domenica 4 dicembre 2016

Poesia Vivente: l’attore secondo Jouvet e Servillo in scena al Piccolo Teatro di Milano


Cammino sotto le volte di un chiostro quattrocentesco. Frammenti di affreschi attribuiti a Bramante e a Leonardo guardano le teste delle persone sedute attorno a tavolini quadrati con sopra resti di tè o cioccolate serviti in porcellane candide. È una domenica pomeriggio di fine novembre a Milano e qualcosa che dovrebbe assomigliare al sole si è spinto per un attimo oltre la coltre densa di nuvole che ha cinto d’assedio la città per una settimana. I cappotti sono ancora aperti e le sciarpe un accessorio più che una barriera al freddo. Alle pareti del chiostro grandi cartelloni su fondo nero mi osservano. Su ogni cartellone, in alto a destra, disegnato a pallini bianchi su fondo rosso, il nome del luogo dove sto passeggiando in attesa di assistere a un cambiamento, emotivo più che meteorologico. 

Siamo nel foyer a cielo aperto del primo teatro stabile d’Italia, il Piccolo di Milano, fondato da Giorgio Strehler, Mario Apollonio, Virgilio Tosi e Paolo Grassi nel 1947, proprio in questo luogo, in via Rovello, a due passi dal roteare smanioso degli ‘shoppingari’ della domenica che assaltano via Dante, a metà strada fra il Castello Sforzesco liberato dalle strutture tubolari dell’EXPO e il Duomo in perenne parziale restauro. Il mutamento emotivo cui ci apprestiamo ad assistere è quello di un personaggio, che ha in sé un’attrice, interpretata da un’altra attrice. Può apparire complesso, lo so, ma anche la vita lo è, quindi proviamo ad andare per gradi. 


Alla sede storica del Piccolo è in cartellone Elvira di Brigitte Jaques, testo teatrale che trae spunto dal saggio di Louis Jouvet (storico attore francese, fondatore della compagnia teatrale del Théâtre des Champs-Élysées nel 1922) dedicato a Molière e pubblicato da Gallimard nel 1965. Si tratta della trascrizione di sette lezioni tenute da Jouvet per la preparazione della messa in scena del Don Giovanni di Molière. In scena c’è quindi il personaggio di Donna Elvira (da cui il titolo della pièce) creato da Molière che dà l’addio al suo antico amante Don Giovanni, ma non assistiamo alla rappresentazione, bensì alla messa in scena delle prove durante le quali Jouvet cerca di spiegare la sua idea di interpretazione ad una allieva (Claudia), perché possa impersonare al meglio Elvira. Toccherà proprio a Claudia cambiare se stessa come donna per arrivare a trasformare la sua interpretazione come attrice, impeccabile dal punto di vista tecnico ma carente in quanto ad emozioni. Claudia dovrà diventare un «fiume che irrompe in scena, costringendo gli spettatori al silenzio».


Ci riuscirà alla fine? Forse, in parte, preferisco non svelarvi il finale, non è questa la ragione più importante per andare a vedere questo spettacolo in scena fino al 18 dicembre. Di certo la ‘Claudia’ che lascerà il teatro alla fine di queste prove/lezioni nel settembre del 1940 sarà molto diversa da quella che vi era entrata nel febbraio dello stesso anno. Ciò che Jouvet, Brigitte Jaques e Toni Servillo (che in questa superba espressione di teatro nel teatro è sia regista sia attore) hanno a cuore è trasferire un messaggio quanto mai necessario e attuale  80 anni dopo i fatti descritti dal testo. L’impegno, il lavoro su se stessi, la messa in discussione di ciò che si è e di ciò che si vuole diventare e la ‘fatica sublime’ in cui questi elementi necessariamente si concretizzano è l’unica chiave per accedere a ciò che desideriamo e per farlo in un modo che ci renda fieri di quello che abbiamo realizzato.       

domenica 27 novembre 2016

USA: l’attesa oscura. Il viaggio di uno scrittore in un Paese pronto al peggio



L’ultimo romanzo di Dave Eggers (I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre? – Mondadori 2015) racconta la storia di Thomas, un quarantenne arrabbiato, che prende in ostaggio persone che hanno avuto la sventura di sfiorare la sua vita, legandole sul tetto di un palazzo di una base militare abbandonata in California. Da qui parte un interrogatorio fittissimo per scoprire le ragioni della rabbia e della disillusione di Thomas e di tutta la generazione di trenta/quarantenni nei confronti del sogno americano.


Lo stesso tema su cui s’incentra il reportage che Dave Eggers ha pubblicato di recente sul Guardian, raccontando il suo viaggio nell’America post elezioni 2016, quella che ha, inaspettatamente (?), scelto Donald Trump come suo 45° presidente. È una lettura ipnotica, non solo per lo stile che riesce a mettere immediatamente a fuoco cosa passa per la testa dei personaggi (in questo caso persone in carne e ossa), ma soprattutto per la consapevolezza che il lettore acquisisce dell’ineluttabilità di questa vittoria. Perché bastava andare in giro per il Paese e scoprire che la sicurezza dei Democratici (e di gran parte dei media) sulla vittoria di Hillary Clinton alle elezioni presidenziali dello scorso 8 novembre era mal riposta.

Il viaggio di Dave Eggers inizia un mese prima delle elezioni. Prima tappa: Pennsylvania, da Pittsburgh a Philadelphia.


Nessun segnale in supporto della campagna della Clinton, sulla Lincoln Highway che attraversa lo stato, gli unici simboli visibili sono le bandiere confederate che sventolano. Niente di strano se fossimo in Texas o in Alabama, ma qui siamo in Pennsylvania, uno stato che non faceva parte dei confederati nella guerra civile che infiammò gli USA 160 anni fa e che ha assegnato nelle ultime sei elezioni presidenziali il suo voto ai Democratici. Eppure, fermandosi in un luogo simbolo della Patria, il memoriale per i passeggeri del volo United 93 che avrebbe dovuto schiantarsi sul Campidoglio o la Casa Bianca secondo il piano terroristico dell’11 settembre e che invece, grazie al sacrificio di 40 persone, cadde a Shanksville, Dave Eggers trova bandiere confederate a ornare il portico dell’ingresso al memoriale. Qualcosa di strano stava per accadere. Trump con la sua retorica e i messaggi diretti e sprezzanti era già arrivato al cuore della gente, ma molti hanno preferito, come è accaduto per noi con Berlusconi, non dichiararsi convinti. Non era ‘polite’, accettabile socialmente supportare un uomo che faceva della rabbia della gente e della necessità di dare a questa rabbia un nome (e così un nemico da odiare e incolpare) un trapano con cui maciullare ogni remora ad attaccare tutto e tutti nella speranza di recuperare un tenore di vita e una certezza di sicurezza che non esiste e forse non è mai esistita.

Seconda tappa: Detroit, Michigan.


Incontriamo, a due giorni dalla vittoria di Trump, Steven. Alle soglie dei suoi quarant’anni, figlio di una venditore che con il suo unico stipendio è riuscito a mantenere moglie e cinque figli, Steven sente di aver perso molto rispetto a suo padre. Altri tempi, allora non c’era il NAFTA, la globalizzazione e la fuga da Detroit, ex-capitale dell’industria manifatturiera americana. Steven ci racconta che era stanco e arrabbiato perché sembrava che nessuno al Campidoglio s’interessasse di quello che accadeva alla gente. Fino a Trump. Steven racconta che: «Trump non è un politico, ma un imprenditore e quindi sa come sono importanti le scelte economiche e che effetto possono avere sulla vita e il futuro delle persone, perché lui ha rischiato in prima persona – e ancora – Noi a Detroit abbiamo creato la middle class americana, ora qui c’è solo un’economia fasulla, il mercato degli immobili è decimato e la classe media non fa che assottigliarsi. Voglio qualcuno che dia una scossa al sistema e che trascini con sé tutto il Paese».  Nulla di strano, direte voi, Trump è un abile comunicatore e ha parlato alla pancia dei bianchi conservatori, cristiani, ex benestanti, dando la colpa agli altri, quali ‘altri’ non è poi così importante: messicani, immigrati, politici corrotti, dissacratori della morale americana. Vero, ma Steven non corrisponde allo stereotipo dell’elettore trumpista. Parlando con lui, attraverso il filtro di Eggers, scopriamo che Steven è sposato con un uomo e lo ha potuto fare grazie alla lunga lotta dei Democratici che ha portato la Corte Suprema statunitense a rendere legale il matrimonio fra due persone dello stesso sesso in tutto il Paese. Eppure Steven ha scelto Trump e le sue dichiarazioni decisamente contrarie alle libertà di cui Steven oggi giustamente usufruisce. Ma tutto questo non conta perché Steven ha finalmente qualcuno da odiare, per lui non c’è alcun dubbio: i mussulmani americani («Non è stato certo un gruppo di suore cattoliche a guidare degli arei contro il World Trade Center»). Come la Pennsylvania, anche il Michigan che aveva votato Obama, ha preferito Trump.

Terza tappa: Washington D.C.

La capitale. Qui Dave Eggers ci racconta l’incontro con due cercatori di libertà: Mahmoud e Miriam, giornalisti palestinesi che aspettavano da tempo di poter uscire dalla striscia di Gaza e andare in USA, terra di apertura e libertà. Dave Eggers è a disagio quando li incontra il giorno della vittoria di Trump. Sente subito l’esigenza di scusarsi per la scelta fatta dai suoi connazionali. I due giornalisti gli dicono di non preoccuparsi e gli regalano un pezzo di muro. Il muro di cinta dell’aeroporto di Gaza distrutto da Israele nel 2002, un muro che doveva difendere qualcosa che non esiste più. Immaginiamo a cosa sta pensando  Dave Eggers: “e se del sistema di diritti civili così come oggi lo conosciamo, alla fine del mandato di Trump restassero solo macerie?” Miriam non va così lontano, per ora è raggiante, nonostante tutto. Sa che deve fare presto, una manciata di giorni la separano dall’insediamento del 45° Presidente alla casa bianca, deve sbrigarsi prima che la realtà che ha tanto atteso, le cambi davanti a velocità ‘trumpica’.

E noi? Se il viaggio di Dave Eggers si conclude con oscuri presagi, speriamo eccessivi, non possiamo evitare di chiederci se Donald Trump costruirà davvero tutti i muri fisici e morali con cui ha raccolto migliaia di voti o si limiterà solo ad arricchirsi ancora di più, lasciando l’America ai suoi problemi. Business First, non si dice così?

Certo, se G.W. Bush, un uomo che paragonato a Trump possiamo definire un mediocre comunicatore di intelletto misurato, ha dato il via a due guerre e contribuito con la sua politica a massacrare l’economia mondiale, cosa potrà realizzare un uomo che è abile manovratore delle paure umane e non deve ringraziare alcun partito per la sua nomina?  Business First. Siamo costretti a sperarlo davvero.

domenica 20 novembre 2016

OK, Google? No è solo l' "Echo" di Amazon


Ve lo ricordate il film Her di Spike Jonze? Presentato al Festival del Cinema di Roma nel 2013, raccontava la storia di Theodore Twonbly, uno scrittore di lettere per conto terzi che, in una società futuribile, assai limitrofa alla nostra, acquistava un sistema di controllo del suo PC a comando vocale, ‘interpretato’ dalla voce di Scarlett Johansson. Il software si dimostrava ben più intelligente del previsto, evolvendosi con il suo compratore per impersonare il compagno perfetto: sempre in sintonia con Theodore e quindi preferibile a qualsiasi essere umano in carne e ossa. 


Non siamo ancora arrivati a questo livello di interazione, ma da tempo abbiamo cominciato a parlare con i nostri smartphone, SIRI – il sistema a comando vocale di Apple dalla voce femminile - insegna. Alzi la mano chi non ha tentato almeno una volta di farlo impazzire con domande irrazionali e necessarie come: «Di cosa è fatta un’anima?» o «Adesso che siamo solo noi due SIRI, me lo dici cosa ci mette nella Nutella il signor Ferrero per farla così buona?». SIRI impassibile rispondeva prontamente con un «Cerco su Internet: adesso che siamo solo noi due SIRI, me lo dici cosa ci mette nella Nutella il signor Ferrero per farla così buona». Con lei non la si spunta e adesso non è più sola. 


L’anno scorso è arrivato Echo assistente virtuale Amazon con la voce di Alexa. Come direbbero i portavoce della compagnia di Jeff Bezos: un perfetto shopping assistant (con una ‘curiosa’ passione per i prodotti della piattaforma Amazon), consigliere culinario e tool di home automation. Se avete un bisogno impellente di ordinare un barattolo di pittura color prugna o di regolare il termostato di casa senza dover muovere un pollice sul vostro smartphone, beh, Echo è il virtual assistant che fa per voi, con parecchi plus rispetto a una banale e superata persona fisica. Echo non si lamenta del disordine che lasciate per casa, non pretende di farvi cambiare carattere, priorità o valori per adattarsi ai suoi, non sporca, non chiede una remunerazione e soprattutto mai e poi mai metterà in discussione un vostro parere, a meno che, certo, non decidiate di comprare la pittura color prugna di cui sopra al di fuori del circuito Amazon. 


Perfetto no? Chi potrebbe darci di più? Google Home per esempio? Definito il ‘new home smart speaker’ di cui non sentivate ancora il bisogno perché non lo avevate ancora cercato su Google, questo virtual assistant cerca di farvi lasciare SIRI o Alexa, solo perché pensa di sapere tutto di tutto. Un ‘tutto’ relativo certo e decisamente selettivo, se provate infatti a porre a Google Home una domanda (per farlo dovrete sempre iniziare la frase con: OK, Google) qualcosa che esula dalle quick search del famoso motore di ricerca, Google Home non risponde, lasciandovi in un agonizzante dubbio. Se dovessimo ascoltare Bertrand Russell potremmo essere felici del nostro dubitare: «Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi», ma oggi si preferiscono ben altre opinioni, assai più polite, come quella del vice presidente per il product management di Google, Rishi Chandra, che sostiene che Google Home «preferisce tacere davanti all’incertezza, pur di non dare una risposta assolutamente corretta alla persona che assiste». 

