e necessarie come: «Di cosa è fatta un’anima?» o «Adesso che siamo solo noi due SIRI, me lo dici cosa ci mette nella Nutella il signor Ferrero per farla così buona?». SIRI impassibile rispondeva prontamente con un «Cerco su Internet: adesso che siamo solo noi due SIRI, me lo dici cosa ci mette nella Nutella il signor Ferrero per farla così buona». Con lei non la si spunta e adesso non è più sola. 


L’anno scorso è arrivato Echo assistente virtuale Amazon con la voce di Alexa. Come direbbero i portavoce della compagnia di Jeff Bezos: un perfetto shopping assistant (con una ‘curiosa’ passione per i prodotti della piattaforma Amazon), consigliere culinario e tool di home automation. Se avete un bisogno impellente di ordinare un barattolo di pittura color prugna o di regolare il termostato di casa senza dover muovere un pollice sul vostro smartphone, beh, Echo è il virtual assistant che fa per voi, con parecchi plus rispetto a una banale e superata persona fisica. Echo non si lamenta del disordine che lasciate per casa, non pretende di farvi cambiare carattere, priorità o valori per adattarsi ai suoi, non sporca, non chiede una remunerazione e soprattutto mai e poi mai metterà in discussione un vostro parere, a meno che, certo, non decidiate di comprare la pittura color prugna di cui sopra al di fuori del circuito Amazon. 


Perfetto no? Chi potrebbe darci di più? Google Home per esempio? Definito il ‘new home smart speaker’ di cui non sentivate ancora il bisogno perché non lo avevate ancora cercato su Google, questo virtual assistant cerca di farvi lasciare SIRI o Alexa, solo perché pensa di sapere tutto di tutto. Un ‘tutto’ relativo certo e decisamente selettivo, se provate infatti a porre a Google Home una domanda (per farlo dovrete sempre iniziare la frase con: OK, Google) qualcosa che esula dalle quick search del famoso motore di ricerca, Google Home non risponde, lasciandovi in un agonizzante dubbio. Se dovessimo ascoltare Bertrand Russell potremmo essere felici del nostro dubitare: «Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi», ma oggi si preferiscono ben altre opinioni, assai più polite, come quella del vice presidente per il product management di Google, Rishi Chandra, che sostiene che Google Home «preferisce tacere davanti all’incertezza, pur di non dare una risposta assolutamente corretta alla persona che assiste». 

Non lo avevamo capito, ma Google ci offre una lezione di socratica sensibilità: «È sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s'illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza».