domenica 31 luglio 2016

"Design should make the known become unknown", il punto di vista di Kenya Hara

Per l’ultimo post prima della pausa estiva non potevo che proporvi un viaggio, questa volta nel tempo.

Immaginate di salire una grande scala di marmo bianco, tutto intorno luce e ali di carta che costeggiano un corridoio sospeso che vi incita a scoprire il contributo femminile al design italiano, state per percorrerlo, per capire se vi porterà in un luogo disegnato dalla mente di Lewis Carroll, poi una foto appare a sovrastarvi: due uomini vi guardano.





Il loro corpo è una macchia nera indistinta da cui spuntano solo le mani e la testa, come se sotto i loro maglioni a collo alto, i loro pantaloni, persino le loro scarpe (di cui non si riesce a distinguere il contorno, divorato dal pavimento nero su cui sono appoggiate), ci fosse solo vapore.  Vapore che si muove alla ricerca di una via d’uscita, vapore che potrebbe trovarla attraverso i loro occhi e entrare nei vostri.



Sopra le loro teste un titolo spicca in bianco: Neo-Prehistory – 100 verbs, sotto le loro mani i loro nomi: Andrea Branzi e Kenya Hara, due fra i più importanti e interessanti designer contemporanei. Hanno portato alla XXI Triennale di Milano una mostra che riesce nell’impresa di trasformare oggetti in parole e parole in oggetti, dando a uno dei concetti cari a Kenya Hara (l’«awakening», inteso come “risveglio” dalla percezione abituale che abbiamo del mondo ma anche come “consapevolezza” di noi stessi in questa moltitudine) un significato tangibile.




Entrando nell’unica immensa sala della mostra, dove il nero e gli specchi dilagano come in un irrefrenabile effetto Droste, troverete cento dolmen di metallo su cui sono stati ‘appoggiati’ cento verbi a tentare di racchiudere e riscrivere la storia dell’uomo. Accanto a ogni pala metallica un oggetto che esprime e spesso ribalta il significato di base del verbo che affianca, come se il visitatore/viaggiatore venisse sfidato a reinterpretare oggetti dall’uso comune (cellulari, carrelli del supermercato, medicine, valigie) accanto a oggetti remoti (tavole d’argilla, fermagli romani, campane medievali) sfilati dal loro contesto. Si risveglia così la voglia a osservare ciò che ci circonda da un punto di vista diverso, provando a trovare la propria personale interpretazione della storia. Ecco perché, man mano che l’esplorazione di ognuno dei cento verbi che Branzi e Hara ci propongono andrà avanti, sentirete di aver attraversato ben più di uno specchio, riscoprendo un paese delle meraviglie che è stato sempre attorno a voi e che ora grazie a 100 verbi e 100 oggetti avete riscoperto.

La difficoltà sarà tornare da questo esperimento sensoriale, conservando almeno una scheggia di meraviglia per affilare le vostre giornate. Per aiutarvi, ho usato molti dei 100 verbi dell’esperimento di Branzi e Hara in questo post. A voi la ricerca.

Avete tempo fino a domenica 4 settembre, quando riprenderemo con le nostre uscite domenicali, per darmi una risposta. 

 

domenica 24 luglio 2016

Valentino Zeichen e la morte della sensibilità?

Sensibilità, da qui partiva Valentino Zeichen, «poeta occasionale», per raccontare se stesso in un’intervista a Repubblica del 2014 e da qui vorrei partire per ricordare, a distanza di qualche settimana dalla sua scomparsa, lo scrittore e l’uomo che ha fatto della difesa di questo modo di percepire la realtà, lontano dal cappotto di disponibilità, educazione e solidarietà con cui sarebbe bene coprire le nostre vergogne emotive, la sua personale battaglia. Siamo già molto lontani dal clamore e dalle dichiarazioni che si sono accese per la sua malattia prima e per la sua morte poi, clamore che si è consumato come una miccia di una bomba silenziosa che esplode assorbendo le parole che andavano spese per il poeta scomparso e che pure molti avevano smarrito con facilità quando l’uomo era ancora vivo. 


