domenica 25 settembre 2016

Intervista a Howard Jacobson. Shylock, la magnanimità di Shakespeare e lo scrittore rumoroso

Incontrare Howard Jacobson è come incontrare un pezzo di letteratura inglese, quella che l’autore (si capisce immergendosi nei suoi romanzi) ha letto e riletto fin dagli anni Sessanta quando il giovane Howard frequentava il Downing College all’Università di Cambridge. Mentre mi avvicino al suo ciuffo bianco e al suo volto allungato, quasi fosse stato Jacovitti a disegnarlo, mi viene in mente la prima volta che l’ho incontrato. Festivaletteratura 2011, Mantova. 


Mi piacerebbe cominciare questa chiacchierata con Howard Jacobson, in Italia per presentare il suo Il mio nome è Shylock (edito da Rizzoli nella traduzione di L. Pignatti), proprio da questo ricordo. Era un sabato pomeriggio dei primi di settembre, il Festival era alla sua quindicesima edizione e faceva caldo, quel delizioso caldo umido che solo Mantova e il Bormio sanno offrire, quello che ti fa sentire come Willy il coyote quando gli sta per finire in testa l’ennesima incudine e stremato non si sposta di un millimetro accettando il suo destino. In quel pomeriggio mantovano eravamo in molti a prepararci a ricevere in testa l’ennesima incudine d’afa mentre, stesi sull’erba, aspettavamo Howard Jacobson e Moni Ovadia, convinti di non riuscire a comprendere ciò che ci avrebbero detto. E invece: miracolo! Parole come scrosci d’acqua gelida, attivarono cervello e risate e fu il più bel pomeriggio di quell’edizione del festival.

Quanto è importante per Howard Jacobson essere un performer oltre che uno scrittore e quanto è necessario per uno scrittore oggi sapere intrattenere i suoi lettori dal vivo oltre che con le parole stampate sulle pagine dei suoi libri?
Saper intrattenere, coinvolgere e divertire le persone è necessario. Dovrebbe essere necessario, sebbene molti autori non amino questa parte del nostro lavoro. Per me è anche molto piacevole, amo parlare alle persone del mio lavoro, è una parte sostanziale dell’essere scrittore. Molti immaginano lo scrittore come un uomo chiuso in una stanza in penombra, concentrato sulle sue emozioni, in attesa dell’ispirazione che anche un sospiro può spezzare. Non è il mio caso, io sono uno scrittore rumoroso, a volte le persone s’infastidiscono per quanto sono rumoroso, spesso inizio a scrivere con la mano nell’aria e vivo, interpreto i miei personaggi. Per me è come girare un film. Quindi sì, sono uno scrittore che fa rumore e ama il rumore. Intendiamoci la stanza dove scrivo è silenziosa, ma è importante che la vita che passa davanti alla mia finestra faccia irruzione ogni tanto. Questo mi aiuta a immaginare e a scrivere. E poi rileggo ad alta voce ciò che scrivo, alla ricerca di ogni vocabolo che non sia in armonia con la frase in cui è contenuto. 


Se lo trova, lo cancella anche se le è costato una giornata di lavoro?
Se una parola non ci sembra quella più adatta alla storia, al paragrafo che stiamo leggendo, non è un problema del lettore ma dello scrittore. Quindi sì, la cancello e capita spesso, anche perché quando scrivo sono troppo preso dalla strada che ho scelto per rianalizzare immediatamente tutto in maniera metodica. Io scrivo caoticamente e non so dove sto andando quando inizio una storia e mi piace che sia così. Mi considero uno scrittore organico, che si adatta alle sensazioni, agli umori, ai luoghi che vive mentre sta scrivendo. Mi sento come se fossi su un palcoscenico e stessi interpretando il copione che io stesso sto creando in quel momento. 

In questo girovagare mentale si è mai perso in un luogo da cui non sapeva uscire?
Certo, può accadere, è accaduto. Allora mi fermo, cerco di liberare la mente e ricomincio. Spesso leggo la prima frase del libro che sto scrivendo. Nella prima frase c’è il libro, se non è così forse bisogna cambiare storia. 

Qual è il suo rapporto con il teatro? Prima mi ha fatto una descrizione del suo processo creativo molto “teatrale”, ma ho letto in una sua intervista che quando si siede a teatro per assistere a una rappresentazione non desidera altro che scappare
Il teatro da spettatore mi fa sentire fuori posto. Seduto al buio ad ascoltare senza interagire? Non è il mio ruolo, io sono fatto per stare sopra il palcoscenico. Ho creato un personaggio per esprimere questa sensazione in uno dei miei primi romanzi. Era la storia di un uomo che vive nelle campagne inglesi e va a Londra per scoprire la grande città. Una delle prime cose che fa è andare a teatro, ma pochi minuti dopo l’inizio dello spettacolo scappa fuori, tremendamente annoiato. La commedia che sta guardando è di Harold Pinter. Mai scegliere una commedia di una persona che si conosce e che legge i tuoi libri. Harold Pinter si arrabbiò molto, così quando ci incontrammo a un party, era il 1984, venne verso di me e mi disse: «Funny joke», ma non sembrava affatto divertito. Non fu facile convincerlo che era il mio personaggio a pensarla così e non io, comunque alla fine siamo rimasti buoni amici. Il teatro cui sono davvero interessato, per citare Shakespeare, è quello della mia mente. Ecco, leggere i testi di Shakespeare costruiti per il teatro, quello è davvero affascinante. È impossibile annoiarsi.



Parliamo allora dell’Hogarth project, che in occasione dei 400 anni dalla scomparsa del Bardo, ha chiesto ad autori come Margareth Atwood, Anne Tyler e lei di riscrivere e reinterpretare un testo shakespeariano. Qual è stata la sua reazione davanti a Il mercante di Venezia e ha scelto lei questo titolo? 
Non ho scelto io di lavorare al Mercante di Venezia. E quando me lo proposero dissi no.
Troppo scontato. Non volevo che scegliessero me solo perché si parlava di un protagonista ebreo. Non è colpa mia se sono uno degli autori inglesi che ha scritto di più sull’ebraismo. Ogni volta che finisco un romanzo su questo tema mi dico: è l’ultimo che scrivo e poi ne comincio subito un altro sul mondo ebraico. Mentre lavoravo ancora al mio romanzo intitolato J che dovrebbe uscire a breve anche in Italia, mi chiamarono per propormi il progetto su Shylock. Prima di rifiutare definitivamente decisi di rileggere il testo, che non mi era mai piaciuto particolarmente e accadde che me ne innamorai. 

Cosa le ha fatto cambiare idea? 
Quando si legge Il Mercante di Venezia a scuola non si fa altro che parlare di antisemitismo, ma Shakespeare non era certo un antisemita, per esserlo bisogna avere una mente limitata, governata da pregiudizi e incapace di aprirsi alla diversità che la circonda, impensabile per un autore che ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca dell’uomo dietro il personaggio. Leggendo il testo mi resi conto di quanto Shakespeare abbia investito su questa storia, rendendo Shylock il più intenso e interessante fra i personaggi di questo testo. Shylock è una persona dalle forti passioni (per la moglie che ha perso, per la figlia, per le ingiustizie che subisce). Per questo ho deciso di creare un altro Shylock con cui l’originale potesse parlare oggi. Era impossibile ambientare la mia versione della storia ai nostri giorni senza la presenza di Shylock e non era possibile crearne un altro, nessuno avrebbe retto il confronto con l’originale. Così ho portato Shylock, quello shakespeariano, qui fra noi affiancandogli un ebreo contemporaneo con cui parlare. Questa penso sia la parte più interessante del mio romanzo.  


Ho letto che la sua prima pubblicazione (era il 1978) fu proprio dedicata a Shakespeare. S’intitolava Shakespeare’s Magnanimity. Era davvero così magnanimo? 
Oh, sì, Shakespeare’s Magnanimity è un libro che ho scritto con un amico di Cambridge. Fu un vero libro anti-teoretico, fu scritto molto prima degli studi su Shakespeare che oggi dominano le analisi letterarie su questo impareggiabile autore. È stato uno dei primi libri a soffermarsi non tanto sulle opere di Shakespeare ma sui suoi personaggi, qui stava la sua magnanimità. D’altronde Shakespeare non è mai stato un teoretico, lui pensava a personaggi vivi, in carne e ossa, per questo lo studio fu sul linguaggio che questi personaggi/persone usavano 400 anni fa. 

Ne Il mio nome è Shylock pospone la storia de Il Mercante di Venezia di 400 anni. Eppure nulla sembra cambiato. Desideri, passioni, odi e paure sembrano essere le stesse. L’uomo da questo punto di vista non si è evoluto? 
Sì, penso che sia proprio questo il tema forte del libro, le persone non sono cambiate e i problemi non sono cambiati, uno dei crucci di Shylock era come rapportarsi all’astio altrui, astio che nasceva non da eventi concreti, ma presunti, collegati al suo appartenere a un gruppo diverso da quello dominante. Gli ebrei sentono molto questo tema, perché sentono atavicamente l’odio ancestrale che ha caratterizzato i loro rapporti con i cristiani. Eppure i cristiani nascono dagli ebrei, quindi quando i cristiani nei secoli si sono scagliati contro gli ebrei, si sono scagliati contro i loro genitori. Come in una famiglia, non si possono scegliere i propri genitori né i propri figli, ma non si possono nemmeno ignorare e se lo si fa i risultati non sono mai entusiasmanti. Certo, abbiamo sempre bisogno di dare la colpa della nostra infelicità a qualcun altro, ma alla fine, quando lo abbiamo fatto, ci sentiamo davvero migliori? Non stiamo già cercando qualcun altro da incolpare?


In un’intervista al «Guardian» ha detto che non ha una routine nella scrittura, ce lo anticipava anche all’inizio della nostra chiacchierata. Nemmeno un feticcio comportamentale, possibile? 
Si limita a stare seduto e a scrivere? 
Ho uno studio nella mia casa a Londra dove scrivo. Vivo a Soho, un luogo assai rumoroso, ho bisogno di sentire i suoni della città che s’infiltrano nel mio silenzio, per questo non potrei mai scrivere in una casa di campagna. Per essere uno scrittore hai bisogno della vita, anche se a volte devi rinunciarvi per scrivere. Questo strano ossimoro, va bilanciato con continue e inattese intrusioni che ti ricordano di cosa stai scrivendo. 

Rimpiange qualcosa nella sua carriera di scrittore?
Mi sarebbe piaciuto cominciare a scrivere molto prima e soprattutto trovare la mia strada molto prima. Ci ho messo troppo per scoprirla, ero intorno ai 40 anni. Ero troppo arrabbiato per capire come era il mondo e poi ero uno snob che voleva staccarsi dal suo background ebraico di Manchester per raccontare storie della upper class di Cambridge. Volevo scrivere romanzi complicati e per una nicchia di lettori eletti. Soggetto sbagliato. Cercavo di diventare il tipo sbagliato di scrittore, sbagliato per cosa avevo davvero dentro da dire. Sì, mi sarebbe piaciuto scoprirlo molto prima. 


E se non fosse diventato uno scrittore?
Mi sarebbe piaciuto essere un tenore italiano, come Mario Lanza. Mi sarebbe piaciuto lavorare nel mondo della musica e padroneggiare il modo con cui tenori come Lanza riuscivano a esprimere le loro emozioni e certo mi sarebbe piaciuto avere il loro successo. Ma mi piace fare anche quello che faccio. 

Cosa sarebbe accaduto se non avesse raggiunto il successo, avrebbe continuato a scrivere?

Sì, penso sì. Sebbene penso che uno scrittore non si senta mai abbastanza “di successo”. Se scoprissi anche una sola persona che non ha letto un mio libro, farei di tutto per farglielo leggere, per aumentare il mio “successo”, perché il fine ultimo dello scrittore è essere letto dal più alto numero di persone. Uno scrittore, uno serio, sarà sempre frustrato. Nel momento in cui uno scrittore è soddisfatto di cosa ha fatto, di quello che ha raggiunto, smetterà di essere uno scrittore, anche se continuerà a pubblicare libri. È la necessità di trovare qualcosa che ancora non si possiede nel mondo che ci circonda (che sia una risposta, una rivelazione o un’idea) a rendere un uomo uno scrittore. Per questo spero di essere ancora insoddisfatto e frustrato a lungo, per tutta la vita spero.


domenica 18 settembre 2016

Tra le infinite cose di Julia Pierpont



Il cafè dove incontro Julia Pierpont è un piccolo bar con il bancone di marmo e i tavolini di vimini sul marciapiede, appiccicati gli uni agli altri, come ombrelloni in una spiaggia ferragostana. La temperatura d’altronde è quella: 34 C° con il 90% di umidità mentre si sta trascinando il penultimo giorno del Festivaletteratura di Mantova. Qualcuno lassù sembra schiacciare un palloncino di acqua bollente contro le teste delle persone in attesa che scoppi, ponendo fine alle loro sofferenze. Sono anch’io in mezzo a loro, in piedi davanti all’ingresso del café, tentando inutilmente di sventolarmi con la piantina dei luoghi del Festival, senza rendermi conto che la scrittrice che sono venuto a intervistare è seduta proprio al tavolino cui mi sto appoggiando per non scivolare a terra.



Sapevo di dover incontrare una giovanissima, eppur già famosissima, scrittrice (Julia Pierpont ha 28 anni), avevo già visto il suo viso fresco e sperso in fotografia, eppure a trovarsela davanti con i suoi occhi grandi e il sorriso imbarazzato, sembra ancora più giovane. Per metterla a suo agio comincio da una citazione che lei stessa ha ripreso in un’intervista al Washington Post:

«Writing is like driving at night in the fog. You can only see as far as your headlights, but you can make the whole trip that way». É una frase di E. L. Doctorow che ha ripreso più volte parlando del suo modo di scrivere. Pensa davvero che creare una storia sia come guidare nella nebbia, senza mai avere la certezza della direzione intrapresa?

Sì, questa frase si adatta molto a me. Quando ho frequentato la NYU [il famoso Creative Writing Program alla New York University ndc] osservavo stupita molti dei miei compagni di corso che avevano già molto chiaro dove volevano arrivare con la loro storia e come. Quando comincio a scrivere non ho un’idea precisa di dove arriverò e se arriverò. Se avessi una struttura chiara fin dall’inizio, sarebbe meno entusiasmante per me come esperienza, risulterebbe qualcosa di artificiale. No, decisamente preferisco prendere la scrittura giorno per giorno, partendo dalle sensazioni che mi comunica.


Among ten thousand things (Tra le infinite cose edito in Italia da Mondadori) è la storia di una famiglia: Jack, sua moglie Deb e i loro bambini Simon e Kay, una famiglia in crisi che poggia su una coppia in crisi. Crisi che lei palesa subito al lettore, rivelandogli prima la doppia vita di Jack e poi il mancato stupore di Deb nell’apprenderlo.  Questo incipit fa venire in mente che non è sempre utile sapere tutto della persona con cui si vive. É questo il fulcro del suo romanzo?

Avevo bisogno di un incidente inziale che potesse rompere l’equilibrio artificiale che si era creato da tempo nella coppia, equilibrio che il lettore scoprirà solo dopo la rottura. Non so se sia giusto sapere tutto della persona che si ama, a volte lo si scopre ma l’impatto è tale che si preferisce ignorarlo pur di preservare una armonia esteriore. È questo il tema conduttore su cui ho sviluppato la mia storia.

I due personaggi principali Jack e Deb sembrano confusi, insicuri e alla continua ricerca di un senso per mantenere vivo il loro rapporto che non comporti però responsabilità. Jack è un artista che tenta di diventare famoso, apparentemente incapace di dimostrare emozioni, Deb usa la gravidanza come scusa per abbandonare una carriera nella danza che non è mai decollata, gestendo  la maternità come se non fosse un suo problema. Perché ha creato due personaggi così fastidiosi e fallimentari in tutte le loro esperienze?

Entrambi i personaggi fanno del loro meglio, con i loro errori e le loro frustrazioni. Mi interessava esplorare la sensazione di trovarsi responsabili di un'altra persona prima di essere davvero pronti, senza che nessuno ti abbia spiegato cosa vuol dire. Entrambi falliscono nel loro essere genitori, più di una volta, ma questo non vuol dire che, soprattutto in superficie, non vengano percepiti come buoni genitori da chi non entra nella loro intimità. Quanto è comune questa situazione oggi?


Il New York Times sostiene che lei ha «una eccezionale comprensione delle vulnerabilità della mezz’età e dei continui compromessi che comporta un matrimonio». Mi chiedo come sia possibile, visto la sua giovane età. Ha preso spunto dalla sua vita familiare o è solo un’osservatrice ossessiva dell’essere umano over 40?

Non saprei, una parte dell’esperienza viene dall’osservazione della famiglia, mia o di altri. Ma io osservo tutti i tipi di emozioni che si realizzano intorno a me e provo a immaginare me stessa in quel tipo di situazioni. E questo prescinde dall’età. Deb viene tradita eppure decide di non rivelarlo al traditore fino a che non è costretta a farlo. Cosa porta una donna a fare una scelta del genere? Parte del piacere di essere scrittore è proprio quello di mettere la propria immaginazione al servizio di diversi personaggi in diversi luoghi, soprattutto se molto lontani da se stessi.

Alcuni giorni fa Jonathan Safran Foer è venuto in Italia a presentare il suo quarto romanzo, incentrato anch’esso sulla storia di una famiglia in crisi. So che lei conosce molto bene questo scrittore che è stato anche suo professore alla NYU, oltre a dare dei giudizi lusinghieri su Tra le infinite cose.  Penso che Safran Foer sia il professore che tutti ci augureremmo di avere. Ci racconta qualcosa che l’ha colpita delle sue lezioni o qualche insegnamento che vuole condividere con noi?

Sì, Jonathan è stato il mio professore quando frequentavo la NYU, ma soprattutto è stato un mentore, che ora considero un amico. I suoi consigli e il suo supporto sono stati per me importantissimi per farmi credere in me stessa e farmi finire il libro. Il messaggio più importante che mi ha trasmesso è la tenacia. Scrivere è una cosa molto complessa e richiede una dedizione totale e la consapevolezza nel proprio valore, anche quando tutto e tutti ti dicono di smettere.


Il suo libro ha avuto critiche positive fin dall’inizio, soprattutto in USA, dove l’hanno paragonata a scrittori come Jennifer Egan e Jonathan Franzen, qualcuno è arrivato anche a trovare in lei similitudini con Milan Kundera, a quale autore si sente maggiormente legato per l’influenza che ha avuto sulla sua scrittura?

Ci sono molti libri cui ritorno spesso, anche se non posso dire di avere dei veri e propri modelli. Virginia Woolf è stata molto importante per scrivere questo libro, ma preferisco non dare dei nomi specifici, dipende anche dal momento.

Come è arrivata a pubblicare? Aveva già un agente mentre era alla NYU?

Stavo lavorando alla mia tesi per la Graduate School e ho inviato una bozza al mio agente ed è piaciuta molto. Abbiamo pensato ad alcuni cambiamenti e quando siamo stati convinti di avere fra le mani una stesura pronta per essere letta da altre persone, l’abbiamo inviata ad alcune case editrici e in poco tempo avevo firmato un contratto.

Come ha trovato il suo agente?

Ho trovato il mio agente inviando alcune mail ad alcuni fra gli agenti più importanti trovati su internet. Ho inviato loro il mio lavoro e qualcuno mi ha richiamata. È stato tutto molto semplice.

Ha scritto altri libri prima di questo?

No questo è il primo libro che ho scritto.

Quindi primo scritto, primo pubblicato. Sa che susciterà l’invidia di molti lettori e aspiranti scrittori?

Spero di no. Comunque sì, è andata proprio così.

E ora sta pensando al prossimo libro?

Non ancora, per ora sto partecipando alla promozione internazionale di questo romanzo e poi avrò bisogno di ricaricare le batterie. Comunque sì, è naturale pensare al prossimo libro non appena si pone la parola ‘fine’ al precedente.

Alcuni critici europei hanno messo in dubbio parte delle sue doti letterarie dicendo che il suo successo è un effetto della grande campagna promozionale, molto più che delle sue capacità letterarie, per alcuni ancora acerbe, seppure molto promettenti. Cosa ne pensa?

Ognuno ha diritto alla sua opinione. Penso che sia utile avere qualcuno che parli del libro, anche negativamente, perché spingerà più persone a leggerlo per farsi una loro idea. Non ho rimpianti né sulla stesura né sul risultato. Scriverei tutto nello stesso modo.

Prima di salutarci, ci racconta cosa legge Julia Pierpont?

Autori che sono emozionalmente onesti e analizzano nel profondo le sensazioni, le paure e magari i rari momenti di felicità delle persone. In questo modo scoprirò personaggi in cui mi potrò immedesimare, non è questo che cerca un lettore?

domenica 11 settembre 2016

Un giorno come questo di Peter Stamm


Ho ‘conosciuto’ Peter Stamm qualche anno fa, quando mi sono imbattuto nel suo romanzo più letto e citato (Agnes – Neri Pozza 2006) di cui ricordo ancora l’incipit: «Agnes è morta. L’ha uccisa un racconto». Stamm rivela immediatamente al lettore come andrà a finire la storia, ma lo fa riuscendo a generare, in meno di un rigo, interrogativi da cui il lettore non potrà staccarsi per tutto il flusso della narrazione.


Chi è Agnes? Perché è importante per l’io narrante? E soprattutto, com’è possibile essere uccisi per mano di un racconto? Chi ha scritto il racconto? Lo ha fatto per uccidere Agnes? Il lettore è finito nelle ‘grinfie’ di uno dei più interessanti scrittori contemporanei di lingua tedesca e non potrà abbandonare la lettura fino all’anticipato finale.

Anche in Un giorno come questo (Neri Pozza 2009), narrato in prima persona da Andreas, professore di tedesco in una Parigi asettica e sospesa, come in un quadro di Camille Pissarro, l’incipit è rivelatore: «Andreas amava il vuoto del mattino». Andreas è un uomo che gode (o dice di farlo) del vuoto che lo circonda. Vuoto di sensazioni, decisioni, passioni. Stamm riprende qui due temi a lui cari: l’analisi introspettiva dell’io narrante (crudele, ossessiva e inarrestabile) e il senso di inutilità (presunta) del cammino dell’uomo, almeno per chi non ha la certezza inappellabile di un mondo versione 2.0 a cui tendere per mano di questa o quella religione.
Con la stessa abilità narrativa dimostrata in Agnes e una prosa costruita per sottrazione, Stamm dona al lettore un percorso letterario tutt’altro che vuoto, dove microcosmi di emozioni e rimorsi fanno scoprire nel protagonista frammenti della paura atavica che ci portiamo dietro: restare soli. E sebbene Andreas non perda occasione per denigrare la coppia, la famiglia o l’amicizia come tentativi falliti di sottrarsi al destino dell’essere umano, unico fra unici, è il primo a non credere fino in fondo alle sue dissertazioni mentali. Ma Stamm non si ferma qui, cercando di trasformare il romanzo in un continuo esercizio immaginifico del protagonista che, per non rischiare di scoprirsi preda degli errori altrui, costruisce miriadi di realtà alternative, spostandosi in passati e futuri ‘migliori’ di quelli che ha vissuto o che vivrà, non riuscendo mai a essere soddisfatto.

Mentre sfiora le vite altrui senza riuscire a prestare attenzione a nessun altro lamento che non sia il proprio, Andreas sembra cercare un altro se stesso con cui finalmente sedersi pentendosi delle scelte mai compiute, un compagno ideale con cui non è necessario parlare, perché si condivide lo stesso cervello. Mi ha ricordato il protagonista del film Her di Spike Jonze, in cui un introverso e isolatissimo Theodore Twombly, che per lavoro fa il ghostwriter di lettere per chi non ha tempo più di scrivere, cerca in un sistema applicativo la donna perfetta che non ha trovato nella realtà, una donna che ragiona, sente e ama come lui.

Peter Stamm

Un nuovo inizio, tanti nuovi inizi, è di questo che sembra aver bisogno il protagonista di Un giorno come questo di Peter Stamm ed è lui stesso a rivelarlo al lettore: «A volte si sentiva come un turista che corre da un’attrattiva all’altra di una città di cui non conosce neanche il nome. Tanti inizi che non avevano nulla a che vedere con la fine».

domenica 4 settembre 2016

Gli snob del calcio e il popolo del libro: come invertire un punto di vista secondo Ian McEwan


Siamo arrivati al 17°. Non so se Ian McEwan, scrittore inglese classe’48, sia o meno superstizioso e forse poco importa, visto che per gli anglosassoni è il 13 il numero sfortunato. Fatto sta, che il diciassettesimo romanzo (Nutshell) di uno dei più prolifici e amati romanzieri britannici (suoi romanzi come Il giardino di cemento, Cani neri, Espiazione e il mio preferito per ritmo e analisi introspettiva dei personaggi: Sabato) è pronto a creare parecchio scompiglio fra i suoi lettori e non solo.


Il narratore che ha fatto della ricerca sul campo e della documentazione pre-scrittura una meticolosa ossessione (per costruire il personaggio di Henry Perowne, il medico protagonista di Sabato, è diventato l’ombra di un neurochirurgo londinese per due anni), sta per sorprendere tutti con un romanzo scritto dal punto di vista di un feto.

Sì, avete capito bene. A memoria, nessuno aveva osato tanto, perché un feto, sebbene capace in fase di sviluppo avanzato di percepire la vita che lo circonda, non è in grado di capire cosa stanno facendo le persone che sono intorno alla sua futura madre, tanto meno di decodificarne le parole, figuriamoci di raccontarle al lettore. Eppure sta proprio in questo il guizzo di genio e di coraggio di uno scrittore affermato che decide di abbandonare la via più battuta per avventurarsi in un territorio sconosciuto e inconoscibile, a prova di qualsiasi tentativo di documentazione preventiva. Cambiare metodo all’età di 68 anni non è da tutti e solo il tentativo merita un elogio, scatenando la curiosità di leggere questa messa in discussione di se stessi che è uscita in tutte le librerie UK il 1° settembre.