Non lo avevamo capito, ma Google ci offre una lezione di socratica sensibilità: «È sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s'illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza». 


domenica 13 novembre 2016

Un buon libro? Una statua sul fondo del mare, parola di Pietro Grossi


Mentre scorro le prime pagine de Il passaggio, l’ultimo romanzo di Pietro Grossi, pubblicato da Feltrinelli, mi rendo conto di trovarmi al cospetto di una sfida. Per il protagonista di questa storia (Carlo) che deve fronteggiare il principale fantasma del suo passato (suo padre) in mezzo ai ghiacci della Groenlandia, per Grossi che si confronta con l’opera di autori che della sfida estrema hanno fatto il loro marchio di fabbrica (penso a Ernest Hemingway e Jack London) e per il lettore che si trova immerso in una narrazione dove il flusso vorticoso degli eventi pretende di convivere con bolle di assenza dove ascoltare sé stessi.

 


Era sua intenzione far percepire al lettore questa triplice sfida?

Il libro non nasce con l’idea specifica di creare una sfida, ma certamente lo è stata. Le mie prime stesure sono molto immediate, ho imparato che per scrivere, immaginare, scoprire le mie storie devo pensare il meno possibile. Poi ci metto molto tempo a rilavorarle. La prima stesura di questo libro l’ho scritta in un paio di mesi, ma per arrivare a quella attuale ho impiegato quattro anni. La maggiore difficoltà di questo romanzo è stata confrontarsi con diversi piani narrativi. Ho iniziato da quello dedicato al mare e poi sono passato ai personaggi e al loro nascondere molto più di quello che lasciavano vedere al lettore. E qui ho dovuto fare una scelta: capire se applicare alla lettera il principio dell’iceberg di Hemingway, che giustamente citava, mostrando il meno possibile di questi personaggi o lasciarmi guidare dalle loro emozioni più private, senza limiti. Ho cercato di pormi nel mezzo e ciononostante il libro è cresciuto molto, più indagavo e più volevo sapere delle loro vite. Questo romanzo è quindi stata una grande sfida per me: complicata, sofferta e lunga, anche perché volevo riuscire a mantenere i diversi livelli di narrazione consistenti senza perdere in ritmo.

 

È soddisfatto del risultato finale?

Domanda pericolosa. Ho difficoltà a valutare quello che scrivo. Cerco di leggere molti buoni libri, provando a rincorrere il mio senso di colpa per non aver ancora letto abbastanza i classici, i libri che vanno letti. Quindi quando vado a leggere i miei scritti è difficile e pericoloso fare confronti con i libri che amo. Questo libro è il meglio che io sappia fare. Sta però ai lettori giudicare.

 


Quali sono le caratteristiche di un buon libro?

Prima di tutto la lingua. Devo sentire lo sforzo e il risultato di un autore nel cercare di trasformare uno spicchio di mondo in un insieme perfetto di parole. Se inizio a leggere un libro e mi accorgo che la stessa frase poteva essere scritta in altri dieci modi, migliori, più adatti di quello trovato dall’autore, non riesco ad andare avanti anche se la storia è interessante. Questo è il mio problema con molta letteratura di genere. Belle storie, interessanti, spesso ci sono anche grandi intuizioni, non sostenute però dal rigore della lingua. Un buon libro è una storia che riesce a spostare la mia visione del mondo, ecco quello che cerco in un buon libro. A volte basta una frase a convincermi.

 


Carlo, il protagonista umano de Il passaggio (cui si aggiunge lo sguardo onnipresente della Natura), sembra sempre alla ricerca di qualcun altro che decida per lui. All’inizio della storia vive un’esistenza che non sente sua: il lavoro fino a tarda ora in ufficio, le aspettative del capo, una famiglia che lo attende a casa e che conta su di lui. «Ha scambiato il mondo con una singola casa». Per scappare ha bisogno dell’intervento del padre che lo catapulta in Groenlandia per tentare in barca il passaggio verso il Canada. Poi sente di dover chiarire il rapporto con suo padre, ma anche qui non fa nulla fino a che non è costretto dall’intervento di una balena che danneggia la barca e mette in pericolo la sua vita. Perché Carlo ha così paura di prendere una decisione?

Sono contento di questa domanda. È la prima volta che mi viene fatta e mi permette di approfondire la figura del protagonista. È vero, Carlo lascia che siano gli altri a guidare la sua vita, che siano persone o eventi poco importa, basta che non sia lui a prendersi carico della responsabilità delle sue decisioni. Le scelte lo posseggono e fanno di lui ciò che vogliono, almeno fino a quel viaggio in barca con suo padre. Un viaggio in cui avviene il “passaggio” da figlio a uomo. Da quel momento Carlo non avrà più scuse. Fondamentale per questo cambiamento è lo “schiaffo2 della balena che lo costringe a parlare con suo padre, a scegliere.