Quanto materiale per il poeta che aveva fatto dell’ascolto una forma d’arte, facendo sua una delle regole più importanti di uno scrittore: ascoltare, ascoltare sempre, poiché in ogni battuta, gesto o sua mancanza si può nascondere il personaggio o il verso perfetto. Appassionato lettore di Shakespeare: «Come è possibile che un inglese di quattrocento anni fa possa produrre quel ventaglio di sentimenti, conflitti e grandi riflessioni? […] lui, con una lingua seicentesca, in formazione, riesce a dire un mondo. Ecco la meraviglia che commuove», Zeichen era alla ricerca di un cantuccio in cui trovare tracce di quella sensibilità, oggi troppo spesso schiacciata dall’arroganza o dal sentimentalismo, sensibilità che provocatoriamente aveva dichiarato morta, evitata come la peste, quasi fosse una forma di pazzia, una malattia da cui guarire, da relegare nell’angolo più penoso delle sensazioni umane. Una sensibilità a cui Valentino Zeichen si era avvicinato per la prima volta in un luogo che penseremmo anni luce lontano da questa ‘speciale deformazione’ dell’animo umano: un riformatorio. Era qui che finì un Valentino adolescente, dopo aver provato l’esperienza dei campi profughi (a causa del passaggio di Fiume, dove era nato Zeichen, dall’Italia alla Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale), essere diventato orfano di madre a sette anni e aver vissuto nelle stalle di Villa Borghese a Roma, di cui il padre era uno dei giardinieri. Si trovò al riformatorio per decisione paterna, una casa di correzione a Firenze. 3 anni in cui Zeichen studiò per il diploma di perito chimico, 3 anni in cui imparò a guardarsi le spalle e a sopravvivere, 3 anni in cui scoprì che i suoi unici amici erano racchiusi nei libri della biblioteca del riformatorio. Senza alcun riferimento, si fece guidare dal suo istinto e fu allora che scoprì la sua sensibilità. Salgari, Tolstoj, Cechov, Balzac, nelle loro parole e nei loro personaggi, Zeichen scoprì inattese via di fuga e sensazioni che non aveva mai provato. Annusò i primi palpiti di quel «tanto di follia profonda senza la quale non si fa poesia»


Poi la libertà, anche quella fisica, l’uscita dal riformatorio, la scuola di recitazione, la consegna di vangeli alle parrocchie di Roma per guadagnare qualcosa, i primi incontri con autori e artisti di una Roma che si stava per trasferire dalla periferia dell’Europa al centro della Dolce Vita.  Da lì le prime pubblicazioni, la decisione di essere un poeta senza compromessi o meglio con i compromessi che lui era disposto ad accettare. E questo volle dire non fare la scelta che in molti suoi pari avevano compiuto: un lavoro. Perché per essere scrittori, soprattutto scrittori ‘sensibili’, bisogna dividersi in due. Un lavoro altro e una vita altra da cui prendere il sostentamento per la prima vita e il primo lavoro: la scrittura. La lista di chi ha fatto questa dolorosa scelta è lunga e sofferta. Ma Valentino Zeichen, ce lo ricorda Ferdinando Camon in un articolo apparso su Avvenire, percorse una strada diversa. Valentino decise che dei soldi non si sarebbe preoccupato, che non avrebbe impiegato il suo tempo per niente altro che non fosse la sua poesia. Niente vita altra per lui e niente soldi.  E questo ha voluto dire lasciare che la sua sensibilità non si rimpicciolisse schiacciata dalle rate del mutuo o dalle discussioni necessarie a scegliere se comprarsi un vestito nuovo o l’ultimo smart-phone al proprio figlio. Ma ha voluto anche dire conoscere la fame, l’umiliazione nel vedere dileguarsi chi, giunto davanti alla ‘baracca’ sulla Flaminia in cui viveva il poeta, aveva deciso che la  solidità di una casa in mattoni aveva il sopravvento sul piacere della mente al cospetto di un giocoliere della parola. 


A differenza di Camon, non ho la certezza su quale sia la via più congeniale per preservare la nostra sensibilità, né su quale sia la più sofferta per uno scrittore. Penso al dolore di Kafka bloccato in un ufficio di un’assicurazione per buona parte delle sue giornate, immaginando ciò che non stava scrivendo al suo scrittoio, solo per garantirsi il pane e quello stesso scrittoio.  Concordo con Zeichen quanto cita il poeta Kenneth Patchen: «da qui a qualche anno l’erba crescerà sulle nostre tombe. Siamo a cavallo del divenire. Poi, a un tratto, verremo disarcionati», tutto sta a scegliere il divenire con minor spine sulla sella e qui la sensibilità e la soggettività di ognuno regna sovrana.


domenica 17 luglio 2016

Ritrovarsi fra i personaggi di John Maxwell Coetzee

Una pioggia cattiva. È questo il primo ricordo di quella giornata.
Bagnato fin dentro lanima entro nel foyer di un teatro milanese. In mano stringo un libro, forte.
È un libro piccolo, poco più di cento pagine, la storia di un ragazzo che cerca di racchiudere in sé almeno due vite e seguirle in parallelo. Tutto sembra andare bene, finché accade qualcosa e lo specchio che il giovane nasconde sotto il bavero del buon senso altrui, esce allo scoperto e gli fa vedere a cosa sta rinunciando.

Il titolo del libro è Gioventù, lautore è John Maxwell Coetzee. Non è il più famoso fra i suoi libri, il più premiato o il più apprezzato dalla critica. Se chiedessimo ai lettori di Coetzee di ricordare un suo titolo sentiremmo citare Vergogna, Elizabeth Costello, Aspettando i barbari. Tutti romanzi importanti, solidi, espressione dellacume narrativo di Coetzee. Eppure è Gioventù che mi vedo stringere fra le mani a trentanni, quando tutto mi diceva che sarebbe stato inutile fare ciò che più desideravo. Sono sempre arrivato in ritardo alle scelte davvero importanti per compensare la velocità con cui prendevo quelle sbagliate. Cosìquel libro che avevo tenuto in mano tante volte senza aprirlo, si mise a bussare aggressivo alla corteccia dei miei pensieri.
La copertina la posso descrivere a memoria. Base bianca, come tutte le edizioni Einaudi, un riquadro in alto con una riproduzione di una foto di Steve McCurry che rappresenta delle cabine colorate, di quelle che un tempo si usavano sulle spiagge per cambiarsi il costume bagnato. Dentro il libro è un susseguirsi di sottolineature, note a margine, domande. Carovane di domande che questo romanzo ha fatto zampillare dal profondo delle mie certezze. Se siete fra quei lettori che non oserebbero sottolineare un libro nemmeno a matita o che riterrebbero possibile piegare il bordo di una pagina a mo' di orecchia, Gioventù non è il libro che fa per voi. La tentazione di violare queste regole sarebbe talmente forte da costringervi a peccare dicorruzione di pagina.  
Gioco con il pollice con una delle tante orecchie del libro, mentre mi aggiro gocciolante nel foyer del teatro.Vedo un uomo dal fisico asciutto, vestito con un abito nero che sembra inghiottirne il corpo. Solo la testa spunta dal colletto di una camicia grigia. È lui: John Maxwell Coetzee. Un pizzetto brizzolato, due occhi stretti, le palpebre sbattono a ritmo cadenzato, come quelle di un geco curioso di tutto ciò che osserva e al contempo distante, ancestralmente’ lontano dallamabile bizzarria di chi lo circonda che per lui è solo materia prima da personaggio.

Stringo il libro ancora più forte, lo trasformo in un tubo di carta e con quello mi avvicino alluomo che contiene lo scrittore o allo scrittore che si nasconde nelluomo a seconda di quanto sia proustiano il mio pensiero. Il coraggio sembra cedere in quella sera di luglio della Milanesiana, sento che il mormorio in sala cresce, se Elisabetta Sgarbi salirà sul palco, lui scomparirà e io non avrò più il coraggio di chiederglielo. Mi sento stupido, incapace, mi sento il postino Massimo Troisi davanti a Pablo Neruda, ma Coetzee non è Neruda, la sua irrequietezza lo scrittore sudafricano la tiene imprigionata dentro. Mi dico che gli farà piacere, a quale scrittore non farebbe piacere autografare un proprio libro a un lettore devoto?

Mi avvicino. Circumnavigo linterprete che cerca di intrappolarmi in un angolo e mi rivolgo al mioscrittore. Glielo chiedo, tento di raccontargli perché sono lì a frappormi fra lui e il palco. Lui sbatte le palpebre, sono un impercettibile rumore di fondo nel solco della vita. Un attimo ed è scomparso, il libro ènelle mie mani, firmato da Coetzee sotto una frase di Oscar Wilde che Coetzee stesso cita nel romanzo e che io ho trascritto fedelmente«Non c’è verità più profonda dellapparenza».


Le luci si spengono in sala. Il preciso Stefano Salis, subentra a Elisabetta Sgarbi, per spiegareperché il tema della Milanesiana 2016 sia la vanità. Vizio o dote necessaria per uno scrittore? Dovrebbe esistere un pudore nella scrittura? Una punta, dice Salis, una punta di vanità è necessaria a uno scrittore, a meno che non sia solo la sommità di un iceberg. Quanta ne avrà Coetzee? La storia che legge alla sala è quella di una donna non più giovane che fa di tutto pur di non dimostrare la sua età. Vanità difensiva.
Mi guardo attorno nel riverbero delle luci del palcoscenico. Qualcuno dei presenti starà provandoquellemozione dirompente che ho sentito io mentre leggevo GioventùLa consapevolezza che un estraneo,a distanza di migliaia di chilometri, ha scritto proprio di te?
Oh, sì, qualcuno, di certo.

domenica 10 luglio 2016

L’autonomia della tartaruga: autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit

In un pomeriggio bollente in cui il monolito mattonellato del teatro Piccolo di Milano sembra un miraggio prodotto dalla mente di un seguace di Escher e le strade di Brera, deserte e dense di silenzio, sembrano pronte a una sfida da O.K. Corall, salgo le scale di un antico palazzo di Corso Garibaldi. 


Fra parquet a spina di pesce e soffitti a cassettoni, la Fondazione Adolfo Pini ospita il circolo dei lettori fondato da Laura Lepri (storico editor del panorama milanese, docente di scrittura creativa  e autrice di uno dei più interessanti testi sulla storia dell’editoria in Italia). Un luogo che è diventato, in pochi anni, un punto di riferimento per lettori che non si accontentano della ‘storia’ narrata dallo scrittore, puntando a comprendere cosa c’è dietro. Un posto dove il dialogo fra lettori, editori e scrittori è continuo e dove qualche giorno fa si è svolto un incontro fra Laura Lepetit (fondatrice della casa editrice La Tartaruga), Liliana Rampello (critica letteraria), Rosaria Guacci (editor storico della casa editrice di Laura Lepetit), Silvana La Spina (scrittrice scoperta propria da La Tartaruga), Monica Randi (editor Feltrinelli, ora a sua volta editore con la sua Astoria) e naturalmente Laura Lepri. 

Laura Lepetit

Tutte donne per presentare il libro di Laura Lepetit, uscito con Nottetempo, Autobiografia di una femminista distratta, in cui l’editore de La Tartaruga mette insieme, a suo modo e a suo piacimento, più di quarant’anni di editoria italiana. Un gruppo di donne per festeggiare Laura Lepetit, che ha pubblicato testi scritti solo da donne, con l’aiuto di un team di donne e confrontandosi con un pubblico 
fatto quasi esclusivamente di lettrici. 


Nata dall’esperienza del femminismo militante, la casa editrice La Tartaruga, fondata nel 1975 da Laura Lepetit, è la prima a far tradurre in italiano autrici che segneranno indelebilmente il panorama letterario del Novecento e che ancora oggi influenzano generazioni di autori. «Inventare nuove parole e nuovi metodi», questo l’obiettivo delle autrici scelte da Laura Lepetit e se guardiamo alle prime pubblicazioni di questa casa editrice, possiamo dire che l’obiettivo è stato raggiunto. Pensiamo ad alcuni titoli pubblicati da La Tartaruga: Le tre ghinee di Virginia Woolf, L’erba canta di Doris Lessing e Il bacio di un soldato di Nadine Gordimer. Ci troviamo al cospetto di scrittrici che hanno dimostrato il potere dell’analisi introspettiva, scavando nei personaggi «come un minatore nella sua personale miniera» fino a trovare tutto quello che il personaggio poteva nascondere, fino ad essere soddisfatte del loro lavoro di scavo. 

Laura Lepri

Durante l’incontro del circolo dei lettori, i racconti delle scelte editoriali de La Tartaruga si sono alternati alla lettura di estratti dei libri pubblicati dalla casa editrice negli anni ’70 e ’80 e all’immagine che di Laura Lepetit hanno le sue collaboratrici, le sue amiche e le donne che con lei si sono incontrate e scontrate. «Un’aristocratica del pensiero», «l’understatement e l’ironia fatte persona», «in grado di fiutare un desiderio e capire se chi lo stringeva a sé aveva anche le potenzialità per realizzarlo», «capace di mischiare scrittura, letteratura e vita, senza far percepire al suo interlocutore alcuna discontinuità», «dotata di un ego poderoso, per lei è tutto bianco o nero e alle sue scelte ha sempre tenuto fede, caparbia come la tartaruga che ha scelto come simbolo per la sua casa editrice». 


Proiezioni di Laura Lepetit, non sappiamo se corrispondano alla verità, ma sospettiamo che vi si avvicinino molto e siamo sicuri che, come lettori, le dobbiamo molto. 

Laura Lepetit, in un’intervista a Repubblica, ha detto: «Se c'è qualcosa che regge la mia vita sono pochi dettagli, le cose minime che mi sono accadute». Speriamo allora che di ‘cose minime’ sia piena anche la nostra vita.  

Link al post su Sul Romanzo e su minima&moralia.

domenica 3 luglio 2016

Qualcosa è cambiato? Manie e speranze del libro italico


Era lo scorso dicembre ed ero a Stratford Upon Avon, vorrei dire a percorrere i sentieri del bardo in occasione dei 400 anni dalla sua scomparsa, ma di fatto ero lì per discutere di interculturalità e dei suoi tanti vantaggi con persone che di lì a pochi mesi si sarebbero pronunciate sull’uscita dell’UK dall’Unione Europea, facendo della questione mera semantica. Ovviamente non si poteva lasciare il suolo britannico senza un giro fra le sue librerie. E lì, messo in bella mostra su una mensola di quercia, riconosco il nome stampato sulla copertina di un romanzo (The story of lost child) che raffigura paesaggi partenopei. 

Avete indovinato, parliamo di Elena Ferrante che dopo essere diventata un caso in Italia, ha abilmente superato confini e fili spinati che oggi li presidiano, arrivando non solo in UK, dove il serio e composto Guardian si è esposto sui libri della Ferrante («You could spend your life rereading these books, and continually find new aspects of them to speculate on and consider. In fact, I intend to do just that»), ma anche in USA dove il New York Times l’ha definita: «one of the great novelists of our time». 


E se qualcuno ha tirato in ballo rocambolescamente Dostoevskij, non si può negare l’impatto globale che ha avuto questa autrice e i suoi romanzi. Ciò che è interessante scoprire è che questo non è più un caso isolato. Come sintetizza Repubblica in una delle sue inchieste, l’Associazione Italiana Editori (AIE) ha appena pubblicato un ebook Mercanti di storie. Rapporto sull’import/export di diritti 2016 da cui risulta che le case editrici italiane hanno venduto nel 2015 diritti di edizione per 5.914 autori con un incremento di più del 10% rispetto all’anno precedente. 
Qualcosa è cambiato? Perché mercati che in passato non prendevano in considerazione autori italici, ora iniziano a tradurli e (addirittura) a promuoverli? 

Forse perché i nostri autori stanno sempre più allineando i loro stili a quelli anglosassoni, “rubando” dai grandi signori del ritmo (Connelly, Follett, Deaver, King), riuscendo però a tipizzarli nel calderone culturale italico. Per questo, personalità del mondo dell’editoria come Marco Vigevani (uno dei più famosi agenti letterari italiani) ci dicono che generi come il noir diventano sempre più appealing per il mercato europeo (Francia e Germania). Meglio ancora in UK, dove all’ultima London Book Fair si è parlato di boom della letteratura made in Italy, con trattative già aperte per alcuni finalisti della settantesima edizione del Premio Strega. 


Poi, oltre la terra di mezzo, c’è la via della seta di “baricchiana” memoria che conduce i nostri autori nel mercato editoriale più grande del mondo, quello asiatico, che nel 2015 ha assorbito il 14% della vendita di diritti d’autore di scrittori italiani. Se è chiaro che i lettori asiatici di libri italiani sono una nicchia di una nicchia, su più di 4,4 miliardi di abitanti che ha oggi il continente asiatico, la più infinitesimale delle nicchie potrebbe apparire a un editore italiano un nuovo immenso mercato vergine di lettori che aspettano solo le sue pubblicazioni per dare un senso alla loro vita. Ma i nostri autori quanto conoscono i gusti degli abitanti del continente asiatico? E anche conoscendoli, si può scrivere su commissione basandosi solo sul trend dei gusti di lettori talmente potenziali da risultare, almeno per ora, invisibili? 

domenica 26 giugno 2016

La confessione di Roman Markin: come alimentare la speranza

«Se avete perso fiducia nella potenza della narrativa, Anthony Marra vi farà cambiare idea», parola del New Tork Times che, recensendo La confessione di Roman Markin, il nuovo romanzo di Marra dopo il successo del suo esordio (La fragile costellazione della vita), ha lodato la capacità di analisi e di approfondimento del trentenne autore americano, senza dimenticare la sua profonda conoscenza della storia russa.


La confessione di Roman Markin è senz’altro un'opera notevole per il suo gioco d’incastri, un puzzle composto da nove storie, in cui passato presente e futuro si legano in modo inscindibile. La narrazione si apre nella Leningrado del 1937, facendo conoscere al lettore Roman Markin, un pittore trasformato dal regime sovietico in "censore di immagine". A lui spetta eliminare da fotografie e dipinti i volti dei nemici della patria, inserendo al loro posto i nuovi capi del partito. Ma avere il potere di modificare la realtà, seppur solo in fotografia, fa nascere nella mente di Markin la folle idea di riuscire a salvare alcuni volti, affinché resti di loro una traccia quasi invisibile che non faccia dimenticare la loro esistenza. 

Così, il protagonista di questo racconto, converte le facce che doveva distruggere in un ricordo del fratello Vaska, ucciso dal regime per il suo radicalismo religioso. Partendo dall’idea dell’arte come strumento «per non morire di verità», Markin arriva addirittura a dipingere il capo del partito con la faccia del fratello su di una tela del pittore ceceno Pëtr Zacharov. Sarà questo quadro il nesso che collegherà tutte le storie del libro e, dopo una lunga peregrinazione, tornerà nel museo da cui proveniva, da cui un arrogante oligarca lo aveva comprato per ornare la sua dimora. 


Al pari di suo fratello, anche Markin sarà arrestato per tradimento e morirà dimenticato e indomabile come un "kokur", un leopardo stanco che il protagonista aveva visto allo zoo ai tempi della sua fanciullezza. 
La guerra, la fame, la violenza, i processi politici del periodo staliniano, i gulag, l'esilio in terre desolate e soprattutto la miseria del popolo russo rappresentano lo scenario apocalittico del romanzo di Marra, in cui campeggiano protagonisti e comprimari dotati di straordinaria umanità. Essi potranno apparire al lettore sensibili o arroganti, tragici o sentimentali, ma il loro dolore, il loro cinismo, la loro capacità di non arrendersi, segnerà profondamente chi avrà voglia di incontrarli. 

Anthony Marra

La narrazione di Marra è calibrata e scorrevole, lo stile accurato, ma è la capacità dell’autore di cogliere e rappresentare l'anima di tanti piccoli e grandi esseri umani a segnare il lettore. Fra i personaggi indimenticabili di questo viaggio nell’animo umano c’è quello della «ballerina che fluttua sopra il palcoscenico del Mariinskij», il più famoso teatro di San Pietroburgo. Qui Marra crea una storia nella storia, in un dinamica che fa pensare a un’incisione di Maurits Cornelis Escher. Markin troverà sul proprio tavolo la fotografia di questa artista. Andrebbe "corretta": una étoile caduta in disgrazia, di cui il regime vuole cancellare il volto come sfregio da aggiungere alla prigionia e all'esilio. Roman non lo farà, non del tutto. Per amore della bellezza «salverà ombre che non ci sono» e la renderà immortale nel ricordo delle generazioni future.