Al centro della narrazione c’è Trudy la ‘portatrice’ del feto protagonista del romanzo e i rapporti con due fratelli: un romantico, sofisticato e disilluso editore di poesia (John il marito di Trudy) e Claude, irruente e rozzo fratello di John, dotato di una carica sessuale inarrestabile, almeno dai racconti terrorizzati del feto che si trova spettatore impotente dei rapporti sessuali fra Trudy e Claude.

In un’intervista al Guardian Ian McEwan ha detto di aspettarsi una valanga di critiche (l’espressione ben più eloquente del romanziere è stata: «I’m going to get such a kicking») non solo per l’esperimento tentato, narrare tutto dal punto di vista di un essere vivente che non può avere un punto di vista, ma per ciò che racconta: una storia shakespeariana, fatta di tradimenti, cupidigia e prevaricazione che tenta di rivelare al lettore cosa si nasconde dietro le apparenze, le convenzioni e le barriere sociali con cui, possiamo negare quanto vogliamo, ci sentiamo tanto a nostro agio.


E se spesso i personaggi di McEwan vengono accusati di essere l’espressione di uno snobismo culturale di cui l’autore sarebbe un sostenitore, dividendo nettamente i ‘buoni’ (amanti della cultura, del pensiero libero e della poesia) dai ‘cattivi’ (arrivisti, dominati dal Dio denaro, capaci solo di gonfiarsi i muscoli e infiammarsi per una scommessa sull’esito di una partita di calcio), è lo stesso romanziere a ribaltare questo punto di vista: «Spesso mi trovo di fronte a parole come snob o elitarismo, parole che sono usate per descrivere persone che leggono ‘troppi’ libri e parlano solo di arte e poesia. Non ne comprendo la ragione. Per me leggere i libri e parlare di poesia è un piacere, nient’altro [...] Quando osservo le persone che si infervorano per una partita di calcio e passano la pausa caffè a parlare dei risultati dei loro calciatori preferiti, non penso che siano degli snob. […] Noi cerchiamo la fonte del nostro piacere in relazione alla nostra personalità e al nostro background. Io da piccolo vivevo in una casa senza libri, non c’era nessuno che parlava di poesia o di filosofia. Perciò penso che la mia ribellione adolescenziale sia stata scegliere una strada diversa da quella dei miei genitori: la strada dei libri”.   

Ecco gli snob del calcio sono serviti. Sono loro a ghettizzare il popolo dei libri. Ian McEwan dixit.

domenica 31 luglio 2016

"Design should make the known become unknown", il punto di vista di Kenya Hara

Per l’ultimo post prima della pausa estiva non potevo che proporvi un viaggio, questa volta nel tempo.

Immaginate di salire una grande scala di marmo bianco, tutto intorno luce e ali di carta che costeggiano un corridoio sospeso che vi incita a scoprire il contributo femminile al design italiano, state per percorrerlo, per capire se vi porterà in un luogo disegnato dalla mente di Lewis Carroll, poi una foto appare a sovrastarvi: due uomini vi guardano.





Il loro corpo è una macchia nera indistinta da cui spuntano solo le mani e la testa, come se sotto i loro maglioni a collo alto, i loro pantaloni, persino le loro scarpe (di cui non si riesce a distinguere il contorno, divorato dal pavimento nero su cui sono appoggiate), ci fosse solo vapore.  Vapore che si muove alla ricerca di una via d’uscita, vapore che potrebbe trovarla attraverso i loro occhi e entrare nei vostri.



Sopra le loro teste un titolo spicca in bianco: Neo-Prehistory – 100 verbs, sotto le loro mani i loro nomi: Andrea Branzi e Kenya Hara, due fra i più importanti e interessanti designer contemporanei. Hanno portato alla XXI Triennale di Milano una mostra che riesce nell’impresa di trasformare oggetti in parole e parole in oggetti, dando a uno dei concetti cari a Kenya Hara (l’«awakening», inteso come “risveglio” dalla percezione abituale che abbiamo del mondo ma anche come “consapevolezza” di noi stessi in questa moltitudine) un significato tangibile.




Entrando nell’unica immensa sala della mostra, dove il nero e gli specchi dilagano come in un irrefrenabile effetto Droste, troverete cento dolmen di metallo su cui sono stati ‘appoggiati’ cento verbi a tentare di racchiudere e riscrivere la storia dell’uomo. Accanto a ogni pala metallica un oggetto che esprime e spesso ribalta il significato di base del verbo che affianca, come se il visitatore/viaggiatore venisse sfidato a reinterpretare oggetti dall’uso comune (cellulari, carrelli del supermercato, medicine, valigie) accanto a oggetti remoti (tavole d’argilla, fermagli romani, campane medievali) sfilati dal loro contesto. Si risveglia così la voglia a osservare ciò che ci circonda da un punto di vista diverso, provando a trovare la propria personale interpretazione della storia. Ecco perché, man mano che l’esplorazione di ognuno dei cento verbi che Branzi e Hara ci propongono andrà avanti, sentirete di aver attraversato ben più di uno specchio, riscoprendo un paese delle meraviglie che è stato sempre attorno a voi e che ora grazie a 100 verbi e 100 oggetti avete riscoperto.

La difficoltà sarà tornare da questo esperimento sensoriale, conservando almeno una scheggia di meraviglia per affilare le vostre giornate. Per aiutarvi, ho usato molti dei 100 verbi dell’esperimento di Branzi e Hara in questo post. A voi la ricerca.

Avete tempo fino a domenica 4 settembre, quando riprenderemo con le nostre uscite domenicali, per darmi una risposta. 