 

Mentre leggevo le pagine in cui Carlo cerca una soluzione per fermare l’acqua gelida che sta invadendo la barca ed è consapevole che ha pochi minuti per fare qualcosa prima di perdere la sensibilità agli arti inferiori, mi è venuto in mente il racconto di Jack London Preparare un fuoco, in cui il protagonista si trova disperso nei territori dello Yukon con il suo cane e sa che ha pochi minuti per accendere un fuoco prima di morire assiderato. Alcune persone si lasciano morire, altre riescono a dare il meglio di sé proprio in situazioni di pericolo. Carlo è una di queste; il padre, con più esperienza in mare e un carattere apparentemente più volitivo del figlio, si blocca. È questo il momento in cui Carlo prende in mano la sua vita?

Sì, è il momento in cui avviene il passaggio del testimone fra padre e figlio. Ciò che accade a Carlo e non a suo padre Fabio è condensato in unico momento. Quello in cui realizza perché ama tanto il mare e la vita in barca, li ama in modo diverso da suo padre, in maniera assoluta, incondizionata. Per questo Carlo funziona così bene anche in momenti di pericolo e per lo stesso motivo suo padre si blocca. Il protagonista acquisisce così quel senso di appartenenza al mare che può riempire una vita. In piccolo è capitato anche a me.

 


Nel libro usa molta terminologia “nautica”. Deduco dalle sue parole che deriva da esperienze dirette oltre che da una documentazione. Qual è il suo rapporto con il mare?

Vado in mare da quando sono molto piccolo, insieme a mio padre, come capita al mio protagonista. Ma la passione è nata quando ho scoperto la vela pura. Un’estate sono andato a frequentare un centro estivo di vela e me ne sono innamorato. Quando ero al liceo avevo la mia barchettina con cui andavo ad allenarmi e a fare le gare. Poi, come avviene per Carlo, mi sono allontanato dal mare perché avevo la fortissima sensazione che potesse essere tutta la mia vita. La cosa mi affascinava e ne avevo paura al contempo. Volevo essere sicuro di fare questa scelta. La vita di mare, da skipper, ti dà moltissimo ma ti toglie moltissimo, impedendoti i contatti con la civiltà e i suoi stimoli. Così provai le città: Firenze, Roma, Milano. Ma per quanto insistessi il richiamo del mare era più forte e così decisi che alla fine di un contratto di lavoro che avevo in un’agenzia pubblicitaria avrei mollato tutto per il mare. Andai dai miei amici e glielo dissi. E loro non si stupirono. Così ero sicuro. Pronto a partire.

 

Ma lei non è partito alla fine. Colpa della scrittura?

Sì, nel frattempo uscì il mio primo libro (Pugni) e tutta la mia vita cambiò e quel richiamo, seppur presente, si fece meno forte e io rimasi.

 

Per Carlo una regata è un elegante incrocio fra gli scacchi e la danza classica, per suo padre un incontro di pugilato dei primi del Novecento. Cos’è per lei?

Se devo scegliere fra i due, sono più vicino a Carlo. Una regata ben fatta è come un coltellino svizzero, quegli oggetti in cui tutto funziona perfettamente. Di recente con Feltrinelli ho partecipato alla Barcolana [famosa regata velica cui possono partecipare sia professionisti sia principianti, ndc.] nel fine settimana che ha seguito l’uscita del romanzo. Anche in quel caso ci siamo trovati davvero bene, sentendo proprio quella sensazione di assoluta sintonia con gli elementi che ha provato il mio protagonista, sebbene meno assoluta.

 

Nei suoi libri lo sport è spesso presente. Esiste un momento perfetto di assonanza con il mondo che ci circonda in ogni disciplina sportiva?

All’uscita di una curva in moto in cui tutto, motore, essere umano, aria, è assolutamente compatto. Nel tennis, quando colpisci una palla che resta per un attimo in sospensione fra te e il punto perfetto. Sì, questo tipo di momenti esistono in tutti gli sport, situazioni in cui tutto è perfetto ed è una gioia viverli.

 


Parlando di perfezione, Zadie Smith ha raccontato una volta in un seminario che per lei scrivere un libro è come costruire una casa, parte dalle fondamenta (la spinta emotiva che ha reso necessario per lei scrivere quella storia) e poi prosegue con le mura e gli impianti (la trama, la struttura, i personaggi), fino ad arrivare alle rifiniture (la scelta dei singoli vocaboli che formano la narrazione) che lei cura meticolosamente e ossessivamente, riconoscendo il potere di una singola parola nel cambiare le sorti di un romanzo. Qual è il suo rapporto con i particolari e con la scelta delle parole che useranno i suoi personaggi?