Un salto di decenni e Marra fa incontrare al lettore la nipote della ballerina, di nome Galina, che studierà danza come la nonna e sposerà un ricco oligarca. In essa sembra racchiusa la rivincita della sua antenata, ma è un’illusione e per aver definito Putin «un barbaro a torso nudo», Galina verrà privata di ogni privilegio e rimandata a Kirovsk, una città ai confini settentrionali della Russia. Molti protagonisti delle storie successive si rincontreranno proprio a Kirovsk, tutti discendenti da uomini e donne che hanno vissuto con coraggio la dittatura, nuove generazioni desiderose di riscattarsi dalle menzogne del regime, dai compromessi subiti per paura di sparire, dai tradimenti consumati per una porzione di cibo in più.


Leggendo le loro storie decodifichiamo il messaggio di Marra e de La confessione di Roman Markin: solo la solidarietà tra gli uomini, soprattutto i più umili, è in grado di alimentare la speranza e solo l'impegno artistico può filtrare la falsità e le menzogne politiche.


domenica 19 giugno 2016

I finalisti del Premio Strega 2016. Consigli per il lettore.

In poco meno di 30 minuti tutto deciso. Il 15 giugno alle 21:00 a Casa Bellonci si sono ritrovati gli Amici della Domenica che, con il supporto dei voti di un manipolo di lettori forti selezionati dalle librerie e di una manciata di preferenze provenienti dalla scuole, hanno scelto i cinque finalisti della settantesima edizione del Premio Strega (in rigoroso ordine di preferenze ottenute):
  • Edoardo Albinati con La scuola cattolica (Rizzoli) – 202 voti;
  • Eraldo Affinati con L’uomo del futuro (Mondadori) – 160 voti;
  • Vittorio Sermonti con Se avessero (Garzanti) – 156 voti;
  • Giordano Meacci con Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimumfax) – 138 voti;
  • Elena Stancanelli con La femmina nuda (La Nave di Teseo) – 102 voti.
Ora la volata verso l’8 luglio, quando sarà scelto il vincitore e Nicola Lagioia (premiato nell’edizione 2015 con La ferocia – Einaudi) cederà il titolo. Tutto come al solito, più rapido del solito. Nessuna polemica (almeno per ora), perché ci sono i grandi editori (Mondadori/Rizzoli e Garzanti del gruppo editoriale Mauri Spagnol), ma anche gli indipendenti di qualità (minimufax) e le novità attese al varco (La Nave di Teseo nata dopo l’acquisizione di RCS libri da parte di Mondadori), nessuno scontro fra i finalisti, fra gli editor o fra i loro supporter. Peccato per i giornalisti alla ricerca di un succoso conflitto, ma pensiamo ai lettori. 

L’agognata fascetta gialla di “finalista al Premio Strega” fa gola a ogni autore e ancor di più alla sua casa editrice, perché dà una spinta alle vendite, soprattutto nel breve termine, ma come spesso accade, è il tempo a decretare il reale livello di affezione di un lettore a un romanzo. Qualche anno fa, Sellerio ha pubblicato Curarsi con i libri, Rimedi letterari per ogni malanno, di Ella Berthoud e Susan Elderkin, testo affascinante per ogni lettore ossessivo che si rispetti che, grazie anche alla maestria di Fabio Stassi che ne ha curato l’edizione italiana, parte dall’assunto che per ogni malanno sia già pronta la cura adatta, basta solo sapere in quale libro è racchiusa.  E allora andiamo a scoprire cosa si nasconde nei romanzi dei cinque finalisti, lasciando a voi la valutazione sul malanno cui si adattano meglio. 