 

domenica 24 luglio 2016

Valentino Zeichen e la morte della sensibilità?

Sensibilità, da qui partiva Valentino Zeichen, «poeta occasionale», per raccontare se stesso in un’intervista a Repubblica del 2014 e da qui vorrei partire per ricordare, a distanza di qualche settimana dalla sua scomparsa, lo scrittore e l’uomo che ha fatto della difesa di questo modo di percepire la realtà, lontano dal cappotto di disponibilità, educazione e solidarietà con cui sarebbe bene coprire le nostre vergogne emotive, la sua personale battaglia. Siamo già molto lontani dal clamore e dalle dichiarazioni che si sono accese per la sua malattia prima e per la sua morte poi, clamore che si è consumato come una miccia di una bomba silenziosa che esplode assorbendo le parole che andavano spese per il poeta scomparso e che pure molti avevano smarrito con facilità quando l’uomo era ancora vivo. 


Quanto materiale per il poeta che aveva fatto dell’ascolto una forma d’arte, facendo sua una delle regole più importanti di uno scrittore: ascoltare, ascoltare sempre, poiché in ogni battuta, gesto o sua mancanza si può nascondere il personaggio o il verso perfetto. Appassionato lettore di Shakespeare: «Come è possibile che un inglese di quattrocento anni fa possa produrre quel ventaglio di sentimenti, conflitti e grandi riflessioni? […] lui, con una lingua seicentesca, in formazione, riesce a dire un mondo. Ecco la meraviglia che commuove», Zeichen era alla ricerca di un cantuccio in cui trovare tracce di quella sensibilità, oggi troppo spesso schiacciata dall’arroganza o dal sentimentalismo, sensibilità che provocatoriamente aveva dichiarato morta, evitata come la peste, quasi fosse una forma di pazzia, una malattia da cui guarire, da relegare nell’angolo più penoso delle sensazioni umane. Una sensibilità a cui Valentino Zeichen si era avvicinato per la prima volta in un luogo che penseremmo anni luce lontano da questa ‘speciale deformazione’ dell’animo umano: un riformatorio. Era qui che finì un Valentino adolescente, dopo aver provato l’esperienza dei campi profughi (a causa del passaggio di Fiume, dove era nato Zeichen, dall’Italia alla Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale), essere diventato orfano di madre a sette anni e aver vissuto nelle stalle di Villa Borghese a Roma, di cui il padre era uno dei giardinieri. Si trovò al riformatorio per decisione paterna, una casa di correzione a Firenze. 3 anni in cui Zeichen studiò per il diploma di perito chimico, 3 anni in cui imparò a guardarsi le spalle e a sopravvivere, 3 anni in cui scoprì che i suoi unici amici erano racchiusi nei libri della biblioteca del riformatorio. Senza alcun riferimento, si fece guidare dal suo istinto e fu allora che scoprì la sua sensibilità. Salgari, Tolstoj, Cechov, Balzac, nelle loro parole e nei loro personaggi, Zeichen scoprì inattese via di fuga e sensazioni che non aveva mai provato. Annusò i primi palpiti di quel «tanto di follia profonda senza la quale non si fa poesia»


Poi la libertà, anche quella fisica, l’uscita dal riformatorio, la scuola di recitazione, la consegna di vangeli alle parrocchie di Roma per guadagnare qualcosa, i primi incontri con autori e artisti di una Roma che si stava per trasferire dalla periferia dell’Europa al centro della Dolce Vita.  Da lì le prime pubblicazioni, la decisione di essere un poeta senza compromessi o meglio con i compromessi che lui era disposto ad accettare. E questo volle dire non fare la scelta che in molti suoi pari avevano compiuto: un lavoro. Perché per essere scrittori, soprattutto scrittori ‘sensibili’, bisogna dividersi in due. Un lavoro altro e una vita altra da cui prendere il sostentamento per la prima vita e il primo lavoro: la scrittura. La lista di chi ha fatto questa dolorosa scelta è lunga e sofferta. Ma Valentino Zeichen, ce lo ricorda Ferdinando Camon in un articolo apparso su Avvenire, percorse una strada diversa. Valentino decise che dei soldi non si sarebbe preoccupato, che non avrebbe impiegato il suo tempo per niente altro che non fosse la sua poesia. Niente vita altra per lui e niente soldi.  E questo ha voluto dire lasciare che la sua sensibilità non si rimpicciolisse schiacciata dalle rate del mutuo o dalle discussioni necessarie a scegliere se comprarsi un vestito nuovo o l’ultimo smart-phone al proprio figlio. Ma ha voluto anche dire conoscere la fame, l’umiliazione nel vedere dileguarsi chi, giunto davanti alla ‘baracca’ sulla Flaminia in cui viveva il poeta, aveva deciso che la  solidità di una casa in mattoni aveva il sopravvento sul piacere della mente al cospetto di un giocoliere della parola. 