Zadie Smith è una grande scrittrice e condivido il suo punto di vista. Forse non avrei scelto la metafora della costruzione di una casa, ma ho sempre l’impressione che i miei libri vengano pubblicati troppo presto, quando non sono ancora “perfetti”. La metafora che meglio si adatta ai miei libri è quella del cercatore di tesori sommersi. Io non costruisco qualcosa, io trovo, ritrovo qualcosa che già esiste. Vado a pescare la storia sul fondo del mare e la tiro a bordo, ancora incrostata di corallo e denti di cane. Questa è la prima stesura, poi parte il lavoro di cesello che serve solo a liberare una bellezza, una storia che c’è già. Quando lavoro penso sempre a Michelangelo che non creava opere, ma si “limitava” a liberarle dal marmo, ecco, senza volermi certo paragonare al genio, nel mio piccolo faccio lo stesso lavoro.

 

Ho letto che l’idea della Groenlandia le è venuta da un reportage che ha fatto per «Vogue» in queste terre. Ma da dove viene l’idea della richiesta d’aiuto di un padre a un figlio?

Da tempo volevo raccontare una storia ambientata in mare. Sapevo che tutto sarebbe partito da una richiesta di aiuto di un padre a un figlio, lo sentivo, ma non sapevo altro. Dove ambientarla? All’inizio immaginavo mari temperati: Mediterraneo, Caraibi, ma era sbagliato. Il teatro della mia storia l’ho scoperto quando sono arrivato in Groenlandia nel 2012, perché ho sentito che i personaggi della mia storia erano passati di là. Non c’era altra ambientazione possibile. Potevo trovarli, conoscerli, raccontarli.

 



Prima diceva che scrive a mano la prima stesura di ogni suo libro. Cosa le offrono la carta e la penna che le nega un PC?

Ho scoperto che per tirare fuori una delle mie statue dal fondo del mare ho bisogno di non pensare. Ho bisogno di tenere “me” lontano dalla storia quando è ancora sporca, quando è ancora fragile. Ho bisogno di non tornare a rileggere l’ultima frase e scoprirla inadeguata, cosa che farei subito al PC, ma che non faccio quando la scrivo su carta, lì prevale il piacere della scoperta, del viaggio. La revisione poi la faccio a PC, strumento crudele.

 

Prima di salutarci, volevo chiederle se ha già trovato la prossima statua da “rubare” al suo mare personale.

Certo, ho un paio di storie in testa che ho provato già a scrivere senza trovare il punto di vista e l’approccio giusto. Parto sempre da più progetti in parallelo e poi lascio che l’esplorazione mi porti a quello più impellente.

domenica 6 novembre 2016

La quinta edizione di BookCity (a Milano dal 17 al 20 novembre) parte dalla Turchia di Elif Shafak



Con l’arrivo di novembre, Milano si prepara ad ospitare la quinta edizione della festa dei lettori BookCity che si aprirà al Teatro Dal Verme il 17 novembre con l’incontro con Elif Shafak. Il nome potrà risultare sconosciuto a molti lettori (sebbene abbia una pagina twitter con quasi due milioni di followers sparsi per il mondo), ma è un’occasione da non perdere per conoscere una delle scrittrici più interessanti e politicamente impegnate della Turchia contemporanea. A vederla sembrerebbe un’indossatrice, con la sua fisicità statuaria e i grandi occhi verdi che cercano sempre qualcosa di diverso da quello che hanno davanti, distratti, scontenti. Ma chi ha avuto la possibilità di conoscerla, ha scoperto una donna volitiva e con le idee chiare su come dovrebbe essere la ‘sua’ Turchia: aperta alla diversità di pensiero, di cultura e di scrittura.


Nata a Strasburgo agli inizi degli anni ’70, da un padre filosofo e una madre diplomatica, Elif ora vive a Londra dopo anni di nomadismo al seguito della madre che l’hanno portata ad Ankara, Madrid e Colonia, per poi farle conoscere la terra della sue radici (entrambi i genitori sono turchi) a vent’anni, quando è andata a vivere a Istanbul per studiare Relazioni Internazionali. Il suo viaggio però non si è fermato a Istanbul, ma da lì è partita per studiare e lavorare in USA e in UK, senza dimenticare mai la Turchia, luogo che ricorre in tutti i suoi romanzi, a cominciare dal primo (Pinhan del 1994), scritto all’età di 24 anni e diventato subito un best seller in Turchia.