Cominciamo allora da Edoardo Albinati, classe 1956, scrittore, traduttore (da Shakespeare a Nabokov, passando per Louis Stevenson), insegnante al penitenziario di Rebibbia a Roma e autore di numerosi reportage di guerra per il Corriere della Sera, La Repubblica e il Washington Post. Allo Strega arriva con La scuola cattolica, l’”impresentabile”, secondo alcuni editori: un libro di 1.300 pagine che non è né l’unione di diversi volumi di un fantasy, né tanto meno una storia romantica seriale. La narrazione qui ruota intorno alla scuola cattolica San Leone Magno, passando per il delitto del Circeo, il romanzo di formazione, quello di denuncia, ma anche di riflessione sul mondo contemporaneo e il tasso di violenza che lo permea. Un corpus poliedrico e multistratificato che potrebbe spaventare il lettore. Di questo si rende conto anche l’autore quando scrive: «Abbiate pazienza se proseguo qui per qualche pagina a parlare di famiglia. Se non scrivessi ancora […] i ragazzi di questo libro resterebbero incollati come figurine sui fogli bianchi».  Si rivolge direttamente al lettore Albinati, cerca di guidarlo, cerca di fargli capire che quando leggiamo questo testo «non dobbiamo pensare a un romanzo, ma a un tentativo di capire il mondo», come ha scritto giustamente Francesco Piccolo


Eraldo Affinati, classe 1956, scrittore ed insegnante di letteratura alla Città dei Ragazzi, arriva allo Strega con L’uomo del futuro. Da buon insegnante Affinati ci ricorda che per distinguere fra un bravo e un cattivo maestro, basta guardare negli occhi dei suoi studenti. Quelli degli allievi di Don Lorenzo Milani (l’uomo del futuro del titolo) brillavano. Narrato in seconda persona, con un’ampia parte del testo dedicata ai diari di viaggio di Don Milani (dal Gambia a Volgograd), questo libro prova a contagiare il lettore con l’entusiasmo che da anni porta Affinati a studiare la figura del religioso che ha creato non poco scompiglio nella Chiesa Cattolica negli anni ’50 e ’60.   


Per Vittorio Sermonti, classe 1929, autore, traduttore, drammaturgo, romanziere e persino dentista, arrivare alla cinquina dello Strega, è un’ulteriore consacrazione, qualora ce ne fosse bisogno. Possiamo dire senza paura di essere smentiti che Sermonti ha attraversato tutti i generi letterari e continua, all’età di 86 anni, a sperimentare. Questa volta propone al lettore un memoir, una collezione di ricordi che partono, come ci fa intendere il titolo, da un’ipotesi. Cosa sarebbe accaduto se nel 1945 tre giovani partigiani avessero sparato a suo fratello invece di risparmiarlo? È un punto da cui iniziare a srotolare le matasse della memoria, che Sermonti definisce ricordi “in un disordine fastidioso e devastato”. 

Ed eccoci, non lo nascondo, a uno dei miei preferiti: Giordano Meacci. Classe 1971, Giordano è scrittore, sceneggiatore, amante fedele della lettura e del cinema, ma soprattutto adepto della parola e della forza dirompente che può generare. Sentirlo parlare è irripetibile delirio di sensi, troppe le possibilità di approfondimento che ti regala, troppe le pagine che ha letto e che a te mancano. Eppure non si può smettere di ascoltarlo narrare. Il cinghiale che uccise Liberty Valance non è propriamente un romanzo, è uno studio comparato sulle giravolte linguistiche e sulla pulizia stilistica al limite della paranoia, 450 pagine in cui è il “come è scritto” più che il “cosa è scritto” a fare davvero la differenza. Un testo con cui è importante litigare, fatto di parole tridimensionali che l’autore fa continuamente ruotare davanti agli occhi attoniti del lettore, che non riesce proprio a capire come parole che ha avuto davanti ogni giorno della sua vita siano portatrici di tale iperbolico stupore.


E chiudiamo con Elena Stancanelli, classe 1965, scrittrice, opinionista e madrina di importanti iniziative per la diffusione dell’amore per la lettura, tra cui fa veramente piacere citare i Piccoli Maestri. Elena Stancanelli arriva allo Strega con La femmina nuda. Storia di Anna, donna messa a nudo dal suo terrore di essere abbandonata dal compagno, che racconta, in forma epistolare, alla migliore amica (che è sempre perfetta, perché diversa da noi) della sua gita «nel regno dell’idiozia», dove transitano stuoli di traditi, disposti a tutto pur di acclarare il fallimento del loro rapporto e la colpa dei loro compagni.