A differenza di Camon, non ho la certezza su quale sia la via più congeniale per preservare la nostra sensibilità, né su quale sia la più sofferta per uno scrittore. Penso al dolore di Kafka bloccato in un ufficio di un’assicurazione per buona parte delle sue giornate, immaginando ciò che non stava scrivendo al suo scrittoio, solo per garantirsi il pane e quello stesso scrittoio.  Concordo con Zeichen quanto cita il poeta Kenneth Patchen: «da qui a qualche anno l’erba crescerà sulle nostre tombe. Siamo a cavallo del divenire. Poi, a un tratto, verremo disarcionati», tutto sta a scegliere il divenire con minor spine sulla sella e qui la sensibilità e la soggettività di ognuno regna sovrana.


domenica 17 luglio 2016

Ritrovarsi fra i personaggi di John Maxwell Coetzee

Una pioggia cattiva. È questo il primo ricordo di quella giornata.
Bagnato fin dentro lanima entro nel foyer di un teatro milanese. In mano stringo un libro, forte.
È un libro piccolo, poco più di cento pagine, la storia di un ragazzo che cerca di racchiudere in sé almeno due vite e seguirle in parallelo. Tutto sembra andare bene, finché accade qualcosa e lo specchio che il giovane nasconde sotto il bavero del buon senso altrui, esce allo scoperto e gli fa vedere a cosa sta rinunciando.

Il titolo del libro è Gioventù, lautore è John Maxwell Coetzee. Non è il più famoso fra i suoi libri, il più premiato o il più apprezzato dalla critica. Se chiedessimo ai lettori di Coetzee di ricordare un suo titolo sentiremmo citare Vergogna, Elizabeth Costello, Aspettando i barbari. Tutti romanzi importanti, solidi, espressione dellacume narrativo di Coetzee. Eppure è Gioventù che mi vedo stringere fra le mani a trentanni, quando tutto mi diceva che sarebbe stato inutile fare ciò che più desideravo. Sono sempre arrivato in ritardo alle scelte davvero importanti per compensare la velocità con cui prendevo quelle sbagliate. Cosìquel libro che avevo tenuto in mano tante volte senza aprirlo, si mise a bussare aggressivo alla corteccia dei miei pensieri.
La copertina la posso descrivere a memoria. Base bianca, come tutte le edizioni Einaudi, un riquadro in alto con una riproduzione di una foto di Steve McCurry che rappresenta delle cabine colorate, di quelle che un tempo si usavano sulle spiagge per cambiarsi il costume bagnato. Dentro il libro è un susseguirsi di sottolineature, note a margine, domande. Carovane di domande che questo romanzo ha fatto zampillare dal profondo delle mie certezze. Se siete fra quei lettori che non oserebbero sottolineare un libro nemmeno a matita o che riterrebbero possibile piegare il bordo di una pagina a mo' di orecchia, Gioventù non è il libro che fa per voi. La tentazione di violare queste regole sarebbe talmente forte da costringervi a peccare dicorruzione di pagina.  
Gioco con il pollice con una delle tante orecchie del libro, mentre mi aggiro gocciolante nel foyer del teatro.Vedo un uomo dal fisico asciutto, vestito con un abito nero che sembra inghiottirne il corpo. Solo la testa spunta dal colletto di una camicia grigia. È lui: John Maxwell Coetzee. Un pizzetto brizzolato, due occhi stretti, le palpebre sbattono a ritmo cadenzato, come quelle di un geco curioso di tutto ciò che osserva e al contempo distante, ancestralmente’ lontano dallamabile bizzarria di chi lo circonda che per lui è solo materia prima da personaggio.

Stringo il libro ancora più forte, lo trasformo in un tubo di carta e con quello mi avvicino alluomo che contiene lo scrittore o allo scrittore che si nasconde nelluomo a seconda di quanto sia proustiano il mio pensiero. Il coraggio sembra cedere in quella sera di luglio della Milanesiana, sento che il mormorio in sala cresce, se Elisabetta Sgarbi salirà sul palco, lui scomparirà e io non avrò più il coraggio di chiederglielo. Mi sento stupido, incapace, mi sento il postino Massimo Troisi davanti a Pablo Neruda, ma Coetzee non è Neruda, la sua irrequietezza lo scrittore sudafricano la tiene imprigionata dentro. Mi dico che gli farà piacere, a quale scrittore non farebbe piacere autografare un proprio libro a un lettore devoto?

Mi avvicino. Circumnavigo linterprete che cerca di intrappolarmi in un angolo e mi rivolgo al mioscrittore. Glielo chiedo, tento di raccontargli perché sono lì a frappormi fra lui e il palco. Lui sbatte le palpebre, sono un impercettibile rumore di fondo nel solco della vita. Un attimo ed è scomparso, il libro ènelle mie mani, firmato da Coetzee sotto una frase di Oscar Wilde che Coetzee stesso cita nel romanzo e che io ho trascritto fedelmente«Non c’è verità più profonda dellapparenza».


Le luci si spengono in sala. Il preciso Stefano Salis, subentra a Elisabetta Sgarbi, per spiegareperché il tema della Milanesiana 2016 sia la vanità. Vizio o dote necessaria per uno scrittore? Dovrebbe esistere un pudore nella scrittura? Una punta, dice Salis, una punta di vanità è necessaria a uno scrittore, a meno che non sia solo la sommità di un iceberg. Quanta ne avrà Coetzee? La storia che legge alla sala è quella di una donna non più giovane che fa di tutto pur di non dimostrare la sua età. Vanità difensiva.
Mi guardo attorno nel riverbero delle luci del palcoscenico. Qualcuno dei presenti starà provandoquellemozione dirompente che ho sentito io mentre leggevo GioventùLa consapevolezza che un estraneo,a distanza di migliaia di chilometri, ha scritto proprio di te?
Oh, sì, qualcuno, di certo.