I

n prima linea nella lotta a qualsiasi forma di xenofobia e dittatura, Elif Shafak presenta a Milano il suo ultimo romanzo (Le tre figlie di Eva edito in Italia da Rizzoli) storia di tre giovani donne mussulmane che si incontrano all’Università di Oxford nel 2000. Per tutte e tre l’impatto con la cultura occidentale sarà fatale, con paradossali dietrofront rispetto al livello di inebriante libertà che scopriranno in Europa. «Lo stesso dietrofront che sta attuando ora la Turchia – racconta l’autrice in un’intervista a Repubblica – […] La Turchia sta precipitando pericolosamente indietro e questo è molto triste. Io condanno il colpo di stato che c’è stato. Come quelli precedenti negli anni ’60, ’70 e ’80, ha creato violazioni gigantesche dei diritti umani. Migliaia di persone hanno perso il lavoro, sono detenute in carcere. […] Ho molti amici in prigione, scrittori e accademici».


In una Turchia ancora imprigionata dall’idea di aver bisogno di uno stato ‘forte’ che guidi i suoi cittadini e possa mettere in discussione la parità fra uomo e donna, come fra religioni, idee e culture, Elif Shafak prova a diffondere un punto di vista diverso, facendo conoscere agli occidentali cosa si nasconde dietro ai sostenitori di questo sogno ‘neo-ottomano’: persone che parlano inglese, che viaggiano, che hanno contatti internazionali e lavori all’estero, ma che ciononostante sono fortemente nazionaliste. Persone che hanno visto in molte nazioni europee non dei possibili alleati, ma dei Paesi che diffidavano della Turchia, utilizzandola spesso come feticcio per le loro campagne altrettanto nazionaliste. «Questo ha portato la Turchia a scivolare a est, diventando più autoritaria […] tanto che oggi parlare della membership turca (l’ingresso nella UE) è diventato un sogno quasi impossibile, eppure è necessario tenerlo vivo».  

Appuntamento allora al 17 novembre al Teatro Dal Verme a Milano per ascoltare Elif Shafak e la sana voce di dissenso di cui è portatrice.

domenica 30 ottobre 2016

La prima volta di un americano al Man Booker Prize

L’anno scorso era toccato a Marlon James con il suo A Brief History of Seven Killing, Breve storia di sette omicidi (Frassinelli) riuscire, da perfetto outsider, a vincere il Man Booker Prize, il più blasonato tra i premi britannici dedicato ai romanzi in lingua inglese. James aveva dovuto sopportare ogni genere di rifiuto (secondo l’autore ben 78 dinieghi) prima di riuscire a pubblicare il suo libro con una piccola casa editrice indipendente. Un romanzo lunghissimo (668 pagine) e intricatissimo (con ben 75 personaggi, ambientato a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 del Novecento in Jamaica), una storia lontana anni luce dalla ricetta di un buon bestseller: ritmo che non lasci il tempo di fermarsi a riflettere, struttura semplice, pochi personaggi, scrittura così lineare da apparire a volte asettica, una trama in cui sia facile per il lettore trovare delle assonanze con la propria vita. Tutto si può dire di A Brief History of Seven Killing tranne che risponda a queste regole. Eppure, dopo autori del calibro di V.S. Naipaul, Nadine Gordimer, Salman Rushdie, J.M. Coetzee, Ian McEwan e Howard Jacobson, il Man Booker Prize (il cui “Man” non si riferisce al sesso dei vincitori, ma al nome del gruppo di investimento Man Group che sponsorizza il premio nato nel 1969), ha premiato un altro outsider: il 54enne Paul Beatty, con il suo romanzo The Sellout, edito dalla stessa Oneworld che aveva evitato che i rifiuti opposti a Marlon James diventassero 79. 


Satira al vetriolo sulla società americana, The Sellout (edito in Italia da Fazi con il titolo Lo schiavista) fa incontrare al lettore Bonbon, uomo rassegnato a vivere l’esistenza di un nero della lower-middle-class a Dickens, ghetto alla periferia di Los Angeles. Dopo aver trascorso l’infanzia a fare da cavia per una serie di improbabili esperimenti sulla razza da parte di un padre sociologo, Bonbon si trova presto a doverne gestire il funerale, ma è solo l’inizio delle sue sciagure, perché Dickens, fonte di grande imbarazzo per la California, viene letteralmente cancellata dalle carte geografiche. Così Bonbon dà inizio a un altro esperimento, ben più originale di quelli che aveva messo in atto suo padre: ripristinare la schiavitù e la segregazione razziale nel ghetto


A cavallo fra satira e attacco diretto al sistema sociale ed economico made in USA, questo romanzo, il primo scritto da un autore americano ad aggiudicarsi il britannicissimo Booker Prize, forse anche grazie alla scelta del tema, è stato paragonato dal presidente della giuria ai primi lavori di Jonathan Swift o Mark Twain, poiché «mentre vieni inchiodato alla pagina, vieni anche spinto a mettere in discussione ciò che leggi e ciò che conosci. […] tutto questo con una verve fenomenale e un’energia narrativa invidiabile».



Insomma le premesse per correre a comprare questo libro ci sono tutte, anche per scoprire se ha ragione l’autore quando dice che «questo romanzo non cerca di lavorare sulle emozioni ma sulle domande che il lettore si fa guardando la società che ci circonda, domande che spesso cerchiamo di rifiutare a priori». 
A proposito di rifiuti, The Sellout non è arrivato al traguardo dei 78 rifiuti da parte degli editori prima di essere pubblicato, totalizzandone ‘solo’ 18 e non perché non piacesse. «Quando sento gli editori dire che hanno trovato un libro che gli è piaciuto molto che non possono pubblicare, non riesco a comprendere di cosa stiano parlando. Mi piacerebbe pensare che esistano ancora editori capaci di dirti che il libro che hanno fra le mani non venderà e ciononostante non possono fare a meno di pubblicarlo. Forse sono un romantico». Forse, ma ci piace pensare che un po’ di questo romanticismo sia rimasto nascosto fra i manoscritti che bivaccano sulle scrivanie degli editori italiani e che, presto, qualcuno riuscirà a ritrovarlo.

domenica 23 ottobre 2016

68esima Buchmesse di Francoforte: pensare high-tech è un requisito fondamentale per un editore



Oggi si conclude la 68esima edizione della Buchmesse (dal 19 al 23 ottobre), la fiera internazionale del libro di Francoforte, che, a ragione, si autodefinisce “la più importante fiera internazionale del settore” e di certo può reclamare questo titolo in Europa dove, con i suoi 7.100 espositori provenienti da oltre 100 paesi e i suoi 275.000 visitatori annui (Torino nel 2016 ha avuto poco meno di 1.000 espositori e circa 100.000 visitatori), rappresenta da anni un punto di riferimento immancabile per chiunque lavori nel settore editoriale.

E mentre in Italia Milano e Torino si litigano il primato per la fiera del libro più importante, la Buchmesse prosegue nel suo percorso di innovazione, con tutta una serie di eventi connessi alla fiera che cercano di esplorare modi diversi di fare editoria, a cominciare da The Markets - Global Publishing Summit, che si è tenuto a Francoforte il 18 ottobre, evento in cui 300 executive di altrettante realtà editoriali sparse per il mondo (nessuno ahimè per l’Italia) si sono confrontati su alcuni temi ritenuti fondamentali per lo sviluppo del mercato editoriale nei prossimi anni. Primo fra tutti il tema tecnologia.

È Emma Barnes (creatore della piattaforma editoriale Snowbooks e cofondatore di Bibliocloud, sistema di publish management che su un’interfaccia simile a quella di twitter offre agli editori servizi che semplificano lo scambio di dati con lettori e autori) che punta subito al problema: «gli editori non conoscono abbastanza il mondo della tecnologia.  Questo vuol dire che raramente un editore assume un ruolo attivo nello sviluppo di software o prodotti informatici che potrebbero potenziare il loro business, limitandosi a cercare di adattare al mondo dell’editoria prodotti nati con altri scopi». E se non tutti potranno essere d’accordo con l’affermazione provocatoria di Michael Hartl (fisico esperto nelle dinamiche dei buchi neri, famoso nel mondo dell’high-tech per il suo metodo per sfruttare al meglio le potenzialità di Ruby on Rails per nuove attività imprenditoriali) «tech is the new literacy», Emma Barnes è convinta che muoversi al traino della tecnologia o peggio ignorarla, invece di cercare di conoscerla e utilizzarla al meglio per raggiungere lettori che non utilizzano mai il supporto cartaceo, sia un grave errore.


Da questo gap nascono d’altronde realtà importanti nel digital publishing come Reedsy, che offre ad autori che scelgono la strada del self-publishing un servizio che rende i loro libri perfettamente equiparabili, almeno nella qualità dell’editing, impaginazione e materiali, a quelli di autori pubblicati dalle più blasonate case editrici europee.



Se e quanto le 250 case editrici italiane che quest’anno hanno partecipato alla Fiera del Libro di Francoforte (più del doppio dello scorso anno grazie a un finanziamento delle Regioni Lazio e Piemonte e dell’AIE) siano consapevoli di quello che si sta sviluppando intorno a loro non è dato saperlo, ma di certo ci auguriamo che i loro rappresentanti abbiano partecipato attivamente agli incontri del Global Publishing Summit per evitare di lanciare Torino e Milano in una corsa all’inseguimento di Francoforte che potrebbe essere ben più lunga dei chilometri che ci separano dalla Germania.